Mercati globali e politiche di filiera

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Guido Zama, presidente dell’Oi Gran suino italiano, elenca le priorità per uscire dalla crisi. A partire dall’approvazione dei provvedimenti fermi al Mipaaf

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Concludere l’iter per l’approvazione di molti provvedimenti fermi sui tavoli ministeriali, dalla modifica al decreto salumi alla rivisitazione del decreto sulla regolazione dell’offerta di prosciutti dop e igp, fortemente sollecitata dal mondo degli allevatori; firma del disciplinare per l’ottenimento del marchio Sistema di qualità nazionale per la carne fresca del suino pesante e, per finire, definizione del pacchetto normativo per il riconoscimento delle Organizzazioni professionali (Op) e delle interprofessioni (Oi). E, non da ultimo, affrontare le tematiche sanitarie e ambientali abbandonando quella visione repressiva e vincolistica che ha condizionato negativamente il settore negli ultimi venti anni e che ha portato alla chiusura di migliaia di aziende e alla perdita di decine di migliaia di posti di lavoro.
Sono questi i capitoli che meritano di essere risolti in fretta. Lo chiede la suinicoltura italiana alle prese con una crisi strutturale e di mercato senza precedenti. E lo chiede a gran voce l’Organizzazione interprofessionale Gran suino italiano, l’unica interprofessione zootecnica italiana accreditata presso l’Unione europea, che rappresenta oltre un terzo della produzione suinicola dell’Emilia-Romagna (oltre 340mila capi commercializzati e 25mila macellati ogni settimana) e alla quale in regione aderiscono, tramite delega, più di cento allevamenti e alcune delle realtà più rappresentative dei comparti della macellazione, trasformazione e produzione di salumi e insaccati, quali Italcarni, Annoni, Zuarina, Galloni, San Michele oltre all’Organizzazione dei suinicoltori dell’Emilia Romagna (Asser), il Crpa (Consorzio di ricerche produzioni animali) e Unapros (Unione nazionale produttori di suini).

Troppa frammentazione
«La crisi della suinicoltura – spiega il presidente dell’Oi Gran suino Italiano, Guido Zama – va affrontata con un grande senso di responsabilità da parte delle componenti della filiera. È necessario l’impegno di tutti nell’individuare le strategie sulle quali far convergere politiche e risorse per rilanciare il settore e ridare redditività alle nostre produzioni sul mercato interno ed estero. Bisognerebbe ripartire dai consumi e da una corretta campagna di divulgazione delle proprietà organolettiche della carne suina, ancora considerata dai più un elemento nutrizionale negativo a dispetto di studi e ricerche che ne affermano invece il contrario».
La frammentazione da un lato e la contrapposizione dall’altro, che da sempre caratterizzano la filiera, non sono più sostenibili per il sistema, specialmente quando il valore aggiunto delle produzioni di eccellenza si rivela insufficiente a reggere carenze e diseconomie interne. Si perdono strada facendo troppe risorse e si assiste sempre più ad una dislocazione dei ricavi a valle della filiera, senza che nessuno operi concretamente per una netta inversione di tendenza.
«È ora – rimarca Zama – che questa contrapposizione lasci spazio a vere e proprie politiche di filiera finalizzate alla valorizzazione della carne suina italiana. Occorre rigenerare e rafforzare l’intero sistema per affrontare in maniera coesa la globalizzazione dei mercati, seguendo i percorsi di lavorazione e di qualità tipici della nostra tradizione suinicola. Non è strategico per il sistema Italia assecondare passivamente l’allontanamento dell’industria di trasformazione dalle produzioni di eccellenza del territorio».
In sintesi: le esportazioni di salumi e altri insaccati, che hanno registrato +6,5% rispetto al periodo gennaio-ottobre 2013, devono diventare il fattore trainante della suinicoltura italiana e la trasformazione deve a sua volta trovare nella filiera le condizioni per valorizzare al meglio la materia prima proveniente dalle aree di lunga tradizione. E gli allevatori? Bisogna creare per loro le condizioni necessarie e liberarli da eccessivi oneri e vincoli.
«Negli ultimi anni molti allevamenti e industrie hanno chiuso i battenti – lamenta con preoccupazione il presidente Zama –. Un epilogo annunciato perché la suinicoltura italiana subisce da tempo gli effetti di una pressione burocratica e legislativa asfissiante aggravata da una distorta applicazione delle norme comunitarie che l’ha penalizzata e resa meno competitiva. Si dia davvero inizio a un nuovo corso: occorre un patto strategico con le istituzioni che ponga al centro la semplificazione e l’applicazione di norme ambientali e sanitarie da attuarsi con modalità e procedure che siano economicamente e gestionalmente sostenibili per gli allevatori».

Canali: «Meno vincoli»
«Tale percorso – conclude il presidente dell’Oi Gran suino italiano – può compiersi solo se in Italia, al pari degli altri paesi Ue, si costituisce un’unica interprofessione suinicola di dimensione nazionale in grado di definire indirizzi di settore rivolti al mercato interno ed estero. Occorre pertanto che le istituzioni, a partire dal ministero dell’Agricoltura fino a tutte le componenti della filiera, tralascino veramente gli interessi personali e di bottega per concentrarsi sulla tutela della nostra suinicoltura».
Interviene Claudio Canali, allevatore forlivese e vicepresidente di Confagricoltura Emilia-Romagna: «Sono troppi i vincoli e le norme restrittive che generano un costo insostenibile per le aziende e che limitano la competitività della filiera – osserva –. Auspichiamo che le risorse del nuovo Piano regionale di sviluppo rurale dell’Emilia-Romagna siano sempre più finalizzate a supportare le aziende nel processo di innovazione e internazionalizzazione e ad affinare percorsi di reale aggregazione. Dobbiamo investire nell’ammodernamento della filiera, al fine di generare un valore aggiunto grazie anche alla qualità delle nostre produzioni da ridistribuire equamente all’interno della filiera, e operiamo condividendo politiche e strategie con le regioni limitrofe, in primis Lombardia, Veneto, Piemonte. Un impulso vitale al raggiungimento di questo obiettivo, lo potrà dare anche il sistema creditizio e bancario».
Il tema della ricerca e della partecipazione all’innovazione nel sistema europeo, è un fattore strategico. Per questo motivo l’Oi Gran suino italiano ha lavorato assiduamente per accreditarsi a Bruxelles nell’ambito della fase di costituzione del partenariato europeo di ricerca sul settore suinicolo. Attualmente collabora a un progetto Ue nel quadro del programma di ricerca Horizon 2020 sul miglioramento dell’alimentazione e della genetica suinicola che ha già superato il secondo step di valutazione da parte della Commissione europea.