Italiano, solo così si ritrova la leadership

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L’arte di comporre blend può essere utilizzata per abbinare cultivar nostrane uscendo dall’ambiguità: un olio fatto esclusivamente in casa può salvare l’olivicoltura del nostro Paese che potrà proporre un prodotto di alta qualità

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Lo chiamano già l’annus horribilis dell’olivicoltura italiana e probabilmente ce lo ricorderemo per diverse campagne a venire. Pur con i dovuti distinguo, doverosi per una situazione di generale contrazione della produzione su tutta la penisola, non possiamo non riflettere sull’adeguatezza del tessuto organizzativo dominante della nostra olivicoltura e chiederci se sia nelle condizioni generali di affrontare e superare indenne eventi critici e imprevisti come il recente attacco massiccio della Bactrocera. Eppure non sono mancate aziende gestite professionalmente, che hanno interpretato correttamente i segnali delle trappole di controllo e ancora prima degli andamenti climatici, prendendo il toro per le corna, prima che fosse troppo tardi. Saggio sarebbe da parte di tutti, fare propria una piccola dose di umiltà e riconoscere quello che è ormai un dato inconfutabile, che gli oli extravergini di pregio non sono solo italiani. Basta guardare quanti oli greci, spagnoli, cileni e nord africani, compaiono meritatamente tra i gli oli premiati dei diversi concorsi internazionali. Sono evidenze che ormai gli addetti del settore conoscono bene, ma l’aspetto più grave e preoccupante, conseguenza accelerata da questa campagna, è che la perdita di quote di mercato – là dove le catene e gli importatori decideranno di sostituire il prodotto italiano con il prodotto di diversa origine – probabilmente sarà irreversibile. Quando i clienti si accorgeranno che il prodotto comunitario o addirittura spagnolo, non ha nulla da invidiare a quello italiano, sarà difficile che tornino sui propri passi. La questione diventa di interesse nazionale, e va ben oltre i piccoli interessi di bottega che ad ogni occasione di incontro ufficiale vengono posti sul tavolo dai tanti gruppi di rappresentanza che popolano l’universo olivicolo. Anche l’ennesimo incontro che si è tenuto al Ministero ha confermato l’incapacità della filiera olivicola di proporre una strategia comune. Una filiera senza strategia La prassi è sempre la stessa, ci si presenta in ordine sparso, si sottolineano le proprie priorità senza la concreta volontà di cercare un comune denominatore. Il Ministero dal canto suo ha tracciato 4 assi di sviluppo delle iniziative, volte ad aumentare la produzione, migliorare la qualità, l’organizzazione e a promuovere il made in Italy. Il Mipaaf si è anche reso disponibile a confrontarsi con le Regioni sui Psr per trovare nuove risorse dedicate a sostenere i quattro assi strategici; e la filiera che fa nel frattempo? Aspetta! La disponibilità di olio di oliva in quantità sufficiente ai consumi interni e alla domanda dei mercati esteri è diventata un problema nazionale e lo sa bene il Ministero che lo ha posto tra i primi obiettivi della sua strategia di intervento. Purtroppo, 40 anni di aiuti comunitari non si sono tradotti per noi in nuovi impianti e oggi, il nostro sistema produttivo è costretto a competere con sistemi molto più efficienti, perché più automatizzati e con ridotto impiego di manodopera, dove 1 litro di extravergine può costare anche meno di 2 € contro i 3 della Puglia e i 6-8 € delle regioni del Centro Nord. Inoltre va considerato che in un oliveto condotto con sistemi moderni, la qualità dell’olio raggiunge facilmente livelli di eccellenza. I nostri principali concorrenti stanno aumentando le rese e la qualità – pratiche perfettamente compatibili in olivicoltura – tanto che oggi gli oli spagnoli sono sempre più distanti dallo stereotipo di oli di bassa qualità, per non parlare di quelli greci e tunisini, questi ultimi in larga parte biologici. Una buona idea Se si aumentano le produzioni, bisogna pensare poi a commercializzarle e difatti gli spagnoli hanno da poco confermato ed esteso la decisione erga omnes di tassare con 3 €/t la produzione e con altri 3 €/t la commercializzazione dell’olio di oliva prodotto e commercializzato in Spagna, fino alla campagna 2019. Le risorse, che mediamente oscilleranno tra 8 e 11 milioni di €/anno saranno destinate almeno per l’80% per promuovere i consumi di olio iberico e fino ad un massimo del 20% per studi di mercato e ricerca. I costi di gestione dovranno essere contenuti entro il 10% del budget. Con questi presupposti è facile immaginare che lo scenario futuro dei consumi mondiali parlerà sempre più spagnolo, se noi italiani non saremo in grado di organizzarci per tutelare e rilanciare la nostra immagine. Con le sole nicchie, l’Italia non va molto lontano, perché questi segmenti, molto piccoli in tutti i mercati, sono sempre più affollati di oli spagnoli, greci, cileni, californiani e australiani, con packaging innovativi e prodotti eccellenti. Per la nostra visione italiano-centrica ci sarà difficile accettarlo, ma si dà il caso che il mondo va avanti e nessuno ci sta aspettando! Negli anni ’60 in Italia si producevano mediamente quattrocento mila tonnellate di olio di oliva. Rispetto ad all’ora, solo la qualità è sensibilmente aumentata, i volumi sono rimasti gli stessi, con la differenza che negli anni ‘60 l’Italia rappresentava oltre il 30% del prodotto mondiale, oggi la quota è scesa al di sotto del 15%, nelle annate migliori. Senza un’olivicoltura efficiente e competitiva sarà sempre più difficile nel lungo periodo convincere i consumatori mondiali che gli oli italiani sono molto più cari perché molto più buoni. Nel 2009, abbiamo reso obbligatoria l’etichettatura di origine sperando di costruire valore per l’olio 100% italiano. Purtroppo le illusioni sono durate pochissimo perché l’origine italiana ha assicurato solo pochi centesimi in più rispetto all’EV convenzionale, vanificando le aspettative di remunerazione di buona parte degli operatori impegnati a produrre extra nazionali di qualità. Le Dop e l’unica Igp, hanno costituito e costituiscono tuttora un’alternativa per sottrarsi ai bassi prezzi di mercato dell’extravergine e per differenziarsi, tuttavia sono un segmento per loro stessa natura eterogeneo, sul piano quantitativo e qualitativo, con una varietà enorme di nomi e di vincoli produttivi, che lo rendono più utile sul piano dell’immagine e meno incisivo sul piano dei volumi. Le certificazioni Poche sono le Dop che sono riuscite a raggiungere i mercati finali rispetto agli oltre 40 riconoscimenti esistenti. A distanza di 20 anni dalla loro introduzione gli oli Dop e Igp si sono fermati già da un po’ di anni intorno alle 10mila t, mediamente il 2% della produzione nazionale. Hanno dato un grosso contributo per la crescita della cultura e del valore del prodotto, tant’è vero che vengono vendute a prezzi mediamente superiori ai 10 €, ma essendo una sommatoria di prodotti tipici non possono contribuire a dare valore agli extravergini italiani di elevata qualità, prodotti nelle aree più fruttuose e vocate della penisola. Abbiamo l’urgente necessità di recuperare e potenziare in maniera efficace un segmento, quello del prodotto italiano, e metterlo nelle condizioni di assolvere a un compito fondamentale per l’olivicoltura di questo Paese: creare un volano per gli investimenti in nuovi impianti produttivi, efficienti e capaci di assicurare reddito ai nostri territori. Il progetto “Alta Qualità” è figlio di questa ambizione. Partendo da una dizione ormai sedimentata nella mente dei consumatori grazie al “latte alta qualità”, punta a gettare le basi per costruire una differenziazione del prodotto italiano incentrata sui valori nutrizionali e salutisti e sviluppare una comunicazione oggettiva e universale in grado di costruire nuovo valore. I punti di forza Quali sono dunque i nostri punti di forza per riacquisire la leadership? Dobbiamo risolvere alcune ambiguità che ci stanno tenendo bloccati e che si stanno trasformando in punti di forte debolezza. La condizione ottimale per l’Italia olivicola del futuro è produrre e commercializzare solo oli italiani, perché solo così sarà in grado di gestire autonomamente la propria immagine e la propria qualità e potrà sostenere senza ambiguità la totale titolarità dell’olio di oliva che propone sui mercati. Si tratta di un’ambizione che è alla portata di questo Paese, ma che richiede una visione e una programmazione di lungo periodo, con l’obiettivo principale di aumentare la disponibilità di olio di oliva nazionale di qualità a costi competitivi. L’Italia dell’olio di oliva oggi è potenzialmente in grado di rifornire ogni angolo del pianeta, ma è costretta a giocare un ruolo ibrido e in parte anche ambiguo, dove non ha mai chiarito fino in fondo che è diventata, suo malgrado, una specialista nel selezionare e miscelare oli di oliva. Un lavoro eticamente ineccepibile quando aggiunge valore, ma a volte è mancato il coraggio di raccontarlo e a volte non lo si è fatto per furbizia. Le competenze sviluppate negli anni nel predisporre blend adatti al mercato, inteso come gusti e fasce di prezzo, sono valori distintivi del nostro Paese che andrebbero utilizzati come risorse da spendere per compiere scelte corrette sui nuovi impianti. Se l’arte di comporre blend la si potesse utilizzare in futuro solo per combinare le varietà nostrane, lei stessa ne avrebbe solo che da guadagnare, in quanto più protetta e più “italiana” di come appare oggi. La scommessa di poter assistere domani alla rinascita della filiera olivicola nazionale, dipende dalla nostra lungimiranza di conservare per il futuro le quote di mercato di oggi, con la differenza che domani, potranno essere costituite da miscele di oli italiani, mentre ora sono per lo più costituite da miscele europee. Muoversi in fretta In Italia abbiamo una sola scelta all’orizzonte, a meno che non vogliamo favorire una delocalizzazione delle attività produttive verso le aree più olivicole, accontentandoci di giocare un ruolo marginale e con un’immagine sempre meno riconoscibile. Potremmo partire per una volta dagli interessi che uniscono, tralasciare quelli che dividono e iniziare a discutere scelte in grado di cambiare il verso della parabola: – promuovere gli acquisti dell’olio italiano recuperando risorse dalla filiera con un’autotassazione secondo il modello spagnolo per disporre almeno di 5 milioni di €/anno per 10 anni; – rivedere le categorie a Bruxelles per dare più valore all’extravergine e alle altre categorie e segmentare verso l’alto il prodotto italiano con il riconoscimento Alta Qualità; – tutelare, con un messaggio chiaro e non ambiguo anche le miscele di prodotto europeo, contenenti olio italiano, se rispondenti a un protocollo di etichettatura, comunicazione e qualità restrittivo; – sostenere e incentivare gli investimenti e le riconversioni in nuovi impianti per disporre in futuro di olio italiano di qualità e in quantità tali da sostituire i blend europei con quelli nazionali. L’Italia olivicola ha le carte in regola per rialzarsi, deve solo decidere di farlo in tempo. L’autore è del Consorzio extravergine qualità