L’azienda agricola? E’ patrimonio. E basta

AZIENDE E INNOVAZIONE
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Dottor Guidotti, ho letto il suo articolo a
pag. 50 del n. 43 di Terra e Vita.
La “miccia” che mi spinge a scrivere è una
divisione matematica (e non è un refuso tipografico)
che conduce il suo ragionamento.
Lei dice “…se è vero, come affermano le
statistiche, che l’agricoltura italiana vale
55 miliardi di €, con un valore aggiunto di
30 miliardi (e 10 di compensazioni pubbliche),
un ettaro di terra ricava un valore di
550 € (su 10 milioni di ettari)”
.

Le faccio notare che 55.000.000.000 diviso
10.000.000 fa 5.500 e non 550.

Precisato il valore medio del ricavo di un ettaro
(per quanto possa valere la media in un
contesto assai differenziato come l’agricoltura
italiana) la sua riflessione è comunque
opportuna.

55.000 € di fatturato annuo non è comunque
un valore sufficiente per giustificare un’impresa
(il valore aggiunto del 54,5% – 30 mld
su 55 – maggiorato anche delle compensazioni
pubbliche significa che per trasformare
le materie prime – 27.000 € su 55.000€ – in
un’annata agraria non bastano solo le braccia
del coltivatore, ma servono macchine ed
attrezzi da ammortizzare, consumi energetici,
servizi di terzi, ecc. che si prendono tutto
quel valore aggiunto lasciando al coltivatore
(quando i rischi si rivelano solo preoccupazioni)
le compensazioni pubbliche quindi “in
media” l’azienda agricola italiana non ha valenza
economica.

Lei dice addirittura che con 6.000 € di ricavi
annui qualcuno ci sopravvive, io le dico che
con ricavi di 55/60.000 € non ci sopravvive
nessuno e che non sono famiglie povere
quelle identificate dalla “media”: non lo sono
perché vivono di un altro reddito, di lavoro o
di pensione e la terra per loro è un patrimonio
che si mantiene senza tante spese.

Pertanto non vedo il pericolo delle baraccopoli
alle periferie, temo piuttosto l’enfasi degli
“orti di prossimità”. E non ci salverà il contoterzismo.

Se guardassimo all’agricoltura come a un’attività
economica che deve produrre per i consumatori
terzi e creare un reddito d’impresa
all’agricoltore, non parleremmo di aziende
e di ettari in media, ma analizzeremo settori
produttivi e imprese in essi coinvolte. Non
c’è bisogno di censimenti periodici, relazioni
varie per sapere che per fare un certo prodotto
ci vuole un insieme “azienda-impresa”
di dimensione adeguata.

Limitiamoci ai seminativi, Il settore più povero
in Italia, ma il più strategico. Assieme ad
altri comparti non è stato toccato dal diktat
della produttività che ha coinvolto l’industria
e il commercio; non è stato toccato perché
nascosto alle leggi del mercato, dell’economia
e dell’efficacia da solerti sindacalisti,
pseudoeconomisti e cooperatori.

L’agricoltura dei seminativi non è cresciuta in
termini di struttura aziendale dai tempi del “Processo”
di Saltini limitandosi a cogliere i miglioramenti
produttivi e reddituali concessi dall’industrie,
meccanica e chimica, sue fornitrici.

La proprietà frammentata ha le sue colpe e
i “patti” sono stati evitati.

Le aziende che potevano dirsi efficienti fino
a vent’anni fa (con un fatturato corrispondente
a 120-180.000 € ottenuti con 60-90
ha coltivati a frumenti, bietola, cereali foraggeri)
dotate di macchine anche per la
raccolta e lavoro anche salariato non sono
riuscite a crescere in dimensione e non
hanno potuto rinnovare le loro macchine:
da impresa sono tornate ad azienda (magari
diversificandosi in ristori per viandanti).
Negli stessi vent’anni, grazie allo stimolo
dell’industria meccanica, alcuni agricoltori
insieme ai tradizionali trebbiatori e motoaratori,
con orgoglio e ottimismo, hanno
iniziato ad investire in moderni mezzi ad
alta produttività offrendo i loro servizi alle
aziende che si sono viste sollevate dal problema
della dimensione strutturale.

Due i punti di vista: l’agromeccanico tuttofare
che si sostituisce all’agricoltore; l’azienda
agricola che sostituisce alcuni costi
fissi (ammortamenti, stipendi) con costi variabili
di servizi delegati a terzi (cottimisti?).
Due le valutazioni economiche: l’agromeccanico
dispone di un capitale tecnico che
costa tra i 150.000 e i 200.000 €/anno di
quota d’ammortamento; l’azienda agricola
dispone di un patrimonio fondiario che normalmente
è già ammortizzato da tempo e
gode di aiuti che, seppur svalutati da qui al
2020, spesso valgono il 20% del fatturato
e il 60% del reddito.

Si potrebbe approfondire il ragionamento e
sviluppare proiezioni, ma mentre io scrivo
queste note la gran parte dei miei colleghi
è a Bologna col naso in su in attesa di salire
a toccare il posto di guida della macchina
che tocca il soffitto.

Lei potrebbe stimolare il dibattito e finalmente
affronteremo argomenti seri.


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