Melone, serre fredde con Eva

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È il telo migliore per questo tipo di coltura. Lo dice un produttore della pianura bolognese

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Pianura bolognese, un territorio particolarmente vocato per la produzione delle cucurbitacee; cocomero e melone hanno da sempre rappresentato un’importante coltura per il mondo agricolo. Nel tempo i produttori hanno sviluppato tecniche e saggiato materiali alla ricerca della soluzione migliore per produrre qualità, quantità e far tornare i conti aziendali. Tra l’altro, anche l’impiego delle plastiche si è evoluto nel tempo, seguendo la disponibilità di nuovi materiali. Ne parliamo con Valter Bussolari che produce meloni e cocomeri dal 1988. L’azienda è di 24 ha che per il 2015 prevede 8 ha destinati al frumento, mentre i restanti 16 ha sono destinati a melone e cocomero equamente divisi tra serra fredda e pieno campo. «Quest’anno – inizia Bussolari – in serra abbiamo solo 3mila m² di cocomero e i restanti 72mila m² sono a melone. In passato producevamo più cocomero, ma col tempo per esigenze di gestione aziendale abbiamo privilegiato il melone». I tunnel sono coperti con teli in Eva; è sempre stato così? « Abbiamo iniziato con un doppio telo. Il primo in Pvc e il secondo in politene, ma non era la soluzione migliore per le nostre esigenze. Inoltre, mentre con il Pvc riuscivamo a fare anche cinque stagioni, ogni anno il telo in politene doveva essere sostituito con un importante impiego di manodopera». Come avete risolto questi problemi? «Il materiale migliore tra tutti quelli in commercio era il telo in Eva. Così siamo arrivati a quest’anno: abbiamo una copertura con un solo telo in Eva con additivi che garantisce un’elevata trasparenza, per sfruttare al meglio la radiazione solare e, al tempo stesso, la giusta protezione delle piante dagli abbassamenti di temperatura che in primavera sono sempre dietro l’angolo in queste zone, soprattutto dopo i trapianti di marzo. Ricordo ancora il 1991 quando nevicò a metà aprile». Quali altre caratteristiche offre questo telo? «È un telo che viene venduto per una durata di 36 mesi, ma noi riusciamo a utilizzarlo fino a 4-6 anni consecutivi senza perdere le prestazioni che ci interessano. Otteniamo così una copertura fissa da sfruttare per un numero superiore di stagioni e per moti cicli colturali, considerando che su una metà delle serre di melone facciamo un doppio ciclo annuale. Raccogliamo meloni fino a settembre. Poi non dobbiamo dimenticare che è un materiale dotato di un trattamento antigoccia per evitare il fenomeno della condensa e la conseguente formazione di gocce». Quindi serre fisse che rimangono sullo stesso terreno per numerosi cicli colturali; come vengono gestite e organizzate? «Una volta terminata la raccolta ripuliamo le serre dai residui colturali e lavoriamo il terreno, posizioniamo la nuova pacciamatura ed irrighiamo. Poi chiudiamo le serre, già in luglio-agosto, dove non facciamo il secondo ciclo colturale. In questo modo si effettua un’ottima solarizzazione, che ci permette di godere di importanti vantaggi nella gestione delle infestanti e delle malattie fungine». Quale tipo di pacciamatura utilizzate? «Un telo di 4,5 metri di larghezza in politene additivato doppio per evitare le spaccature dovute al caldo, così da poter fare anche con questo materiale un doppio ciclo di melone. Quindi dall’estate o comunque dalla fine del ciclo le serre preparate per i trapianti della stagione successiva restano chiuse e pronte per essere utilizzate. A metà febbraio dell’anno successivo entriamo nelle serre destinate alle varietà precoci per posizionare un ulteriore “tunnellino” sulla pacciamatura, sempre in Eva ma senza le caratteristiche particolari di quello esterno. Diciamo che si tratta di un film plastico in Eva “normale”. Nelle serre dove verranno trapiantate le altre varietà questo secondo “tunnellino” non viene utilizzato. Nel 2015 i trapianti delle precoci sono iniziati il 6 marzo, mentre per le altre siamo andati alla fine del mese». Che ruolo gioca la tecnica del secondo “tunnellino”? «Offre una spinta in più alla pianta appena trapiantata – specifica Valter – perché scalda di più il terreno in un periodo di poca luce e di basse temperature. Una volta che la pianta ha attecchi to lo alziamo di 20-30 cm su entrambi i lati e lo manteniamo così fino a che la pianta non ha raggiunto le dimensioni di 1 m, poi lo togliamo. Arrivati a primavera, le piante si sviluppano a pieno regime e abbiamo il problema opposto, le temperature alte. Dobbiamo ombreggiare perché altrimenti i frutti in maturazione si scottano. Trattiamo con calce i tunnel ancora produttivi e quelli destinati al doppio ciclo. Questo tipo di ombreggiatura si dilava facilmente con la pioggia tanto che alle volte siamo costretti a ripetere il trattamento. In particolare dobbiamo ombreggiare i secondi cicli perché altrimenti in fase di trapianto le piantine si “strozzano” al colletto e dopo qualche tempo, quando crescono, le perdiamo».