Le prime barbatelle innestate su serie M

Portinnesti anti global warming L’articolo Le prime barbatelle innestate su serie M è un contenuto originale di Vigne Vini.

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Portinnesti anti global warming

L’articolo Le prime barbatelle innestate su serie M è un contenuto originale di Vigne Vini.

Quattro paia di “scarpe” nuove per sostenere la marcia del vigneto italiano. Da quest’anno sono infatti per la prima volta a disposizione dei viticoltori le prime barbatelle innestate sui nuovi portinnesti della “serie M”. Un’innovazione che può essere importante e decisiva per fare fronte al mutamento delle condizioni pedoclimatiche di molte zone viticole italiane, frutto di un’attività di ricerca portata avanti dall’Università di Milano sin dai primi anni ’80 e che riannoda i fili di un’attività di miglioramento genetico non più frequentata con assiduità da fine ‘800.
È infatti ormai da più di un secolo che la vite calza sempre gli stessi “modelli”: è arrivato il momento di rinnovare il guardaroba.
«Anche perchè – afferma Ermanno Murari dei Vivai Cooperativi Rauscedo – la gamma dei portinnesti storici non è più adeguata alle esigenze della viticoltura moderna».

Tab. 1 – Il pedigree dei nuovi portinnesti

Portinnesto Genitore materno  Genitore paterno  Principali caratteristiche
M1 106/8

(V. riparia X V. cordofolia X V. rupestris)

Rassenguier n.1

(V. berlandieri)

Ridotto vigore, elevata resistenza a clorosi ferrica e salinità
M2 Teleki 8B

(V. berlandieri X V. riparia)

333EM

(V. vinifera X V. berlandieri)

Vigore medio, buona resistenza alla clorosi ferrica e media resistenza alla salinità
M3 R27

(V. berlandieri X V. riparia)

Teleki 5C

(V. berlandieri X V. riparia)

Ridotto vigore, elevata efficienza nell’assorbimento del potassio e bassa resistenza alla salinità
M4 41B

(V. vinifera X V. berlandieri)

Rassenguier n.1

(V. berlandieri)

Vigore medio, ottima resistenza alla siccità, elevata alla salinità
portinnestiserieM

Diverse morfologie fogliari dei nuovi portinnesti sertie M

Biodiversità da ampliare
Delle 40 varietà portinnesto coltivate nel nostro Paese, le prime cinque concorrono per più dell’90% del totale degli innesti realizzati nell’ultimo triennio.
Si tratta di Kober 5BB (23%), SO4 (22%), 110 Richter (21%), 1103 Paulsen (17%), e 140 Ruggeri (11%). Una biodiversità limitata che a volte si può rilevare insufficiente a fornire risposte adeguate per tutti gli areali produttivi.
«In effetti – spiega Lucio Brancadoro dell’Università di Milano – i portinnesti ancora oggi dominanti, selezionati con gli obiettivi principali della resistenza alla fillossera (ancora ben presente in Italia) e della tolleranza alla clorosi ferrica, sono stati ottenuti da incroci tra Vitis riparia e V. berlandieri o tra V. berlandieri e V. rupestris effettuati con un numero esiguo di genitori, il che riduce notevolmente la loro variabilità genetica».
L’impatto del global warming
Oggi però il global warming ha rimescolato le carte in tavola, mettendo in primo piano la necessità di prediligere e ricercare caratteristiche di resistenza alla siccità e ai suoli calcarei. Anche in quest’ultima annata, mediamente piovosa, ci sono state infatti zone come la Sicilia orientale in cui le precipitazioni sono state estremamente scarse. Tanto che i viticoltori di molte zone vocate, non solo del Sud, hanno imparato a fare i conti con problemi legati anche all’efficienza del portinnesto come lo stress idrico, salinità dei suolo e delle acque, suoli clorosanti, carenze nutrizionali. «La scelta del giusto portinnesto – conferma Murari – deve essere legata alle caratteristiche del suolo, alla fittezza dell’impianto e, soprattutto, alla possibilità di irrigazione. E alle nuove tipologie di portinnesti frutto della rinnovata attività di ricerca che sta prendendo piede non solo in Italia si richiedono adeguate doti di rusticità, resistenza a calcare, siccità, salinità ma anche maggior efficienza nell’assorbimento delle sostanze nutritive, facilità all’innesto e vigore contenuto».

Ricerca e sviluppo commerciale

Una sfida raccolta dall’Università di Milano e dal progetto Ager – Serres , sostenuto da 13 Fondazioni bancarie, che ha consentito, a partire dal 2011, di portare a compimento il progetto di miglioramento genetico delle prime quattro varietà di portinnesti della serie M. Una lettera che ne vuole mettere in evidenza proprio l’origine milanese e la propensione tutta lombarda di mettere insieme innovazione e tradizione, passione e impegno, mondanità e affari. La vite è la più classica delle nostre colture e il vino italiano è in perenne evoluzione, ma apparentemente sempre uguale alla sua ricetta tradizionale. L’alta moda, di cui Milano è una capitale internazionale, insegna che per rinnovare le linee d’abbigliamento più classiche ed eleganti occorre intervenire sugli accessori. Lo stesso ha fatto l’ex Istituto di coltivazioni arboree dell’Università di Milano, convincendo alcune delle più importanti aziende vitivinicole che il rinnovamento del vigneto nazionale poteva partire da un “accessorio” come il portinnesto, in grado di portare un’innovazione utile e significativa senza che vi fosse la necessità di evidenziarla nelle etichette dei vini. La registrazione della serie M (ammissione al registro nazionale il 15 maggio 2014, decreto pubblicato sulla Gazzetta ufficiale 127 del 4 giugno) è infatti stata possibile anche grazie al contributo di un qualificato e motivato drappello di aziende vitivinicole italiane che ha costituito la società Winegraft (si veda sotto) con lo scopo di sostenere la ricerca e promuoverne lo sviluppo commerciale.

Il ruolo di VCR

La moltiplicazione e commercializzazione dei nuovi portinnesti è stata affidata in esclusiva mondiale a Vivai Cooperativi Rauscedo. In questo modo la serie M si è degnamente inserita all’interno di un’offerta articolata in oltre 700 diverse combinazioni varietà/portinnesto. Un materiale di sicura origine, controllato dal punto di vista fitosanitario, ottenuto dagli oltre mille ettari di piante madri di portinnesti che afferiscono alla cooperativa. I nuovi genotipi possono ora dare un prezioso contributo, ampliando notevolmente la possibilità di superare gli stress abiotici legati alle diverse condizioni pedoclimatiche dei diversi areali di produzione. Il progetto dell’Università di Milano, partito negli anni ’80 con l’incrocio ricorrente di V. berlandieri su alcuni portinnesti commerciali, puntava infatti a migliorare la tolleranza alla siccità e alla modulazione del vigore vegetativo. Obiettivi in linea con l’esigenza di realizzare una viticoltura più sostenibile, con ridotti input in irrigazione e concimazione e con minori necessità di interventi di gestione della chioma.

Le caratteristiche agronomiche
Le osservazioni condotte sui vigneti sperimentali realizzati in diverse Regioni hanno permesso di stabilire che:
– i quattro nuovi portinnesti, e in particolare M1 e M3 si sono rilevati particolarmente interessanti per la loro capacità di ridurre il vigore della pianta;
– M2 ha la capacità di incrementare congiuntamente Mg e K, mentre M3 si distingue per la capacità di assorbimento del Mn; aspetto particolarmente interessante per l’influenza sull’anticipo di maturazione e di accumulo di antociani e polifenoli associati a buone dotazioni di zucchero;
– M2, M3, M4 favoriscono maggiori accumuli zuccherini e M3 tende a conservare un pH più basso rispetto ad altri portinnesti;
– M1 e M3 inducono una maggior capacità di accumulare polifenoli (antociani e tannini);
– M2 e M4 hanno evidenziato notevoli capacità di resistenza allo stress idrico.
L’analisi della stabilità delle prestazioni vegeto-produttive ha messo in evidenza, relativamente all’accumulo degli antociani, la capacità delle nuove selezioni di mantenere risultati superiori alla media nelle condizioni più limitanti e la capacità di reagire positivamente alle condizioni più favorevoli.
«Le performance vegeto-produttive – sostiene Brancadoro – delle diverse combinazioni varietà portinnesto ha consentito di mettere in evidenza l’efficacia di alcuni abbinamenti». Quello tra M2 e Corvina nel veronese ad esempio, oppure tra M4 e varietà Siciliane come Nero d’Avola e Grillo. Ottimo anche l’M2 per lo Chardonnay base spumante, mentre M1 e M3 si comportano bene anche in ambienti più freschi come quelli pedecollinari del Piemonte.

E quelle qualitative
Il tutto ovviamente condito da effetti significati sulle caratteristiche qualitative dei vini.
L’effetto più eclatante della scelta dei portinnesti è infatti quello che si ottiene sullo sviluppo vegetativo della pianta e in particolare sul vigore. Ciò incide in modo indiretto anche su altri aspetti, come la maturazione fenolica delle uve e, in particolare, il contenuto di antociani e l’accumulo di composti aminoacidici all’interno della bacca (APA), parametri che hanno una notevole influenza sull’eleganza dei vini. Un vigore relativamente ridotto associato a una buona produttività delle piante rappresenta un obiettivo fondamentale per realizzare vigneti efficienti dal punto di vista nutrizionale e di elevato potenziale qualitativo. Per tutti questi motivi il vigore ridotto o medio assicurato dai nuovi portinnesti M, associato a una produttività media o superiore alla media incide positivamente sulla maturazione tecnologica e fenolica delle uve e quindi sulla qualità dei vini.

L’edicola di Vignevini


 

Una mano dalla filieralogo winegraft

Accordo di filiera per il trasferimento tecnologico: una formula inusuale per l’agricoltura italiana. Il primo caso assoluto è quello che riguarda i nuovi portinnesti della serie M.
Winegraft è infatti l’associazione di scopo costituita da privati che ha garantito il sostegno di mezzo milione di euro necessario a fare andare avanti il progetto. Ne fanno parte – oltre a Fondazione di Venezia, alla trentina Bioverde, a IpadLab e Vcr – nove produttori vitivinicoli di primaria importanza: Ferrari, Zonin, Bertani Domains, Armani Albino, Nettuno Castellare, Banfi, Cantina Due Palme, Claudio Quarta, Cantine Settesoli.