Bruciare ramaglie in loco? Si può

AMBIENTE
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Il decreto del ministero dell’Ambiente approvato il 13 giugno ha, fra l’altro, finalmente sanato la situazione kafkiana in cui fino ad oggi versavano i produttori agricoli che eliminavano i residui provenienti da attività agricole e assimilate (disboscamento, potatura, raccolta, pulizia di boschi, campi, giardini, aree verdi ecc.) secondo la tradizionale prassi della bruciatura sul campo.

Sull’argomento Terra e Vita (n. 17/2014) era intervenuta con l’articolo “Bruciare rami e ramaglie è reato, ma non per tutti”, evidenziando il radicale contrasto esistente fra la legislazione statale (Dlgs n. 152/2006, cosiddetto “Codice ambientale”) e non soltanto l’antica pratica della combustione in campo, ma anche alcune normative locali.

La legislazione statale include i residui vegetali nella categoria dei rifiuti, definendo “urbani” quelli provenienti da aree verdi, quali giardini, parchi, aree cimiteriali, e “speciali” quelli da attività agricole e agro-industriali. Di conseguenza il loro smaltimento è regolato dalle particolari procedure previste per le categorie di appartenenza, e viene sanzionato come reato il loro mancato rispetto. Per effetto di questo norme per lo Stato non è (adesso si può dire “non era”) più possibile la tradizionale pratica, diffusa in tutta Italia, di bruciare stoppie e ramaglie sul luogo di produzione, i campi, che vengono poi concimati con la cenere di risulta.

Tale normativa, ulteriormente aggravata dal Dl. n. 136/2013 (cosiddetto “decreto Terra dei Fuochi”, perché dettato dalla necessità di porre riparo alla particolare situazione determinata dalla criminalità organizzata in alcune zone della Campania), convertito con L. n. 6/2014, ha anche comportato, in concreto, la condanna penale di alcuni produttori agricoli.

Stato e regioni diversi

Situazione “kafkiana”, perché alcune normative regionali (Regione Sicilia, Lombardia e, con un ddl in corso di approvazione, Veneto) e comunali (è il caso di Massa in Toscana) consentivano invece, nel rispetto delle dovute cautele, la bruciatura sul posto degli scarti derivanti da attività agricole e da giardinaggio.

Pienamente condivisibile quindi l’intervento del ministero dell’Ambiente, che, in un contesto molto più ampio (il ministro Gian Luca Galletti ha precisato che si vuole «rendere più efficiente l’intero sistema ambientale, su cui è fondamentale investire per il rilancio del Paese…con norme per fermare gli scempi compiuti sul territorio nazionale alle spalle dei cittadini e con misure immediatamente operative per difendere il nostro ecosistema, risparmiare soldi e velocizzare le procedure senza recedere di un millimetro sulla tutela dell’ambiente), consente la bruciatura in loco di sterpaglie e ramaglie derivanti da sfalci, potature o ripuliture dei fondi agricoli e forestali. Naturalmente in sicurezza».

Adesso si può quindi procedere, senza rischio di venire incriminati, nei periodi e negli orari individuati con ordinanza, Comune per Comune, dal sindaco, alla combustione sul posto del detto materiale agricolo e forestale, riunito in piccoli cumuli e in quantità giornaliere non superiori a tre metri steri per ettaro (un metro stero corrisponde a un metro cubo di materiale ligneo accatastato). La combustione dei residui è vietata nei periodi, individuati con provvedimenti delle Regioni, di maggior rischio per gli incendi boschivi.

Tutela biodiversità

Come si è detto, l’ambito di operatività del decreto è molto più ampio. Fra gli scopi perseguiti vi è la semplificazione delle procedure per gli interventi di bonifica e salvaguardia delle vocazioni ambientali dei territori, le iniziative per la conservazione delle specie a rischio e la tutela delle biodiversità. E ancora: gli interventi finalizzati a cancellare e superare le procedure di infrazione e di informazione iniziate dalla Commissione europea nei confronti dell’Italia, riguardanti (fra le altre): la cattura dei “richiami vivi”, i criteri di valutazione dell’impatto ambientale, i sistemi di cattura e inanellamento delle specie di avifauna, la protezione della vita selvatica, il commercio di specie protette, la tutela dell’ambiente marino e delle acque.


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