Tabacco, crollano ettari e consumi

MERCATO
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In appena un anno sono scomparsi quasi 6 mila ha di terreno (-19,8%), oltre 19 mila t di prodotto (-21,4%) e poco meno di 2 mila aziende (-31%). Ma per comprendere lo stato di sofferenza del settore tabacchicolo italiano basta volgere lo sguardo al decennio scorso.

Nel 2001 si coltivavano quasi 40 mila ha di tabacco, oggi siamo a poco più di 22 mila; la produzione sfiorava le 130 mila t, oggi si ferma a 70 mila; le imprese attive erano oltre 26 mila, nel 2011 non arrivano neanche a 4 mila.

«È indubbio che stiamo attraversando una fase di profonda riorganizzazione del settore» spiega Denis Pantini, direttore area agricoltura e industria alimentare di Nomisma, che ha curato il XVI Rapporto sulla filiera del Tabacco. «A monte la tabacchicoltura italiana sta subendo, da circa decennio, un calo della produzione, che si è trasformato in crollo nel 2011». A innescare la caduta è stata la fine del regime degli aiuti accoppiati, che ha spinto molte aziende a orientarsi verso colture con costi produttivi inferiori. A partire dal 2010 il tabacco è stato parificato alla maggioranza delle altre produzioni agricole e i sostegni economici sono stati pienamente integrati nel regime di pagamento unico. Vero è che per attutire le conseguenze del cambiamento sono state introdotte nei Psr misure supplementari di sostegno, che ora rappresentano il 50% dell’importo, anche se buona parte dell’aiuto è legata alla sostenibilità ambientale.

In questo quadro disincentivante si è inserita la crisi, che per molti consumatori ha rappresentato un’ulteriore molla per smettere di fumare: le vendite di sigarette sono diminuite dell’1,8% nel 2011, del 7,8% nel 2012 e del 9,5% nel primo trimestre dell’anno. Il calo più profondo mai registrato nella storia del tabacco. «In realtà le statistiche ci dicono che il numero di fumatori cala dell’1% l’anno. Questo significa che si sta allargando il mercato illegale» che per Nomisma sfiora il 10% del totale. Il terzo macigno che pesa sul settore si chiama Direttiva Prodotto, la norma europea che regola la produzione, l’etichettatura e la vendita dei prodotti da fumo. «A preoccupare è soprattutto la misura che riguarda il packaging: oltre alle avvertenze e alle immagini shock, si vorrebbe introdurre un pacchetto standard, che favorirebbe ancora di più l’illecito».

C’è da dire che questa ristrutturazione non riguarda solo noi, ma è un fenomeno globale. La produzione si sta spostando dai Paesi ricchi agli emergenti: il primo continenente per importanza è l’Asia (65% quota, +3,6% produzione 2011), seguita dalle Americhe (20,9%, +8,1%) e dall’Africa (9,9%, +13,5%). Decisamente marginale l’Europa (4% quota), che nel 2011 ha subito un calo produttivo del 13,1%, analogo a quello degli Stati Uniti (-16,4%), anche se resta la più importante area di importazione di tabacco greggio al mondo. Di contro spiccano l’exploit del Brasile (+21,5%), dell’India (+16,9%) e di molti Paesi africani.

Il nostro Paese resta comunque un grosso giocatore: quattordicesimo produttore mondiale e primo europeo con oltre il 23% della quota, può contare su alcune peculiarità – forte specializzazione, artigianalità e stretti legami tra sistema agricolo e manifatturiero – che offrono spiragli di speranza. La riorganizzazione ha anche fatto crescere l’efficienza della filiera – passata da 1.916 t/azienda tabacco trasformato nel 2001 a 2.905 t/azienda nel 2011 – mentre le rese sono tra le più alte al mondo.

«Purtroppo la nuova Pac non lascia presagire grandi prospettive. Certo è positivo che sia stato ridotto l’impatto della convergenza; d’altro canto il fatto che il tabacco non figuri tra le colture che possono ottenere gli aiuti accoppiati non è un buon segnale». I margini di manovra per scongiurare il rischio di smantellamento del settore non sono dunque ampi, ma non bisogna demordere: «occorre incentivare accordi pluriennali di filiera tra produzione e manifattura e far sì che la tabacchicoltura possa usufruire di tutti gli strumenti Pac».

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