Bilancio 2013, il conto salato di un anno da dimenticare

BILANCIO ANNATA
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Nuove tasse, Pac più leggera, prezzi alla produzione insoddisfacenti. Questo il mix di novità che l’agricoltore italiano ha trovato a inizio gennaio nella calza di una befana beffarda e irriverente.

Purtroppo, non si tratta di uno scherzo, ma di una realtà caratterizzata da minacciose nubi che si affacciano all’orizzonte di un’annata che si preannuncia avara per il settore agricolo, causa i tagli sul bilancio agricolo comunitario e le imposte varate dal Governo prima del 31 dicembre. Il 2014 doveva essere per molti versi l’anno del rilancio, rispetto a un 2013 che ha visto quasi ovunque produzioni in calo a causa di un pessimo andamento stagionale e prezzi dei prodotti agricoli che anziché aumentare sono calati o, nei migliori dei casi, sono rimasti fermi.

Visto il micidiale cocktail di novità che attendono gli imprenditori agricoli, abbiamo cercato di fare due conti per verificare quanto peserà economicamente il tutto. Per fare questo, abbiamo preso a riferimento un’impresa agricola della Pianura Padana a indirizzo cerealicolo, che conduce 30 ha interamente in proprietà in provincia di Mantova.

Premi UE in calo già dal 2014

La nostra azienda agricola nel 2013 ha incassato circa 14mila euro di aiuti diretti derivanti dall’attivazione di tutti i suoi 30 titoli del valore di circa 460 € ciascuno.

Come noto, il 2014 alla luce della prossima riforma Pac che entrerà in vigore nel 2015 è da considerarsi a tutti gli effetti un anno di transizione, avendo la Commissione confermato le regole della programmazione precedente. Purtroppo, però, l’accordo politico raggiunto a Bruxelles aveva già delineato una riduzione progressiva dei plafond finanziari per la spesa agricola, allo scopo di raggiungere nel 2019 la cosiddetta convergenza dei premi verso un valore medio non solo nazionale ma anche europeo fra i 28 Paesi membri.

Di fatto, già dal 2014 scatta la prima decurtazione, essendo il plafond assegnato all’Italia di circa 3,9 miliardi, con un calo di quasi l’8% rispetto a un anno fa. Ciò significa, per la nostra azienda cerealicola, che a fine anno si prospetta un minor incasso di aiuti comunitari di circa 1.100 €. A peggiorare le cose, poi, bisogna considerare che l’impresa agricola che abbiamo preso a riferimento nel 2013 ha concluso gli impegni agroambientali del Programma di sviluppo rurale ai sensi della misura 214, iniziati nel 2009. A fronte di tali impegni, l’imprenditore percepiva ogni anno 169 €/ha.

Considerando che, a parte miracoli dell’ultimo momento, le regioni difficilmente riusciranno ad attivare per il 2014 nuovi bandi, si dovrà attendere l’anno successivo, il 2015, per permettere ai potenziali beneficiari di aderire ancora agli impegni dell’agroambiente. In definitiva, per il 2014, la nostra azienda dovrà rinunciare al contributo di 5.070 €, cifra percepita nei cinque anni precedenti.

Stabilità, quanto costa

Il 27 dicembre scorso, il Governo ha emanato la cosiddetta Legge di stabilità per il 2014, che brilla per una serie di nuove sigle (IUC, TASI, TARI, ecc.), che altro non sono che nuove imposte da aggiungersi alla vecchia IMU.

Su quest’ultima bisogna dire che, dopo la sospensione delle due rate del 2013 almeno per le imprese condotte da soggetti CD o IAP iscritti alla gestione previdenziale agricola, si ritorna a pagare, anche se in misura minore rispetto al 2012 (circa un terzo in meno). Comunque sempre più a confronto del 2013, anno per il quale l’imposta versata è stata pari a zero. Nel caso specifico, la nostra azienda pagherà durante l’anno all’incirca 1.900 €, sempre che il comune non aumenti l’aliquota da utilizzare nel calcolo dell’imposta.

I fabbricati rurali non sono soggetti all’IMU, ma lo saranno per la TASI, ovvero la tassa che dovrà sostenere i costi dei servizi indivisibili prestati dai comuni (illuminazione, manutenzione strade, ecc.) e la TARI, la tassa per il servizio di raccolta e di smaltimento dei rifiuti solidi urbani, che sostituisce la TARSU o la TIA o la TARES, in funzione di cosa i comuni avessero attivato precedentemente. Sta di fatto che, anche se i calcoli sono di difficile elaborazione e molto dipenderà da quali aliquote delibereranno i comuni, abbiamo stimato che il nostro imprenditore, possedendo una casa di abitazione e un capannone per il ricovero attrezzi, pagherà all’incirca 400 € in più rispetto all’anno precedente, che sommati all’IMU, faranno un totale di 2.300 € di nuove tasse. A parte il mal di testa per capire il funzionamento di questo coacervo di sigle, una cosa è certa, gli agricoltori pagheranno di più in tasse e imposte.

Prezzi e costi di produzione

Sul fronte prezzi, la domanda più frequente che si pongono i produttori, soprattutto quelli di cereali e oleaginose, è perché, a fronte di produzioni scarse, i listini non seguono inversamente la mancanza di prodotto.

Un comportamento opposto a quello che si studia sui libri di economia, secondo i quali in regime di costrizione di offerta, aumentano i prezzi, ma che probabilmente si spiega con la globalizzazione, termine sempre buono per commentare fenomeni che spesso non comprendiamo fino in fondo. Sta di fatto che grano, mais e soia registrano prezzi alla produzione decisamente inferiori a quelli di dodici mesi fa, con la soia che è calata del 12%, il grano tenero del 20% e il mais da granella addirittura del 27%.

La nostra azienda agricola, se vendesse oggi la produzione di cereali e soia, ottenuta fra l’altro a costi di produzione sicuramente maggiori, incasserebbe sulla piazza di Mantova 13.500 € in meno rispetto a un anno fa.

Tiriamo le somme

Non vogliamo essere catastrofici, ma per l’azienda agricola che abbiamo preso a riferimento, non ce ne voglia l’imprenditore, si preannunciano tempi ancora più incerti. Solo per il taglio della Pac, ed è solo l’inizio, la mancanza dei premi agroambientali e l’introduzione di nuove tasse ci sarà un salasso che complessivamente ammonta a 8.470 €. Se poi i prezzi di cereali e soia dovessero rimanere sui livelli attuali, per l’azienda si profilerebbe un tracollo, dal quale difficilmente potrà uscire.

In soldoni, significherebbe una botta da quasi 22mila euro in meno, su un fatturato annuo che mediamente si attesta sui 65mila euro.

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