L’odissea dei Caa

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E dei produttori costretti a riseminare

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Da una parte gli agricoltori, che fanno domande e vogliono certezze. Dall’altra una burocrazia ancora più caotica e disorganizzata del solito. In mezzo: loro, i tecnici dei centri di assistenza, meglio noti come Caa. Ne abbiamo sentiti due, ubicati nel Centro Italia ed emanazione dei Liberi Agricoltori. Riseminati interi campi – Cominciamo dalle Marche. Onelio Cingolani fa parte del Caa di Macerata e, come tanti colleghi, non sa più come uscire dal caos-Pac. «Le informazioni sono arrivate troppo tardi; per non parlare degli atti concreti, come le circolari di attuazione. Da queste parti si fa soprattutto grano e le semine si concludono tra fine ottobre e metà novembre. Così quando abbiamo avuto le prime notizie, provvisorie, molti produttori avevano già completato le semine e sono stati costretti a lavorare e riseminare interi campi per rispettare la diversificazione». Pratiche sospese – Le cose non sono migliorate con il passare dei mesi: «A 30 giorni dal termine per la consegna delle domande, non ne abbiamo pronta nemmeno una. Come se non bastasse, i supporti informatici non funzionano o funzionano a singhiozzo: non si riesce a completare una pratica». Validazione impossibile – «Uno stallo che – continua Cingolani – ha effetti pesanti su tutta la vita aziendale. La validazione della pratica è necessaria per molti altri documenti, a cominciare dalle domande per il carburante agevolato. Senza la validazione del fascicolo non è possibile stampare i buoni e così gli agricoltori non riescono a ottenere quanto spetta loro». Il risultato è prevedibile: delusione e sconforto. «Non soltanto da parte degli agricoltori, che ovviamente restano increduli di fronte a tanta disorganizzazione, ma soprattutto da parte nostra: non si può lavorare in queste condizioni». Fare e disfare – Gli fa eco, da Viterbo, Augusto Venarucci, responsabile provinciale del locale Caa, che serve un migliaio di aziende circa. «Il Ministero se ne esce ogni settimana con un decreto che spesso ne smentisce un altro emesso poche settimane prima. Secondo, il sistema informatico applicativo è molto lacunoso: quando proviamo a fare le pratiche, una funzione non è attiva, per l’altra manca l’icona, per un’altra ancora bisogna aspettare che Agea abbia stipulato la convenzione…in poche parole non c’è modo di archiviare una pratica». Duro in monocoltura – Secondo il responsabile del Caa laziale, l’incertezza è la cosa che più indispettisce i produttori. «Al secondo posto troviamo le regole del greening, arrivate tardi al punto da costringere più d’uno a riseminare interi campi. Penso alle aziende del viterbese settentrionale, dove si fa, da sempre, monocoltura di grano duro. Seguono il territorio di Tarquinia e Tuscania, dove l’alto viterbese degrada verso il mare. Qui si coltivano pomodoro e asparago e pochissime aziende fanno diversificazione. Il resto della provincia produce soprattutto olivo e nocciolo e dunque i seminativi sono molto più ridotti». Paura di sbagliare – In generale, gli agricoltori hanno diversificato con le proteiche: «Quasi tutti hanno seminato medica o erbaio di trifoglio, ma c’è stato anche chi ha messo alcuni terreni a riposo. Per esempio, chi aveva delle superfici inquadrate come pascolo naturale, su cui faceva soltanto uno sfalcio, ha preferito rinunciare a quest’ultimo piuttosto che imbarcarsi in una nuova coltura».