Italia, un mercato da riconquistare

RAPPORTO VINO
TV_13_27_vino

Picco d’ascolto su naturalità, sostenibilità, territorio. «Ma anche su zero solfiti – ammonisce il “gastronauta” Davide Paolini -, anche se nessuno sa bene cosa siano». In Italia il consumo di vino è in frenata, ma l’interesse dei consumatori è sempre alto. Lo rivela il 2° Rapporto Filiera Vino – Futuri Possibili del Gruppo 24 Ore, presentato lo scorso mercoledì 26 giugno presso la sede del Il Sole 24 Ore a Milano.

«C’è un dato che deve confortare – spiega Marilena Colussi, che ha curato il rapporto in collaborazione con Doxa marketing advice e il Panel Hq24 -: se è vero che il consumo è diminuito, il numero degli astemi è comunque stabile da anni, sul 6%. Il che vuol dire il 94% degli Italiani ha un rapporto ancora vivo con il vino».

Ma tante sono le tipologie diverse di consumatore: c’è “il semplificatore” (9%), che non se ne intende e sceglie marchi conosciuti, o l’“aspirazionale” (26%), interessato a conoscere tanti tipi di vini diversi ma molto attento al prezzo. O, ancora, “l’equilibrato” (28%), che è curioso, chiede aiuti e consigli nello scegliere ma non spende mai molto, e “l’entusiasta” (7%), appassionato e conoscitore di più tipi di vino, e disposto a spendere qualcosa in più. Ma c’è anche il “tradizionale” (7%), che beve i vini delle zone da cui proviene, e “l’abitudinario” (11%), che sceglie sempre da una ristretta rosa di prodotti, e infine il “follower” (7%), che beve solo in compagnia di amici. Target diversi, da intercettare in maniera specifica. Tutti (o quasi: 62%) comunque accomunati dalla forte attenzione alla variabile prezzo. E se, su una scala da 1 a 10, gli italiani danno 7 come voto alla loro passione, si danno un 5,5 sulla competenza. Il che vuol dire che bisogna investire su informazione e conoscenza, in particolare sui nuovi temi caldi. Quelli, appunto, che anche il 26 giugno hanno alzato i “picchi d’ascolto”.

Esigenze che si possono intercettare con diverse strategie. L’innovazione può aiutare a soddisfare la richiesta di sostenibilità, come ricorda Eugenio Sartori dei Vivai cooperativi Rauscedo, illustrando la novità dei vitigni resistenti in grado di abbattere il numero dei trattamenti fitosanitari (si veda Terra e vita 25 Pag.16). «Varietà dal profilo organolettico paragonabile a quello dei vitigni da cui sono ricavati: Tocai, Sauvignon, Cabernet e presto anche Glera». «Va bene l’innovazione – ribatte Giancarlo Vettorello, direttore del Consorzio del Prosecco superiore Docg -. Rimane comunque importante che le denominazioni non dimentichino le loro radici, continuando ad essere espressione del territorio».

«Smartizzare – indica Colussi -, ovvero semplificare in maniera intelligente, è una delle chiavi per lo sviluppo del vino: le aziende italiane guardano troppo all’estero, trascorando spesso il fronte interno».
«É vero – riconosce Ettore Nicoletto del Gruppo Santa margherita -: non sempre mandiamo un messaggio chiaro al consumatore in termini di posizionamento prezzo e di qualità». «E nemmeno nella gestione del territorio – aggiunge Giampietro Comolli, presidente Ovse – basta pensare che in Italia ci sono 150 strade del vino, in Francia solo 32». «Sulla semplificazione – sottolinea Luigi Odello, del Centro studi assaggiatori – bisogna intendersi: sul mercato si sta sviluppando una forte dicotomia tra vini-bevanda e vini del territorio. Una tendenza che ci può sfuggire di mano». «Ma per riavvicinare i giovani – sentenzia Paolini – dobbiamo abbandonare le schede organolettiche: comunicare non significa educare i consumatori come se fossero ignoranti. In Francia con la semplicità si sta riuscendo a fermare la caduta del consumo dei vini»

Allegati

Italia, un mercato da riconquistare

Pubblica un commento