Mais contaminato, piano in arrivo

MICOTOSSINE
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Primo, le soglie non si toccano perchè con la salute non si scherza. Non ci sarà deroga sui tenori massimi consentiti di aflatossina B1 nel mais, fissati peraltro da una norma comunitaria.

Secondo, dopo mesi di incertezza, sta per essere ufficializzato un «orientamento generale» o provvedimento sulla gestione del mais contaminato da aflatossine. Mittente il ministero della Sanità in accordo con il Mipaaf.

Terzo, il prodotto “inquinato” e lo scarto prenderanno la strada del biogas. Lo spiega Paolo Abballe, responsabile cereali per Coldiretti: «Da 15 giorni stiamo lavorando a una posizione comune assieme ai Cap».

Dovrebbe dunque sbloccarsi anche la liquidazione di molte partite di mais sinora rimaste nel limbo (stoccate o respinte al mittente in certi casi). Arriva anche qualche dato, provvisorio, sul livello di contaminazione: «Gran parte del prodotto è recuperabile» assicura Abballe. Ma quanto prodotto è contaminato? «Sono colpiti Veneto, bassa Lombardia ed Emilia-Romagna, meno danneggiato il Friuli, esente il Piemonte». E i numeri? «Il 25% della produzione è compromesso, ma gran parte di questo è recuperabile attraverso una cernita meccanica per scartare chicchi spezzati e sporco» dove si concentrano le aflatossine.

C’è un caso ancora peggiore, le partite con livelli di contaminazione troppo elevati per poter essere ripuliti meccanicamente: «La soluzione è il biodigestore» conferma Abballe.

Resta da capire chi sosterrà i costi aggiuntivi per “risanare” il prodotto: su quali spalle finiranno? Quelle del produttore o dello stoccatore? Vedremo. Intanto Abballe ricorda che «abbiamo chiesto al Mipaaf un provvedimento per tenere conto di questo aggravio che i produttori dovranno sostenere, in particolare nelle aree terremotate».

Nel frattempo, cosa abbiamo mangiato? Abballe è rassicurante: «Sinora sono state consumate le scorte e comunque le Asl hanno sempre effettuato i controlli».

E in effetti navigando su internet troviamo la circolare del 14 settembre vistata dal ministero della Salute che mette in allerta regioni e istituti zooprofilattici circa la contaminazione del mais e il rischio di trasferire l’aflatossina B1 agli animali e al latte. Infittisce i controlli sul mais pronto per la commercializzazione (consumo umano e animale) e sul latte. Sollecita l’autocontrollo per evitare che partite contaminate passino ai successivi stadi di lavorazione. Il Ministero ricorda inoltre che non è consentito diluire materie prime contaminate con altri mangimi per abbassare i limiti (direttiva 2002/32/Ce).

Insomma una moltiplicazione di controlli presso silos e altri siti di stoccaggio che spiega, almeno in parte, il rallentamento degli scambi sul mais nazionale.

E quello che arriva dall’estero subisce gli stessi controlli? «Normalmente le partite di provenienza extra-comunitaria sono accompagnate da un certificato sanitario. Noi lo abbiamo chiesto anche per quelle di origine comunitaria». Si riferisce ai paesi dell’Est, all’area del Mar Nero (anch’essa colpita pesantemente dalla siccità): «Le partite vengono controllate all’inizio, alla partenza. Chiediamo un certificato supplementare che attesti l’assenza di aflatossine, senza peraltro voler criminalizzare nessuno».

Dunque, qualcosa si muove, dipenderà poi dai Cap declinare queste linee generali all’interno di ogni territorio. Emanuele Barattin, ad esempio, presidente del Cap di Treviso e Belluno, due essiccatoi, 30 punti di stoccaggio, non ha esitazioni: «Abbiamo ritirato tutto il mais e lo pagheremo al prezzo di borsa (la media di tre sedute). Lo scarto ce lo accolliamo noi per salvaguardare i soci. In fondo, è lo statuto a prevedere che i Cap calmierino i prezzi». I clienti si difendono anche così.

Ma lo scarto dove finirà? «Vedremo».

Non rischiamo così di mettere tutti i cerealicoltori sullo stesso piano, chi ha prodotto un mais sano e chi contaminato? «L’annata è stata eccezionalmente negativa, epocale. Le produzioni sono crollate anche del 60-80%, peggio ancora in provincia di Padova e Rovigo dove non c’era l’acqua. La siccità ha colpito ovunque, inclusi Stati Uniti ed Europa. E con la siccità sono arrivate le aflatossine. D’altra parte, è anche vero che la catena della gestione del rischio va migliorata prima in campo (dove tutti hanno irrigato, ma in quanti hanno fatto i trattamenti?) e poi negli essiccatoi (per acquistare altri silos e tener separate le varie tipologie di prodotto: il migliore, il peggiore, l’intermedio)».

Sulla stessa linea Marco Calaon, presidente della Coldiretti di Padova, una delle zone dove la siccità ha picchiato più duro: «Da 100-120 q/ha siamo scesi a 25-30 q/ha». Come Coldiretti hanno condiviso il piano strategico dei Cap di Padova, Venezia e Rovigo: «Ogni partita è stata campionata, separata in funzione della carica batterica e pulita, setacciata e arieggiata per eliminare la parte contaminata».

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