Lavoro, nei campi 200mila posti

CONVEGNO
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Lavoro. Il ministro Elsa Fornero con Giuseppe Politi

L’agricoltura può
assorbire 200mila
disoccupati
creati da altri settori produttivi
oggi in crisi. A patto
che il Governo «concorra
ad abbattere i costi e snellire
la burocrazia». A sottolineare
il ruolo di «ammortizzatore
sociale» dei campi è
il presidente della Confederazione
italiana agricoltori,
Giuseppe Politi, nell’ambito
di un convegno organizzato
a Roma con la presenza
del ministro del Lavoro,
Elsa Fornero e del vicepresidente
della commissione
Lavoro del Senato, Tiziano
Treu.

I dati parlano chiaro:
mentre industria e servizi
frenano, nei campi il valore
aggiunto aumenta dell’
1,1% e il numero degli
addetti sale addirittura del
6,2 per cento. Nonostante
la crisi «grave e persistente
», dunque, secondo Politi
nell’agricoltura «c’è ancora
possibilità di lavoro e
ciò può essere sfruttato da
parte del Governo con la
creazione a livello territoriale
di distretti produttivi e di
meccanismi incentivanti il
passaggio dei lavoratori all’agricoltura
dai settori
maggiormente in crisi».

La Cia ha promosso,
poi, la recente riforma del
lavoro che ha confermato
«la flessibilità nell’utilizzo
dei contratti a termine e il
regime specifico di sostegno
al reddito». Tuttavia,
secondo Politi, «vi sono alcuni
interventi sui quali
non c’è condivisione: primo
fra tutti lo strumento
dei voucher, su cui si è deciso
e non se ne comprende
la ragione di intervenire
snaturandolo». Per la Cia si
tratta di uno strumento
«che aveva funzionato e si
era dimostrato utile a contrastare
il lavoro irregolare
e a favorire l’occupazione
dipendente, con un
“boom” di vendite nel
2011 di oltre 15 milioni di
buoni lavoro, di cui più del
30% proprio in agricoltura».

Dal canto suo il ministro
Fornero ha confermato che
«le nuove regole sul lavoro
non sono state applicate all’agricoltura
perché è stata
riconosciuta la sua specificità». D’altro canto, secondo
il ministro, una nuova
spinta alla crescita economica
e sociale del paese
può venire proprio dai punti
di forza del settore primario
che sono la qualità dei
prodotti, il legame con il
territorio e la spiccata vocazione
all’export. Porte chiuse,
invece, agli sgravi richiesti
dalla Cia: «Ci sono
già e il settore agricolo ne
beneficia». Un critica, poi,
è venuta sugli ammortizzatori
sociali. «Il Nord – ha
sottolinea Fornero – applica
i contratti a tempo determinato,
il Sud no eppure
proprio nel Mezzogiorno
c’è un ampio ricorso agli
ammortizzatori sociali che
godono di ampi benefici.

È una situazione da modificare
anche perché non
aiuta la competitività delle
imprese».

Il riferimento è ai cosiddetti
cinquantunisti: una categoria
di lavoratori, attiva
nelle zone svantaggiate e
montane, che con sole 51
giornate di lavoro ha la copertura
previdenziale per
l’intero anno. «Il rispetto
delle regole – ha concluso
Fornero – è un valore anche
per l’impresa che non
deve cercare scorciatoie
che, talvolta, diventano veri
e propri abusi, ma usare
gli strumenti “buoni” che
la riforma del lavoro contiene,
a partire dall’apprendistato
».

Sono 200.314 le aziende
agricole che assumono lavoratori.
Il 61,4% sono ditte
in economia, cioè imprese
che soddisfano il proprio
fabbisogno lavorativo
esclusivamente attraverso
manodopera dipendente.

Tra queste un numero crescente
è composto da imprenditori
agricoli professionali
e società; il 33,9%
sono coltivatori diretti che
assumono manodopera,
mentre il 4,6% sono imprese
di tipo cooperativo, consorzi
di bonifica, corpi forestali
ed enti pubblici. Il
76,4% delle imprese agricole
assume fino a cinque
operai e il 12,7% fino a 10
lavoratori. Il restante
10,9% assume oltre 10 lavoratori.


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