Mercato e qualità. Gli Usa lanciano la sfida

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Gli americani iniziano a tutelare le produzioni con la definizione di standard per gli oli da olive. I parametri terranno conto delle proposte dei competitor emergenti ma non dovrebbero pregiudicare il commercio con l’Europa

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Creare un mercato unico per merci, investimenti e servizi tra Stati Uniti e Unione Europea è lo scopo del Ttip, Transatlantic trade and investment partnership. Si tratta di un accordo commerciale detto di “libero scambio” al quale stanno lavorando da circa due anni il Governo degli Stati Uniti e la Commissione Europea per l’abolizione dei dazi e l’uniformazione di leggi e regolamenti internazionali. Il trattato Europa-Usa abbraccerà un ambito di applicazione che solo nel settore agricolo comprenderà l’accesso al mercato per i prodotti agricoli e industriali, l’energia e le materie prime, le materie regolamentari, le misure sanitarie e fitosanitarie e i servizi. In estrema sintesi il Ttip si prefigge di abbattere le barriere doganali, unificare gli standard e in generale liberalizzare al massimo il mercato tra le due maggiori potenze occidentali, Usa e Unione Europea, detentrici di circa il 40% di Pil mondiale realizzando la più grande area di libero scambio del mondo. Alcune controindicazioni alla realizzazione di questo “sistema globale” potrebbero essere l’abolizione delle cosiddette barriere non tariffarie riconducibili a ragioni sanitarie, ambientali e l’unificazione degli standard tecnici tra cui rientrano anche quelli agricoli. Nel settore olivicolo Europa e Usa hanno storie e tradizioni molto diverse. L’elaborazione degli standard qualitativi degli oli di oliva europei è frutto di una a procedura estremamente lenta e negoziata legata al duplice ruolo assunto dalla Ue sullo scenario interno e su quello internazionale in sede Coi di cui è membro principale. Inevitabilmente ciò ha determinato che a livello internazionale la maggior pare degli standard qualitativi degli oli di oliva riflettessero in massima parte quelli degli oli europei. Su fronte opposto, l’attenzione americana sugli oli di oliva è un fenomeno piuttosto recente dovuto prevalentemente alla sempre più concreta valorizzazione della dieta mediterranea e dei suoi componenti e allo sviluppo di un business che appare molto promettente e livello mondiale. In questa futura prospettiva, dunque, è interessante valutare il grado di convergenza tra le norme che definiscono gli standard qualitativi degli oli di oliva europei e le corrispondenti disposizioni che regolano il mercato americano. Lo scenario comunitario Orientarsi nella legislazione comunitaria sugli standard europei e in quelli nazionali ormai di residua applicazione è piuttosto articolato. Siamo in presenza di varie norne equi-ordinate che si differenziano soltanto per il proprio campo di applicazione. Esse rappresentano l’elaborazione della politica agricola comunitaria in questo settore a partire dal 1966 con la nascita dell’Organizzazione comune di mercato nel settore dei grassi. A livello di definizioni trova applicazione l’Ocm unica dei prodotti agricoli che disciplina le denominazioni degli oli di oliva obbligatorie ai fini della commercializzazione dei prodotti all’interno di ciascuno Stato membro e negli scambi comunitari con Paesi terzi. Sono di importanza fondamentale per quanto riguarda il sistema di ottenimento dei vari oli. Tali definizioni esplicitano tassativamente i trattamenti permessi in fase di produzione degli oli da olive vietando ogni pratica di miscelazione con oli di altra natura. Il secondo pilastro è rappresentato dalla norme doganali sull’olio di oliva contenute nelle note complementari al cap. 15 della Tariffa Doganale. Lo scopo di tali norme è attribuire agli oli di oliva un codice fiscale di riconoscimento internazionale detto “codice di nomenclatura combinata” per monitorare a livello statistico i flussi internazionali di oli di oliva e applicare misure di politica fiscale quali dazi, Iva e misure di politica commerciale tipo antidumping, restrizioni alle importazioni/esportazioni, contingenti, ecc. Tali standard riprendono ex lege quelli relativi alle caratteristiche commerciali degli oli di oliva (vedi oltre) anche se rimane qualche disallineamento formale come nel caso dei diversi limiti di stigmastadieni negli oli vergini. Gli standard di commercializzazione degli oli di oliva sono invece oggetto dell’arcinoto allegato I al Reg CEE n.2568/91. Tali standard costituiscono la carta d’identità di ogni singolo olio. È lo strumento normativo attraverso cui l’Ue recepisce i progressi delle conoscenze scientifiche e tecnologiche al fine di tutelare la qualità e genuinità degli oli nel rispetto dei principi di libera concorrenza. La matrice dei circa 200 standard tecnici riportati e delle 11 metodiche analitiche impiegate rappresenta lo strumento di elezione per la lotta alle frodi. Completa la trama delle principali disposizioni regolamentari il Reg. CE n.29/2012 (4) relativo alle norme di commercializzazione dell’olio di oliva, tra cui un ruolo di rilievo spetta all’etichettatura disciplinata sin nei minimi dettagli. Gli standard nazionali, per effetto dell’integrazione europea hanno perso progressivamente la loro significatività e trovano applicazione residua e sussidiaria solo a livello di produzione di oli Dop e Igp. L’ultima parola spetta comunque alla Commissione Europea per il successivo riconoscimento. In ogni caso, tutte le disposizioni disciplinate da queste fonti hanno valore di legge e costituiscono fonti del diritto europeo. L’approccio Il quadro normativo americano è piuttosto giovane ed essenziale nella sua impostazione. Un dato su tutti: la mancanza sino al 2010 in Usa di una definizione compiuta di oli da olive. Ma vi è di più. La forma federale dello stato americano comporta una struttura legislativa alquanto differente da quella europea A livello alimentare la principale autorità regolamentare governativa con qualifica di Enforcement Agency è la Fda (Food and Drug Administration) che in genere, però, non si occupa di definire le caratteristiche di base dei prodotti alimentari. Regola fondamentalmente gli aspetti legati alla sicurezza dei prodotti a livello sanitario, di etichettatura e di introduzione sul territorio americano. Per quanto riguarda gli oli commestibili fissa alcuni parametri tossicologici come i livelli di solventi alogenati, pesticidi, aflatossine e metalli pesanti che devono essere rigorosamente rispettati qualunque sia l’origine e l’utilizzo alimentare degli oli. Il compito di definire la matrice delle caratteristiche degli oli di oliva è affidato invece al Servizio per il mercato agricolo (Ams) del dipartimento di Agricoltura Usa (Usda). Diversamente da quanto si possa pensare questa istituzione governativa, almeno nel settore degli oli di oliva, non emana atti legislativi in senso stretto e quindi vincolanti. Definisce standard commerciali ai quali si può scegliere di aderire in maniera volontaria ma dal momento in cui ciò avviene alcuni comportamenti diventano vincolati sia dal punto di vista attivo della produzione che passivo riguardo ai controlli. In sostanza agisce soprattutto da ente certificatore. Nell’ottobre 2010 l’Usda ha emanato la norma “United States Standards for Grades of Olive Oil and Olive-Pomace Oil” che ha sostituito quella precedente risalente addirittura al 1948. Nel complesso la ratio della norma appare multiforme. Si va dalla definizione dei oli toccando aspetti come la produzione, la commercializzazione, il controllo, il valore e la fiscalità. In pratica una sola norma per regolare tutto. A livello di definizioni esse ricalcano fedelmente quelle di matrice comunitaria compresa l’eliminazione dal mercato dell’olio di oliva vergine corrente. Ogni definizione nominale dell’olio è preceduta dall’acronimo U.S. che beninteso non contraddistingue l’origine di tutti gli oli made in Usa ma attesta soltanto la certificazione rilasciata dal dipartimento dell’Agricoltura americano sul prodotto secondo i propri protocolli che vanno dal campionamento, ai metodi di analisi e verifica degli standard analitici. Questi ultimi tengono conto di due aspetti fondamentali: l’aderenza ai parametri tecnici delle cultivar americane per favorire la volontarietà di adesione dei produttori locali e il rispetto dei limiti adottati in sede Coi (al quale gli Usa non aderiscono) per il confronto e l’apertura ai mercati internazionali. Il risultato si traduce nell’adozione di uno schema decisionale che si basa su tre tabelle che definiscono quali siano per ogni lotto di produzione le analisi obbligatorie, quelle di conferma e quelle supplementari. Per gli extravergini è previsto un tenore più alto di stigmastadieni e per i vergini l’adozione di mediane del difetto più basse a livello organolettico rispetto ai riferimenti Coi ed europei. Gli oli raffinati o provenienti da raffinazione possono essere inoltre vitaminizzati con aggiunta di alfa tocoferolo. La tutela delle produzioni locali viene attuata attraverso l’innalzamento dei limiti di acido linoleico e campestadiene. L’aver sapientemente adottato come base gli standard di riferimento di matrice Coi ne fa il documento di convergenza in prospettiva di un rafforzamento degli scambi tra Ue e Usa. California capofila La recente pubblicazione degli standard di oli di oliva da parte del dipartimento dell’Alimentazione e Agricoltrura della California (Cdfa) ha sollevato dubbi e interrogativi sull’effettivo significato del suo contenuto e su alcuni limiti giudicati estremamente protezionistici. Si tratta di un disciplinare che pur circoscrivendo per ora la propria azione agli oli di oliva prodotti in California per singole quantità superiori ai 5mila galloni per campagna, delinea per la prima volta l’approccio americano alla tutela delle sue produzioni olearie. Tale disciplinare, a differenza di quelli relativi alle produzioni i Dop e Igp europei, sembra piuttosto una disposizione normativa indipendente di primo livello definendo, infatti, le tipologie di oli ammessi e commerciabili, gli standard di qualità e genuinità, le modalità di etichettatura e confezionamento e di analisi merceologica. In sostanza costituisce il binario entro cui nei prossimi anni dovranno svilupparsi qualità e crescita del mercato oleario di un territorio che per estensione e popolazione può risultare determinante per lo sviluppo di tutto il settore olivicolo americano. Ciò premesso, tale disciplinare recepisce in forma obliqua, standard internazionali adottati a livello Ue e Coi, introducendo allo stesso tempo alcuni interessanti elementi di novità. Vediamoli. A livello di definizioni la terza categoria di oli vergini (ex corrente) è denominata “crude oil” che si aggiunge alle denominazioni Coi (ordinary virgin) ed europea (lampante olive oil). Per tali oli è sufficiente che l’acidità superi l’1% in acido oleico o che la mediana del difetto organolettico superi il valore di 2,5 per destinarli alla raffinazione o agli usi tecnici. Il messaggio è chiaro: viene ristretta la zona grigia di qualità. Su questa linea, per gli extravergini vengono ulteriormente ridotti i limiti di acidità e perossidi fissati dagli stessi standard americani introducendo nuovi indici molecolari di qualità come il tenore di digliceridi e feofitine recependo le più recenti innovazioni provenienti dalla comunità scientifica. La sfida e la scommessa sui mercati internazionali è innovativa: nel concetto di qualità entrano indici oggettivi che misurano la freschezza del prodotto. Per gli oli di oliva, sulla spinta degli stakeholders interni, è prevista la fortificazione con aggiunta di vitamine (tocoferoli) ma soprattutto l’applicazione del panel test per l’analisi organolettica seguendo un indirizzo autonomo rispetto a quello attualmente in discussione in sede Coi. Per sciogliere ogni residuo dubbio ai consumatori, vengono categoricamente vietate le etichettature “light, extra light” e similari adottando anche qui il criterio generale comunitario: light uguale meno calorie piuttosto che quello nordamericano dove light è uguale a tenue in colore e sapore. Il confronto Il mondo oleario americano è in movimento rapido vista l’accelerazione normativa ad allinearsi agli standard tecnici internazionali puntando decisamente sull’aspetto qualità. Allo stato attuale permangono alcune differenze tali da non pregiudicare un’integrazione e cooperazione tra i due partner (vedi tabella). Sul piano commerciale gli Usa tollerano oli raffinati vitaminizzati o etichettati “light” entrambi vietati nella Ue. Ci sono due modi per arrivare a una convergenza: il reciproco riconoscimento della regolamentazione o l’adesione a standard internazionali comuni (es. Coi) senza sacrificare le tradizioni e le aspettative di ognuno. C’è invece da attendersi posizioni più distanti su approcci di tipo sanitario dove dovranno confrontarsi principi di tutela differenti. Resta comunque una (non auspicabile) terza opzione: escludere dal negoziato di libero scambio i prodotti agricoli e alcuni prodotti alimentari come statuito nel 1996 in sede di accordo sull’Unione Doganale tra Ue e Turchia con prevedibili ripercussioni negative sull’import-export. A prescindere comunque da quelli che saranno gli esiti finali di questo negoziato una considerazione è d’obbligo. La sfida dei produttori americani al commercio e alla qualità degli oli da olive è ormai lanciata. L’humus colturale cui attingere in futuro per la definizione di nuovi standard di qualità e genuinità degli oli non sarà più circoscritto ai soli standard europei ma terrà conto delle proposte derivanti anche dai nuovi competitor emergenti. Cosa farà il Vecchio Continente?n I riferimenti normativi citati possono essere richiesti all’autore Il presente lavoro impegna per il suo contenuto solo l’autore e non l’amministrazione di appartenenza L’autore è Capo panel Agenzia delle dogane, laboratori e servizi chimici – Bari