Asia e bioenergie, doppia incognita

I fattori che influenzeranno i prezzi oltre alla concorrenza di sorgo, cereali a paglia e ddgs
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Il quadro mondiale del mais presenta da anni consumi e produzioni in costante aumento, con alternanza di annate ove gli utilizzi eccedono i raccolti e altre ove si registra l’opposto. Se la crisi del 2006/07 è stata il logico epilogo di un biennio 2005-2006 ove i consumi hanno regolarmente ecceduto del 2% le produzioni, dal raccolto 2007 a oggi abbiamo assistito a un triennio di produzioni superiori agli utilizzi e questo ha permesso la ricostituzione di un buon livello di scorte, concentrate soprattutto in Usa, principale paese esportatore, e in Cina (Fig. 1).

La produzione 2009 è confermata attorno agli 800 mio t, in linea con quanto registrato nelle ultime due campagne nonostante i raccolti non eccezionali in Europa, Brasile e Usa. Gli Usa hanno subito un notevole ritardo nella trebbiatura a causa delle avverse condizioni climatiche; la qualità media del raccolto, parzialmente compromesso dalla presenza di micotossine, ha imposto agli stoccatori un oneroso processo di essiccazione e, come diretta conseguenza, un incremento della percentuale di granella spezzata.

Nell’Emisfero Sud sono al momento migliorate le condizioni climatiche siccitose. In Argentina si prevede un calo delle superfici seminate, ma la produzione dovrebbe aumentare in modo significativo grazie a rese “normali” dopo un problematico 2008/09. In Brasile il nuovo raccolto, di inizio marzo, è atteso lievemente superiore alla passata stagione con ottime rese.

Sul fronte dei consumi, il 2009/10 vedrà la conferma di un ulteriore sensibile aumento sia della domanda alimentare che dell’utilizzo mangimistico e bioenergetico; per la prima volta i consumi totali dovrebbero superare gli 800 milioni di tonnellate, valore che è previsto incrementarsi anche negli anni a venire.

L’uso mangimistico, che rappresenta oltre il 60% della domanda mondiale vede un sensibile aumento in Usa (nda. +14% l’utilizzo bioenergetico), Cina e Sud America, mentre nelle altre aree “tradizionali”, tra cui l’Europa, gli utilizzi sono attesi sostanzialmente invariati a causa della perdurante crisi finanziaria che frenerebbe i consumi di carne (Fig. 2).

STOCK DI FINE CAMPAGNA
La campagna 2009/10 si è aperta con un livello di scorte mondiali oltre i 145 milioni di t, un livello ai massimi degli ultimi 10 anni, ma la previsione di utilizzi nuovamente superiori, anche se di poco, alla produzione mondiale dovrebbero riportare al 31 maggio 2010 le giacenze mondiali a ridosso dei 135 milioni di t; un livello ancora molto rassicurante considerando che, per il terzo anno consecutivo, vede le produzioni mondiali superiori ai consumi.

PROSPETTIVE 2009/10
In un tale contesto di mercato dinamico con produzioni e utilizzi in aumento e l’intrecciarsi di trend al rialzo sia per i consumi tradizionali che bioenergetici, gli scambi sono attesi incrementarsi del 2-3%, con origine principalmente Usa e destinazione Giappone e paesi dell’area Asiatica e del CentroSud America, ove a fronte di raccolti inferiori alle aspettative è da anni in costante aumento la domanda alimentare di carne e quindi mangimistica in generale.

Tra gli altri esportatori è da notare la costante presenza dal 2006 del Brasile, l’estrema volatilità dell’offerta argentina, di recente penalizzata dalla siccità (nda: “El Nino”) e da ultimo la prepotente comparsa sul palcoscenico mondiale dell’origine ucraina che negli ultimi tre anni si è ritagliata un ruolo da protagonista, soprattutto a discapito dell’origini europea e americana nell’area del Mediterraneo.

Sul fronte dei paesi importatori, oltre alla costante del Giappone con domanda pressoché immutata nell’ultimo quinquennio, si registra una sensibile flessione negli ultimi due anni dell’import da parte degli altri paesi dell’area asiatica, dovuta sia ad una maggiore superficie investita che a un miglioramento delle tecniche agronomiche con evidente incremento delle rese per ettaro. Da ultimo la volatilità della domanda europea, dalle problematiche annate 2006 e 2007, all’immediato ritorno a partire dal 2008 ai livelli di import del 2005 (Fig.4).

Sugli scambi, oltre a fattori “diretti” come i consumi alimentari e bioenergetici, influiscono con crescente rilevanza alcuni fattori “indiretti” come la concorrenza trasversale da altre colture. Dal 2008, con il ritorno a raccolti cerealicoli abbondanti in tutto il mondo, colture come il sorgo e cereali a paglia (principalmente dalla regione del Mar Nero) hanno parzialmente ridotto l’interesse verso il mais, senza considerare la subdola cannibalizzazione di parte della domanda maidicola da parte del “suo stesso” sottoprodotto derivante dall’estrazione del bioetanolo: i distillati (o Ddgs). Questi ultimi sono paragonabili dal punto di vista nutrizionale a una farina di soia di bassa qualità, con però il grande pregio di costare come, se non meno del mais; e Messico, Centro America e tutto il continente Asiatico (Cina inclusa) stanno gradualmente orientando parte della loro domanda mangimistica questa fonte proteica e calorica a basso costo.

PREZZI POCO ALLEGRI
Accennato ai nuovi fattori “calmieranti” le quotazioni mondiali (nda: Ddgs e altri cereali) e alla contingente situazione eccedentaria del comparto granario mondiale, lo scenario che viviamo suggerirebbe un equilibrio di mercato molto simile a quanto già visto nel 2006 e 2007. Tuttavia, rispetto ai primi anni 2000, si sono di recente aggiunti alcuni fattori che condizioneranno il mercato maidicolo anche nel prossimo decennio: il crescente consumo per bioenergia negli Usa e l’esplosione della domanda asiatica verso un maggiore consumo di carni e quindi di mangimi.

In un tale contesto evolutivo i prezzi mondiali, fatto salvo la variabile del cambio euro-dollaro, dovrebbero consolidarsi attorno ai 140-150 euro Cif Mediterraneo. Se da un lato questo livello di prezzo mondiale sarà garanzia di sostegno ai prezzi interni europei; dall’altro, con un’ottica diametralmente opposta, sarà anche una semi-condanna delle speranze di vedere incrementare significativamente il volume di esportazione dell’Eu-27; un prezzo Cif Mediterraneo a 140-150 €/t rappresenta “origine” per l’agricoltore europeo non più del prezzo d’intervento… e all’intervento c’è poco da state allegri.

Infine, un “flash” sulla piazza di Chicago (Fig.6): è evidente che le quotazioni non torneranno più ai valori minimi riscontrati sul finire dello scorso millennio (nda: i 2 $/bushel), ma potrebbero anche non tornare più ai valori “record” del 2008 (nda: 6-7$/bushel).

Fondi d’investimento e speculazione “esogena” permettendo il prezzo del mais sulla piazza di Chicago dovrebbero consolidarsi attorno ai 4 $/bushel, che al di là della media tra “massimi” e “minimi” è visto come un valore di equilibrio nell’attuale contesto evolutivo di domanda e offerta che si incrementano con trend “parallelo”. Fino a quando si manterrà questo apparente equilibrio?

È il grande interrogativo di chi vuole stimare i mercati oltre il 2020, quando, per certo, l’effetto “miglioramento delle tecniche agronomiche” in paesi come India e Cina potrebbe tendere a zero e ridurre quell’effetto oggi compensativo sulla necesstità di nuovi terreni da coltivare.


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