Insetti fitofagi, il controllo nell’olivicoltura biologica

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Puntuali strategie di controllo, campionamenti personalizzati e maggiore consapevolezza entomologica, insita nell’approccio del coltivatore biologico, consentono ottimi risultati quali-quantitativi ed economici nella difesa

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L’oliveto è considerato un agro-ecosistema stabile, con oltre 100 specie d’insetti fitofagi di cui solo poche che apportano danni d’interesse economico. Questa stabilità è essenzialmente dovuta al fatto che l’olivo coltivato (Olea europaea subsp. europaea var. europaea, secondo l’ultima revisione del genere Olea L. di Green, 2002) e l’olivastro, sua varietà selvatica (O. europaea subsp. europaea var. sylvestris) sono autoctone del Mediterraneo e le loro nicchie ecologiche sono quasi tutte occupate, con abbondanza di nemici naturali degli insetti fitofagi potenzialmente dannosi.
I più dannosi
L’olivo in altre aree del globo ha numerosi altri fitofagi, che non sono presenti nel Mediterraneo e potrebbero giungere da noi. Particolarmente diversa dalla nostra è l’entomofauna dell’olivo in Sud Africa, dove è autoctono un altro olivo selvatico (O. europaea subsp. cuspidata); alcuni fitofagi sudafricani, come le polifaghe cocciniglie Saissetia oleae (Olivier) e Delottococcus aberiae De Lotto, sono stati accidentalmente introdotti nelle aree mediterranee: la prima specie già prima del 1700 e la seconda recentemente solo su agrumi in Spagna. Tuttavia, nonostante la loro numerosità, non vi sono fitofagi dell’olivo alloctoni dell’area mediterranea che appaiano potenzialmente più dannosi di quelli che abbiamo già in Italia.
Nella gran parte delle aree olivicole italiane la specie fitofaga chiave dell’olivo è Bactrocera oleae (Rossi), la carpofaga e monofaga mosca delle olive (foto 1,2); è, cioè, la specie che ogni anno apporta più danni e su cui deve incentrarsi la strategia di controllo dei fitofagi dell’olivo. La mosca delle olive è più frequentemente dannosa nelle aree costiere a clima più mite, corrispondenti all’areale dell’olivastro, definite aree pandacie, dove quasi ogni anno sono necessari interventi per il suo controllo.
La polpa dei frutti attrae gli animali frugivori che poi disseminano e diffondono la specie; i carpofagi come la mosca delle olive non costituiscono, quindi, una minaccia per la pianta selvatica, ma anzi le larve della mosca nella polpa ne accrescono l’attrattività nei confronti dei frugivori rendendola più nutriente; pare questo il motivo per cui in natura non si sono selezionate piante d’olivo resistenti all’attacco della mosca delle olive. Tuttavia, la suscettibilità delle diverse cultivar esistenti è molto diversificata; in un recente studio sui fattori fisici che influenzano tale suscettibilità, condotto sulle principali cultivar siciliane, si è evidenziato che le mosche delle olive preferiscono deporre su olive grandi e sferiche, verdi e dure, piuttosto che su olive piccole e allungate e scure.
Come accade per le altre mosche della frutta (Ditteri Tefritidi) il controllo biologico naturale, benché rappresentato da numerosi parassitoidi, predatori e patogeni, non riesce a contenere adeguatamente le popolazioni della mosca delle olive. Ultimamente si è anche sfatato il mito alimentato da molti entomologi che credevano in una maggiore efficacia dei braconidi parassitoidi sudafricani nel controllare la mosca; in quelle aree la parassitizzazione dovuta ai parassitoidi si è dimostrata simile a quella registrata nel Mediterraneo, ma il clima dei due mesi antecedenti la raccolta, più secco e con maggiori escursioni termiche, pare il fattore limitante le infestazioni della mosca.
A differenza delle altre specie frutticole, l’oliva, anche quella da mensa, non è mai consumata tal quale, ma è trasformata; ciò riduce il danno economico dovuto ai difetti estetici. Infatti, durante qualsiasi processo di trasformazione, anche in quello “alla Sivigliana”, in cui l’oliva trasformata è di colore chiaro, l’oliva da mensa si ossida e si iscurisce, e le semplici punture di ovideposizione della mosca, prima visibili sull’oliva verde come macchie triangolari marroni, risultano indistinguibili dal resto della drupa (foto 3-6; . Rimane ovviamente molto basso il livello di fori d’uscita (foto 4) consentito nelle olive da mensa della migliore qualità (2% secondo le soglie del Coi – Consiglio Oleicolo Internazionale).

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