L’export va. Ora tocca all’Italia

EDITORIALE
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Ogni volta cerchiamo disperatamente di iniettare un minimo di ottimismo, aggrappandoci a qualsiasi timido segnale che possa far pensare positivo, ma la realtà ci rimette sempre con le spalle al muro. Così, anche gli ultimi dati sul primo semestre 2014 confermano il trend negativo, -4,4% sul primo semestre 2013 (vedi articolo su questo numero), e poco consola sapere che a livello europeo (media di 25 paesi dell’Ue) le immatricolazioni dopo i primi sei mesi dell’anno si sono fermate a loro volta a quota 84mila unità, vale a dire il 5% in meno rispetto allo scorso anno. Se torniamo indietro al 2000 (non vogliamo farci troppo male…), in Italia si registravano oltre 32mila trattori, mentre nel 2013 a mala pena abbiamo superato le 19mila unità. Il 42 per cento in meno… E non va meglio per le mietitrebbie, calate del 35% nello stesso lasso di tempo. A cosa ci si può aggrappare in situazioni come questa? “La grave crisi del mercato nazionale – si legge nel comunicato di FederUnacoma che accompagna i dati del primo semestre – non impedisce tuttavia una crescita della produzione, legata all’incremento della domanda sui mercati esteri e quindi alle esportazioni. L’industria italiana delle macchine agricole, che nel 2013 ha registrato un fatturato pari a 7,7 miliardi di euro (+3,3% sul 2012), si prevede chiuderà l’anno con ulteriori incrementi di produzione così come lascia prevedere l’andamento dell’export. Dopo aver ottenuto nel 2013 una crescita complessiva delle esportazioni del 5,8%, nei primi quattro mesi dell’anno in corso l’industria italiana – secondo i dati Istat sul commercio estero – ha conseguito ulteriori incrementi: +3,4% in valore per le trattrici (539 milioni di euro) rispetto allo stesso periodo 2013, e +4,6% per le altre macchine ed attrezzature agricole (1 miliardo e 89 milioni di euro)”. È in effetti da tanto tempo che mettiamo in evidenza come il successo, per non dire la sopravvivenza, delle aziende italiane di meccanizzazione agricola (ma non solo) sia legato al fatturato che riescono a realizzare all’estero, arrivato ormai in molti casi a percentuali oltre il 90%. Ed è quasi pleonastico sostenere che c’è qualcosa in casa nostra che non va, per un insieme di fattori che abbiamo periodicamente sottolineato su questa rivista. Primo fra tutti forse la difficoltà nel fare reddito da parte degli agricoltori. Che adesso, assieme ai contoterzisti, sono in attesa di sapere cosa riserveranno per loro i vari Psr presentati nelle settimane scorse. Forse è l’ennesima occasione in cui aspettano il contributo per decidersi a rinnovare il proprio parco macchine (ma sarebbe meglio una redditività indipendente dai contributi). Ma al di là dei Psr, sicuramente graditi se dovessero aiutare a invertire la rotta, è davvero impossibile prevedere degli interventi strutturali in grado di far ripartire questa macchina? Oppure dobbiamo rassegnarci all’idea che il mercato italiano dei trattori e delle macchine agricole è destinato a diventare un mercato “minore”? Nel frattempo, la maggior parte dei costruttori nostrani continua a puntare sull’export grazie a un Made in Italy che dà da vivere e continua a confermare la validità e l’affidabilità della tecnologia italiana applicata alle macchine agricole.


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