Bruciare rami e ramaglie è reato, ma non per tutti

LEGGI, LAVORO E FISCO
TV_14_17_Ulivo

L’antica pratica agricola di bruciare nei campi stoppie, ramaglie, avanzi di potature, residui vegetali in genere, è stata sempre circondata da alcune cautele per il timore che, sfuggendo al controllo, potesse divenire causa d’incendi.

Ma la si è sempre ritenuta un’attività lecita. Da qualche anno non è più questione del pericolo d’incendio, perché la stessa pratica ha assunto, di per sé, in quanto tale, rilevanza penale, dapprima come contravvenzione, comunque sanzionata anche (in via alternativa) con pena detentiva, per divenire poi, in un crescendo wagneriano, un vero e proprio delitto, che comporta la reclusione da due a cinque anni.

Rifiuti o materia prima secondaria?

Il problema è se i residui provenienti da attività di disboscamento, potatura, raccolta, pulizia di boschi, campi, giardini, aree verdi ecc. integrino la nozione di “rifiuto” di cui all’art. 183, co. 1, lett. a) del Dlgs. n. 152/2006 (“qualsiasi sostanza od oggetto che rientra nelle categorie riportate nell’allegato A alla parte quarta del presente decreto e di cui il detentore si disfi o abbia deciso o abbia l’obbligo di disfarsi”) e vadano come tali trattati.

La risposta positiva è contenuta nel cosiddetto “Codice ambientale” (Dlgs. n. 152/2006), che all’art. 184 classifica come “urbani” i “rifiuti vegetali provenienti da aree verdi, quali giardini, parchi e aree cimiteriali” (comma 2/lettera e) e come “speciali” “i rifiuti da attività agricole e agro-industriali ai sensi e per gli effetti dell’art. 2135 cod. civ.” (comma 3/lettera a). Dal momento che viene richiamato l’art. 2135 del codice civile, che disciplina le attività agricole, non vi è dubbio a quali residui di lavorazione si faccia riferimento.

In via di principio si tratta, quindi, di “rifiuti” nel senso proprio del termine, che debbono essere smaltiti secondo le apposite procedure previste, a seconda della loro classificazione (urbani o speciali), che nel caso si fonda, più che sulla loro natura, sulla loro provenienza (giardini, aree verdi urbane, parchi, cimiteri oppure imprese agricole).

Da parte dei produttori agricoli contravvenzionati per avere bruciato stoppie e ramaglie sui loro campi con l’intento poi di utilizzare la cenere per la concimazione dei campi si è tentato di fare ricorso o all’art. 183 del Codice ambientale, che fra le altre cose prevede la possibilità della prevenzione, cioè di misure adottate per evitare che “una sostanza, un materiale o un prodotto diventi rifiuto” ad esempio “attraverso il riutilizzo dei prodotti o l’estensione del loro ciclo di vita”, o, più spesso, di includere la cenere fra i “prodotti secondari”, che l’art. 181bis escludeva dall’ambito dei rifiuti, purché in possesso delle caratteristiche da determinarsi con decreto del ministro dell’Ambiente di concerto con la Salute e lo Sviluppo economico.

La giurisprudenza

L’art. 181 bis è stato abrogato dal Dlgs. n. 205/2010, ma già nella sua vigenza la giurisprudenza, nella scelta fra la qualificazione di “rifiuto” e quella di “materia prima secondaria riutilizzata in settori produttivi diversi senza pregiudizio per l’ambiente”, propendeva per il rifiuto con conseguente definizione dell’abbruciamento di stoppie e ramaglie quale reato di smaltimento non autorizzato di rifiuti speciali non pericolosi di cui all’art. 256, co. 1, lett. a), Dlgs. n. 152/2006. In tal senso, in un caso di taglio di alberi con conseguente bruciatura di rami, si è pronunciata, confermando la decisione dei giudici di merito (Tribunale e Corte d’Appello di Trento) con la sentenza n. 46213/2008 la Corte di Cassazione, che, per escludere la riutilizzabilità delle ceneri in un processo produttivo, si è data cura di precisare che la loro utilizzazione come concime naturale non trova riscontro nelle attuali tecniche di coltivazione.

Con il Dlgs. n. 205/2010 il legislatore intendeva forse venire incontro a una parte delle istanze dei produttori agricoli attraverso una più puntuale distinzione fra rifiuto e sottoprodotto o materia prima secondaria di provenienza agricola. È stato così introdotto nel “Codice ambientale” un nuovo articolo (184/bis) ed è stato modificato il testo dell’art. 185 per escludere dalle procedure di smaltimento rifiuti “paglia, sfalci e potature, nonché altro materiale agricolo o forestale naturale non pericoloso utilizzati in agricoltura, nella selvicoltura o per la produzione di energia da tale biomassa mediante processi o metodi che non danneggino l’ambiente né mettono in pericolo la salute umana”.

Ne è risultato però un aggravamento per quanto riguarda la pratica dell’abbruciamento, in quanto ne deriva, al contrario, che in questo caso paglia, ramaglia ecc. continuano a essere considerati “rifiuti” o comunque a essere sottoposti ai processi di smaltimento per questi previsti dal momento che ardendoli non si produce energia (nel senso voluto dalla legge, anche se il fuoco è indubbiamente una forma – spesso terribile – di energia) e nemmeno si ottiene un prodotto utilizzabile in agricoltura se si accede alla tesi della Cassazione (per il vero molto discutibile), che esclude dalla buona tecnica agraria l’impiego delle ceneri come concimante naturale.

Il decreto Terra dei fuochi

Su questa situazione si è innestato, aggravandola per quanto riguarda la natura del reato (da contravvenzione a delitto) e la misura della pena, il Dl. n. 136/2013 (convertito con L. n. 6/2014). Questo provvedimento, nell’intento di reprimere le vicende criminose e dannose dal punto di vista ambientale, della cosiddetta “Terra dei fuochi”, in Campania, ha introdotto nel Codice ambientale il nuovo reato di “Combustione illecita di rifiuti” che, nella sua ipotesi base (sono previste aggravanti e +sanzionate altre attività connesse), punisce con la reclusione da due a cinque anni “chiunque appicca il fuoco a rifiuti abbandonati ovvero depositati in maniera incontrollata in aree non autorizzate” (va meglio per i rifiuti vegetali “urbani”, provenienti cioè da giardini, aree verdi, cimiteri, che se la cavano con una pur robusta sanzione pecuniaria di natura amministrativa).

Conflitti di competenza

I produttori agricoli e le loro associazioni hanno accolto con favore gli interventi di alcuni enti locali, Regioni e Comuni, che hanno cercato di venire incontro alle esigenze degli agricoltori (vedi box).

Rimane tuttavia il contrasto, indubbiamente grave sotto vari profili a cominciare dalla certezza del diritto, fra questi provvedimenti regionali e una legge nazionale, che deve necessariamente prevalere tanto più che nella maggioranza dei casi i provvedimenti locali hanno natura amministrativa. Problema che comunque permane, anzi si aggrava per la maggiore difficoltà di individuare la normativa effettivamente applicabile, quando, come nel caso del Veneto, la Regione interviene con una propria legge. Difatti l’art. 117 della Costituzione attribuisce sì alle Regioni la potestà legislativa in materia agricola, ma provvedimenti di questo genere (in particolare quello della “Terra dei fuochi”) coinvolgono anche aspetti di legislazione concorrente Stato-Regioni (salute e sanità) o addirittura di competenza esclusiva dello Stato. Basti pensare, per quest’ultimo punto, al provvedimento riguardante la “Terra dei fuochi”, che ha motivazioni, oltre che ambientali, di ordine pubblico e sicurezza, e alla conseguente difficoltà di ammettere la legittimità di un intervento modificativo della Regione più di ogni altra interessata, la Campania, alla quale tuttavia non potrebbe essere negata la relativa competenza legislativa qualora la si riconosca alle altre Regioni.

Se n’è mostrato perfettamente consapevole il governatore del Veneto, Luca Zaia, che, pur promuovendo il varo di una legge regionale, si è augurato che il governo si affretti a «proporre una legge nazionale per evitare di complicare inutilmente la vita alla gente».

Allegati

Bruciare rami e ramaglie è reato, ma non per tutti

There are 3 comments

  1. a.riu

    ma chi ha fatto questa legge ha idea di cosa rimane a terra quando si pota un uliveto, un vigneto o un frutteto,oppure dopo la raccolta dei carciofi etc..?

  2. Simone

    Ho tanta ramaglia da bruciare,si può?
    L’anno scorso la ramaglia la abbiamo distrutta con apposita macchina a noleggio e come orto,dopo aver arato il terreno e seminato o trapiantato le piante,nella raccolta in estate non era “nato” nulla a differenza di quando si brucia,come ci dobbiamo comportare?

    1. Francesco Mario Agnoli

      Credo che al lettore interessi una risposta concreta senza necessità di ripercorrere l’intera vicenda, che negli ultimi anni ha visto un contrasto fra la legislazione statale, che vietava questa antica pratica agricola, facendone addirittura un reato, e alcune legislazioni regionali che invece l’autorizzavano. Un contrasto che, su richiesta dello Stato, ha determinato perfino l’intervento della Corte costituzionale.
      Tuttavia lo Stato ci ha ripensato e con l’art. 14, comma 8, lettera b), del decreto-legge 24 giugno 2014, n. 91 (convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 11 agosto 2014, n. 116) ha apportato una modifica al Codice dell’ambiente (d.lgs. n. 152 del 2006), disponendo che “attività di raggruppamento e abbruciamento in piccoli cumuli e in quantità giornaliere, non superiori a tre metri steri per ettaro, dei materiali vegetali di cui all’articolo 185, comma 1, lettera f), effettuate nel luogo di produzione, costituiscono normali pratiche agricole consentite per il reimpiego dei materiali come sostanze concimanti o ammendanti, e non attività di gestione dei rifiuti” (art. 182, comma 6-bis, del d.lgs.).
      E però vietata la combustione di residui vegetali nei periodi di maggior rischio di incendi boschivi, come individuati dalle Regioni”, e ha attribuito ai comuni e agli enti con competenze in materia ambientale (si può, ad esempio, pensare agli enti di gestione dei parchi) la facoltà di sospendere o differire la combustione “in tutti i casi in cui sussistono condizioni meteorologiche, climatiche o ambientali sfavorevoli e in tutti i casi in cui da tale attività possano derivare rischi per la pubblica e privata incolumità e per la salute umana, con particolare riferimento al rispetto dei livelli annuali delle polveri sottili (PM10)”.
      In definitiva bruciare le ramaglie si può, ma è prudente recarsi prima in Comune per accertare se, com’è probabile esistano, oltre a specifici provvedimenti di sospensione, regolamenti locali di carattere generale sui periodi, su eventuali cautele da prendere e quant’altro.
      A rigore, dal momento che la norma statale parla di “raggruppamento in piccoli cumuli”, se ne dovrebbe dedurre che non è consentito l’abbruciamento delle stoppie sul campo, come invece un tempo largamente si praticava. Tuttavia, in mancanza di un espresso divieto, è possibile che tale operazione sia consentita dalla legge regionale, dal regolamento comunale o, comunque, dalla prassi seguita in loco.

      Francesco Mario Agnoli

Pubblica un commento