Ambrogio Invernizzi (Inalpi)

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Ambrogio Invernizzi

C’è chi scappa dall’Italia perché sostiene che fare industria nel Belpaese sia troppo complicato, e questo può essere vero, però c’è anche chi resta e anzi investe per valorizzare il vero made in Italy e fa di questa scelta strategica il tratto distintivo per differenziarsi nella giungla del mercato. Inalpi, nata come Invernizzi nel 1966, sempre di proprietà della famiglia fondatrice, alla fine dello scorso anno ha iniziato un percorso, certo non semplice, per costruirsi una filiera produttiva locale (concentrata tra la provincia di Cuneo dove ha sede il suo stabilimento, e di Torino) coinvolgendo i circa 450 soci delle cooperative conferenti (Piemonte Latte e Compral Latte) in un accordo basato su un preciso disciplinare di gestione delle strutture e delle modalità di produzione (alimentazione, stabulazione, mungitura, vasca di refrigerazione, ecc…). «Vogliamo coinvolgere i produttori nel nostro piano di sviluppo e che crescano insieme a noi», afferma il presidente Ambrogio Invernizzi.


L’azienda considera l’origine della materia prima il valore aggiunto su cui puntare. E come tutela il reddito dei produttori?


«Nell’accordo sul prezzo indicizzato del latte in Piemonte abbiamo riconosciuto ai costi di produzione un peso maggiore (34%) tra le tre voci che incidono sulla determinazione del prezzo stesso proprio perché garantire agli allevatori una redditività adeguata è fondamentale perché possano lavorare in sicurezza, scegliere buone materie prime per l’alimentazione e mantenere una gestione della stalla adeguata a realizzare una produzione di qualità.


Attraverso l’accordo di filiera che abbiamo proposto lo scorso dicembre e che, tranne qualche allevatore anziano con pochi capi, per il quale non ha senso fare degli investimenti nell’azienda, è stato sottoscritto da tutti i soci delle cooperative conferenti (96-98%), Inalpi vuole costruire una filiera solida e duratura. Per andare incontro ai produttori nelle operazioni di adeguamento che abbiamo richiesto è previsto un premio di 3 centesimi/litro di latte, da spalmare sulle singole voci del capitolato (stalla e benessere, ambiente, impianto di mungitura e stoccaggio, ecc…) assegnato a coloro che risulteranno a norma. Inoltre, per circa un anno, fino al 31 ottobre, non applicheremo nessuna multa né espulsione, ma i controlli, affidati all’Apa di Cuneo, serviranno solo per indicare ai diversi allevamenti cosa devono sistemare per mettersi in regola. Il nostro obiettivo è che tutti arrivino a prendere il premio perché solo così potremmo dire di essere riusciti nel nostro intento di realizzare la filiera Inalpi».


Per quanto riguarda i prodotti destinati all’industria, oltre all’accordo con la Ferrero stretto nel 2010 ne avete altri?


«L’accordo con la Ferrero, a cui destiniamo l’85-90% della produzione di latte in polvere, ha costituito un fattore determinante per l’incremento della competitività aziendale. Per realizzare la fornitura, Inalpi ha costruito l’impianto di sprayatura, unico in Itala, e grazie a questo progetto ha potuto ampliare la gamma dei prodotti. E sempre la fornitura alla Ferrero fa da propulsore al progetto, di cui parlavo prima, di realizzare una filiera Inalpi per avere una materia prima che possiamo garantire ai nostri clienti dell’industria di trasformazione e ai consumatori finali.


Oltre alla Ferrero abbiamo anche altri accordi di fornitura di latte in polvere, per esempio con l’azienda Fugar di Rimini che fornisce prodotti dolciari e per le gelaterie. Con Fugar stiamo valutando di mettere nelle gelaterie rifornite con latte Inalpi un sistema touch screen attraverso il quale i clienti potranno vedere da quale stalla proviene la materia prima. Un ampliamento dell’operazione di valorizzazione della filiera e di tracciabilità che permette già oggi ai consumatori di inserire nel nostro sito il numero di lotto che trovano sulla confezione e di visualizzare informazioni e immagini della stalla da cui proviene il latte utilizzato per ogni prodotto e dettagli sulla razza bovina prevalente, sull’alimentazione e sui valori medi di materia grassa e proteica».


Di recente avete lanciato un nuovo packaging per i prodotti consumer (fettine, formaggini, burro in panetti). Che progetti avete per sviluppare il mercato verso il consumatore finale?


«Vogliamo ampliare la distribuzione verso tutti i canali, sia quello professionale Horeca che verso la distribuzione moderna e i dettaglianti. Per farlo stiamo riorganizzando la rete vendita, dividendola nei due segmenti di destinazione, Horeca e gdo/retail. Vogliamo migliorare la distribuzione dei prodotti a marca, allargandola a tutto il territorio nazionale, al momento siamo assenti nel Nord Est, per esempio, siamo presenti in Lombardia, Piemonte, Lazio, poco in Emilia-Romagna, insomma abbiamo da lavorare in questo senso».


E l’export?


«Il nostro core business è concentrato in Italia, ma attraverso la partecipazione alle fiere abbiamo stabilito alcuni contatti con distributori internazionali. Esportiamo in Corea del Sud, Hong kong, Libano, Libia, Irak, Siria, Israele. Abbiamo le certificazioni Halal per i Paesi di religione musulmana che ci chiedono le fettine di formaggio, e quella Kosher per Israele con cui commercializziamo burro e latte in polvere».


L’allargamento dei mercati o della quota di mercato richiede maggiore materia prima. Avete in previsione di ampliare il numero di soci anche ad altre province del Piemonte o nel Nord Italia?


«Preferiremmo di no. Più i fornitori sono lontani più è difficile controllare. Vorremmo legare il nostro sviluppo agli allevatori che già conferiscono. L’obiettivo della filiera Inalpi che stiamo cercando di realizzare è proprio quello di costruire un programma di sviluppo comune in cui se cresciamo noi anche i produttori possano seguirci ampliando le aziende, aumentando la produzione».


Cosa pensa comporterà l’abolizione delle quote latte nel 2015 sia per Inalpi e come vi state preparando? E, più in generale, crede che il mercato italiano saprà reggere di fronte alla liberalizzazione produttiva?


«Inalpi si sta preparando ad andare avanti in maniera programmata per evitare di restare senza materia prima e di dover andare ad acquistarla sul mercato del latte spot; il che comporterebbe ovviamente perdite elevate. Per quanto riguarda l’Italia credo che la maggior parte dei produttori resteranno sul mercato. Con l’incremento della domanda mondiale di latte e derivati, proveniente soprattutto dai paesi emergenti, i prezzi alla stalla sono saliti e si sono ridotte le differenze tra le diverse aree del mondo, per esempio in Europa si va dai 40 ai 44,5 centesimi/litro. È vero che anche i costi di produzione in Italia sono elevati, ma proporzionalmente sono aumentati più altrove che da noi, quindi le condizioni produttive nel nostro paese oggi sono meno svantaggiose rispetto al passato».


Inalpi sostiene il master biennale di II livello in “Qualità, sicurezza alimentare e sostenibilità della filiera latte” dell’Università di Torino e partecipa ad altre iniziative per la formazione professionale, crede quindi che il settore primario e l’industria di trasformazione possano dare uno sbocco occupazionale ai giovani?


«Certamente. Crediamo che la via giusta per lo sviluppo dell’agroalimentare sia creare dei sistemi di filiera. E per la loro gestione sono necessarie figure specializzate e la formazione dei giovani può dare loro degli sbocchi occupazionali futuri».

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