Nei ristoranti italiani premiati i vini bianchi autoctoni

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Un’indagine realizzata da Nomisma – Wine monitor per l’Istituto marchigiano di tutela vini. Sulle carte i più presenti sono i friulani, seguiti dai trentini-altoatesini e siciliani

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Le etichette da vitigno autoctono rappresentano la metà delle proposte in carta nell’alta ristorazione della Penisola. È quanto emerge da un’indagine sulla presenza dei vini bianchi autoctoni nella ristorazione italiana segnalata dalle principali guide, realizzata da Nomisma – Wine monitor per l’Istituto marchigiano di tutela vini.

Dall’indagine emerge anche tutta la varietà del “vigneto Italia” (i 10 vitigni principali del Paese valgono “solo” il 40% dell’intera produzione nazionale). Una varietà che si sta rivelando sempre più un valore aggiunto per i ristoratori (220 gli intervistati tra sommelier, titolari e cuochi): su 126 etichette di vini bianchi in carta, sono 64 le etichette di autoctoni, un dato che sale a 106 (50% del totale) nei ristoranti di fascia alta. Qui, tra le regioni più rappresentate in carta, vince nettamente il Friuli VG (40%), seguito da Alto Adige (15%) e Sicilia (9%). «Una classifica – ha spiegato il responsabile di Nomisma Wine Monitor, Denis Pantini – che non riflette la forza sui mercati, ma che premia i vini che vincono sul piano dell’identità e della qualità».

“Che potrebbero fare di più”, emergenti, immancabili e onnipresenti: sono le quattro categorie che riassumono il tasso di penetrazione nelle liste dei vini con il potenziale produttivo in termini di superficie. Tra gli “immancabili” si trova il Friulano, assieme alla Falanghina, al Fiano e al Vermentino. In carta, l’autoctono più presente (con esclusione della regione di appartenenza del ristorante) è il Traminer del Trentino-Alto Adige, che si trova nell’84% dei casi, prima di Moscato (78%) e Friulano (74%). L’autoctono bianco “simbolo” del Friuli VG enoico, dunque, sventola ancora la sua bandiera di alta qualità.