Certificare i cereali, un’opportunità

FILIERE
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I mercati sono “luoghi” economici notoriamente insidiosi.

Possono creare inquietudini per diversi motivi: scarsa trasparenza, quantità e qualità dei beni, sbalzi più o meno umorali del prezzo.

A volte rischiano di andare in “affanno” anche per eccesso di regole. Sia cogenti che volontarie.

Il mercato dei cereali non fa eccezione.

Volatilità, aleatorietà climatiche, produzioni e qualità sono problemi noti e dibattuti.

A complicare lo scenario si è aggiunto un ulteriore elemento: un impianto di regole e di vincoli sempre più complesso e rigoroso.

Il dibattito sulla copiosa produzione di normativa da parte della Ue è di stretta attualità ed è sotto gli occhi di tutti. È innegabile che il settore degli alimenti e dei mangimi sia ben presente nei pensieri della Commissione che non manca di ricordarcelo con frequenza regolare.

Il settore è quindi già interessato da una “robusta” normativa che, in tema di sicurezza alimentare, fissa sia i Principi generali a cui gli operatori devono attenersi (la c.d. normativa orizzontale sui requisiti igienici di produzione) che singoli provvedimenti intesi a fissare limiti massimi di presenza di molti possibili contaminanti degli alimenti e dei mangimi (la c.d. normativa verticale: es. micotossine, metalli pesanti, antiparassitari, diossine, pcb, …).

Quanto previsto per legge, di per se già impegnativo e giustificato da un principio base di tutela della salute pubblica, potrebbe non bastare a un mercato di sbocco che sempre più ha iniziato a richiedere ulteriori garanzie di qualità e sicurezza ad applicazione “volontaria”. Sull’uso del termine “volontario”, a ben guardare, si potrebbe obiettare.

L’applicazione viene infatti richiesta dagli acquirenti come condizione per poter vendere.

Ma quanti sono questi sistemi e “schemi” volontari di certificazione? Purtroppo molti.

Una prima, semplicistica, suddivisione può classificare le diverse possibili certificazioni (di un alimento o un mangime) in due “famiglie”:

– di sistema (garanzie di processo produttivo) o di prodotto (garanzia di determinate caratteristiche).

A loro volta, gli schemi possono essere ricondotti a norme internazionali (CEI, EN, ISO – in parte in Italia recepite dall’UNI) oppure a regole elaborate da Istituzioni private (associazioni, società, ecc.).

La differenza non è di poco conto e ha risvolti operativi ed economici peculiari. Basti pensare che nel caso di schemi “privati” occorre, non solo dimostrare di essere conformi alla regola, ma anche pagare diritti (fees) al detentore del marchio di certificazione.

Come scegliere lo schema più adatto alle esigenze dell’azienda? La risposta è facile: di solito sono altri (i clienti) a scegliere per noi.

Alcuni esempi: vuoi vendere alla gdo inglese? Devi essere certificato Brc; a quella francese? devi essere certificato Ifs. Vuoi esportare prodotti in Germania? È richiesta la certificazione Qs. E così via, passando per diversi codici di buone pratiche di produzione (Gmp), commercio (Gtp). Senza contare le “certificazioni di sostenibilità”, nate per le filiere dei biocarburanti e dei bio liquidi, ma che rapidamente si stanno diffondendo anche in campo alimentare.

Questi sistemi hanno poi un’altra caratteristica: tendono a coinvolgere tutta la filiera; compresi i servizi (ad esempio i Laboratori analisi devono essere accreditati secondo la norma ENISO17025 oppure riconosciuti Qs, Gafta; ecc…).

Una specie di “Catena di Sant’Antonio”, nobilitata dalle migliori intenzioni di controllare ogni aspetto della produzione e del commercio.

Come è noto agli ansiosi, l’eccesso di controllo può a volte tradursi in una perdita di controllo (in particolare quello economico). Questo è un rischio per il tessuto produttivo italiano, fatto di molte piccole e medie imprese, anche a conduzione famigliare, non sempre pronte o capaci di applicare questi sistemi che richiedono, fra l’altro, forti investimenti in lavoro, formazione ed attrezzature.

Il nostro è un tessuto imprenditoriale ancora fortemente basato sull’individualità. Esattamente l’opposto delle logiche di “sistema” che vedono l’organizzazione e non l’individuo al centro dell’azienda.

Ciò potrebbe avere conseguenze selettive spiacevoli per molti nostri operatori.

Andare contro corrente è senz’altro pericoloso. Lo è per tutti e ancor più per un’azienda che deve stare sul mercato. Occorre quindi cominciare a prendere consapevolezza di questa evoluzione che è anche culturale.

Soprattutto tentare di sfruttare al meglio quanto questi “protocolli” possono insegnarci. Per rendere più competitive ed efficienti le nostre aziende e sicuri i nostri prodotti.

Sally è una splendida canzone di Vasco Rossi.

Ci richiama ad alcune verità fra cui quella che “la vita … è tutta un equilibrio sopra la follia”. Coraggio quindi; noi italiani in equilibrismo siamo maestri.

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