Le lavorazioni ridotte in ottica conservativa

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Non esistono soluzioni “a ricetta”. Servono invece analisi e risposte tecnologiche ad hoc

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La minima lavorazione ha avuto una larga diffusione in Italia, soprattutto per i cereali autunno vernini e la soia. È però un dato di fatto che la minima lavorazione rimane in molte delle sue declinazioni un metodo di lavorazione energivoro e costoso che non rispetta i dettami che stanno alla base dell’agricoltura conservativa, alla quale è sempre stata associata.

Vi è quindi il bisogno di fare un po’ di chiarezza distinguendo, fra gli interventi di minima lavorazione, quelli che sono conservativi da quelli che non lo sono. E tale distinzione non è banale, proprio perché la classificazione non può basarsi solo sulla tipologia dell’attrezzatura impiegata.

La reazione che si ottiene sul suolo e sul residuo colturale, infatti, dipende in larga misura anche dallo stato in cui si trova il terreno e dalla quantità e tipologia del residuo colturale.

L’agricoltura conservativa richiede che il suolo rimanga sempre coperto, o dalla coltura principale, o da una coltura secondaria, o da una cover crop o, più semplicemente, dai residui colturali.

Il grado di copertura del suolo è quindi l’aspetto che identifica questo modello di agricoltura differenziandolo dall’agricoltura convenzionale (e da quella biologica). Anche in questo caso bisogna porre dei distinguo, cercando di capire la funzione del residuo e la quantità minima richiesta perché tale funzione possa essere svolta con sufficiente efficienza.

Uno degli obiettivi più importanti dell’agricoltura conservativa è quello di proteggere il terreno dall’erosione eolica e, nel nostro paese, soprattutto idrometeorica. La copertura vegetale e il residuo colturale svolgono in questo senso importanti azioni. Da un lato smorzano l’energia cinetica della goccia d’acqua di pioggia evitando in tal modo che siano scalzate dal substrato particelle di suolo e che, prive di legami, possano essere facilmente trasportate per scorrimento superficiale dell’acqua verso la rete irrigua e da questa ai fiumi e ai mari. La seconda azione è di rallentare il deflusso delle acque in eccesso (run-off), trattenendo l’acqua sul campo e favorendone l’infiltrazione (incremento della riserva idrica – ricarica delle falde).

 

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