La rotta atlantica non tradisce

101697427-289x400.jpg

Un 2014 sotto tono sui mercati, ma si guarda al 2015 con ottimismo

Leggi l’articolo originale La rotta atlantica non tradisce su Terra e Vita.

Con un calo nelle vendite in valore nella Gdo dello 0,6% (ma superiore al 2% nei volumi) e una crescita dell’export inferiore al 1%, il 2014 non rimarrà impresso negli annali dei produttori di vino italiano. Tuttavia, guardando il bicchiere (di vino) mezzo pieno, si possono scovare anche risvolti positivi: nel 2013, le vendite di vino nella Distribuzione a libero servizio (iper, super e “superette”) diminuirono per il 3,2% in valore e ben il 7,2% in volume rispetto al 2012, per cui nell’anno appena passato si può scorgere un “rallentamento” del calo nei consumi interni; anzi, limitando l’analisi alle sole bottiglie vendute, il trend addirittura si inverte: +1,5% in valore, +0,2% in volume. Export, (quasi) nessuno fa meglio Sul fronte esterno invece, dopo quattro anni di crescita ad un tasso medio vicino al 9%, un consolidamento sugli stessi valori dell’anno precedente ci poteva anche stare. Anche perché, questa diminuzione nell’import internazionale non ha interessato solamente i vini italiani, ma ha coinvolto un po’ tutti i grandi esportatori mondiali. Anzi, a ben guardare nella top ten dei maggiori player globali (quelli cioè che tutti assieme pesano per il 90% sul valore del vino esportato), solamente la Nuova Zelanda ha fatto sensibilmente meglio dell’Italia (circa +9% rispetto al 2013), mentre il Portogallo ha registrato più o meno gli stessi risultati (poco più dell’1%). Per tutti gli altri invece, dalla Francia alla Spagna, dal Cile agli Stati Uniti sono solo segni meno (si va dal -6% degli Usa al -1,3% della Francia). Le svendite spagnole I motivi di un tale rallentamento sono diversi e variano da mercato a mercato. Non vi è dubbio però che se dobbiamo trovare un ipotetico colpevole allo scompiglio gettato sui principali mercati di importazione, le nostre accuse cadono sulla Spagna. Dopo una vendemmia 2013 estremamente generosa, i produttori iberici si sono trovati con le cisterne traboccanti di vino, tanto da richiedere in un primo momento l’avvio di una distillazione di crisi. Richiesta scaltramente rimandata al mittente dal Governo spagnolo sotto forma di distillazione a carico degli stessi viticoltori che, a quel punto, hanno ripiegato su una svendita del prodotto sfuso in eccedenza nel mercato estero. Risultato: nel 2014 l’export di vino spagnolo è cresciuto in quantità del 21% ma è calato del 5% sul fronte dei valori. Uno tsunami enologico che ha generato importanti effetti a catena, arrivando a ridurre la quota di mercato dei nostri vini sfusi su alcuni grandi mercati di importazione. Tra questi figura la Germania, il nostro principale sbocco per questa categoria di vini. Nel 2013, più della metà dei 5,7 milioni di ettolitri di vino sfuso esportato dall’Italia sono finiti sul mercato tedesco (da notare che lo sfuso pesa ancora per il 30% del totale export); l’anno scorso, la quantità esportata è diminuita solamente del 2%, ma sul versante dei valori il calo è stato del 28%! D’altronde, è difficile mantenere le posizioni acquisite per vini “comuni” dove il principale fattore di competitività è il prezzo quando il tuo diretto concorrente evidenzia un valore medio all’import di 40 centesimi di euro al litro (contro i 60 dell’anno precedente). I “tagli” climatici Purtroppo, la situazione generatasi sul mercato internazionale dalla sovrapproduzione spagnola rischia di non essere un fatto isolato. Anche se nel 2014 la vendemmia della Spagna si è ridimensionata (-19% rispetto all’anno precedente), tale diminuzione è stata determinata – analogamente a quanto accaduto nel resto d’Europa – da eventi climatici e non da fattori strutturali, nel senso che per i prossimi anni dovremo convivere con produzioni vinicole del paese iberico molto più elevate dei 37 milioni di ettolitri stimati dalla vendemmia dell’anno scorso e più vicini ai 45 milioni del 2013, questi ultimi originati da una massiccia riconversione dei vigneti e dalla disponibilità di sistemi di irrigazione che condurrà nei prossimi anni a rese sensibilmente superiori a quelle del passato. Go west Per fortuna ci sono gli Stati Uniti. Anche se le loro importazioni di vino nel 2014 sono state di poco superiori al 2% rispetto al 2013, questo mercato continua a dare grandi soddisfazioni ai produttori italiani. Nell’ultimo anno, le importazioni dal nostro paese sono cresciute di oltre il 5% (in valore), con punte fino al 15% per quanto riguarda gli spumanti, trainati dal Prosecco. Una crescita che ha portato così la quota dell’Italia al 32% sul valore dell’import totale di vino, contro il 31% del 2013 e il 28% di inizio secolo. E le prospettive per gli anni futuri sono ancora migliori, alla luce della progressiva rivalutazione del dollaro nei confronti dell’euro, dell’aumento dei redditi degli americani e dell’enorme potenzialità di crescita nei consumi di vino tra la popolazione, oggi appena pari al 10% di quelli totali di bevande alcooliche. La crisi russa Agli estremi opposti figura invece la Russia. Pur non rientrando tra i prodotti oggetto dell’embargo, la crisi economica in atto scatenata dal crollo dei prezzi del petrolio e del gas (principali ricchezze naturali della Russia) e dalla conseguente svalutazione del rublo, hanno portato ad una repentina riduzione degli acquisti di vino, anche italiani, soprattutto sul finire dell’anno. L’Italia ha comunque tenuto sul segmento dei vini fermi imbottigliati, dove pur a fronte di queste incertezze, ha incrementato il proprio peso nelle importazioni di vino del paese di circa il 2%, mentre nel caso degli sfusi ha subito – analogamente al caso tedesco – gli impatti della svendita del prodotto spagnolo: -26% contro un +165% degli iberici. Al contrario degli Stati Uniti, le prospettive per l’anno in corso non sono positive, anche perché non si intravvede all’orizzonte sia una risoluzione della crisi politica che ha portato la Russia all’isolamento dalla Comunità internazionale, nè tanto meno una ripresa dei prezzi del petrolio. Prosecco sugli scudi Per quanto riguarda invece gli altri mercati più importanti dal punto di vista delle importazioni di vino, vale la pena segnalare l’imponente crescita degli acquisti di spumante italiano (e anche in questo caso di Prosecco) che hanno visto aumentare le quantità importate nel Regno Unito dell’87% (a fronte però di un +42% nei valori, evidenziando in tal modo un riposizionamento verso il basso dei prezzi) e del 7% in Svizzera, che accanto al +3% registrato nell’import di vini fermi imbottigliati ci hanno permesso di ottenere la leadership di primo esportatore di vino con una quota del 36% sul totale degli acquisti da parte degli svizzeri, spodestando così la Francia (scesa al 33%). Sebbene sia ancora presto per capire la direzione che potranno prendere i mercati esteri nel 2015, sembra evidente che i cambiamenti intervenuti l’anno scorso siano più il risultato di fattori congiunturali che strutturali. In altre parole, l’onda lunga dell’aumento dei consumi di vino a livello mondiale non sembra ancora essersi esaurita. Per questo è ragionevole pensare che anche grazie al progressivo indebolimento dell’euro nei confronti del dollaro e di altre valute internazionali, così come i segnali di ripresa economica che si colgono in giro per il mondo (e, timidamente, anche in Italia) dovrebbero fornire importanti opportunità di crescita di mercato ai nostri vini. (*) Nomisma Wine Monitor Visualizza l’articolo completo di tabelle