Domanda e offerta dei cereali. Sono cambiate le regole?

L’OPINIONE
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Quanto sta accadendo in questi mesi al mercato del mais può essere molto istruttivo e raccontarci qualcosa di più generale sul tema molto attuale delle filiere.

A fronte di una produzione nazionale ridottasi, nell’ultima campagna, a meno di 7 milioni di tonnellate – almeno il 30% in meno rispetto a un passato recente – il prezzo di mercato non viene considerato remunerativo dalla produzione tanto da fare temere un default nelle ormai prossime semine.

Cosa è accaduto per sovvertire la naturale rincorsa della domanda quando l’offerta è scarsa?

La risposta è evidente nella strutturale dipendenza dall’estero del fabbisogno di materie prime cerealicole delle filiere italiane e nei numeri delle importazioni di mais aumentate di più del 50% rispetto ai numeri già importanti dello scorso anno.

In sostanza, a meno di rimescolamenti di carte di questi giorni di crisi ucraina, tutte le volte che i paesi dell’ Est Europa – e il resto del mondo – producono in linea con le loro potenzialità, la pressione delle importazioni deprime il mercato interno indipendentemente da problematiche quantitative, qualitative o igieniche.

In questa situazione, in cui i raccolti nazionali contano sostanzialmente poco, le filiere corte per i cereali hanno, almeno nei grandi numeri, qualche possibilità di reggere la prova del tempo?

Alla lunga, ovvero al di fuori di qualche campagna fortunata – soprattutto dovuta a problemi di produzione nei paesi esportatori – può essere difficile. Soprattutto se non sono basate su prodotti chiaramente identificati e realizzate con primarie industrie di trasformazione o di distribuzione (nazionali o multinazionali) che garantiscano in modo contrattualmente definito il ritiro del prodotto.

Mercato asimmetrico

Troppo grande è la differenza di opportunità fra chi compra e ha a disposizione il mondo, e chi vende che molto spesso ha l’orizzonte di mercato del centro di raccolta più vicino.

Allora quale può essere la difesa dell’agricoltura (e dei produttori agricoli di cereali)?

La risposta potrebbe essere solo apparentemente la più banale. Probabilmente produrre più quintali per ettaro.

Ma è sufficiente?

I tempi richiedono qualcosa in più. Alcuni comportamenti che hanno a che fare con l’accortezza e la conoscenza.

Conoscere i mercati per cercare di prevedere oltre le contingenze del prezzo. Farsi una propria opinione è un dovere imprenditoriale e oggi le fonti di informazione non mancano.

Conoscere i contratti di vendita e le normative del settore. Occorre avere chiari i confini dei propri doveri ma anche dei propri diritti.

Conoscere la qualità di ciò che si è prodotto. Le proprie produzioni non godono di un diritto divino all’eccellenza. Solo comprovando la qualità si può pretendere la giusta remunerazione. Nel bene ma anche nel male se questo serve per migliorare.

Conservare correttamente i prodotti e organizzare lo stoccaggio. Lo ripetiamo spesso, i centri di raccolta hanno un ruolo fondamentale di cerniera di mediazione fra la produzione primaria e l’industria. Una gestione moderna e consapevole aiuta sempre, anche in annate difficili.

Senza pregiudizi

Questa regola delle “quattro C” ha però come sempre un prezzo: richiede di uscire dalle solite convinzioni, spesso un poco ideologiche, del “paese più bello del mondo” a cui tutto dovrebbe essere dovuto e dal vittimismo per cui la colpa è solo degli altri. Il mercato è una realtà, lamentarsi non è mai servito.

Può sembrare un eccesso di semplificazione. Ma le filiere spesso funzionano solo per prodotti ad alta vocazione territoriale e con caratteristiche qualitative ben comprensibili al consumatore.

Il sogno di applicarle tout-court a colture estensive rischia di risolversi in un risveglio ancora una volta doloroso.


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