Innovazione, parola chiave per il rilancio del settore

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Gli agrumi rappresentano uno dei più importanti gruppi di specie coltivati a livello mondiale e le produzioni sono destinate sia al consumo fresco, sia alla trasformazione. Le produzioni agrumicole di USA e Brasile sono prevalentemente orientate alla trasformazione, con tendenza alla riduzione dell’offerta in virtù dei avversità climatiche e fitosanitare (es. il “greening” in Florida). In Africa si registra un aumento dell’offerta di alcuni Paesi (es. Marocco, Egitto), con un aumento delle esportazioni verso l’Europa ed i Paesi arabi. In Asia si assiste ad un forte aumento delle superfici investite e delle produzioni, dei consumi, delle esportazioni e della produzione di succhi. Nell’Ue si osserva una diversificazione dell’offerta, un aumento delle importazioni dai Paesi extra Ue, una riduzione dell’offerta e dei consumi; di contro si registra un aumento di richiesta di prodotti a maggiore valore aggiunto (es. succhi freschi).

 La situazione italiana

In Italia l’agrumicoltura incide per il 2,3% (dati Ismea, 2014) sui volumi della produzione agricola nazionale, mentre tale incidenza scende all’0,8% se si considera la trasformazione. Le aziende agrumicole sono 79.589, su una superficie complessiva di 168.000 ha (Istat, 2011). La produzione totale si attesta sulle 3.900.000 t, con un’incidenza del 62% per le arance, del 19% le clementine e del 12% i limoni, mentre la restante parte è rappresentata dai mandarini (5%) e dagli agrumi minori. Interessante è la diffusione dell’agrumicoltura biologica che si estende su circa il 22% della superficie. Discorso a parte merita la produzione commercializzata con marchi di valorizzazione (0,8%), alcuni di questi ormai da decenni presenti sul mercato, che incontrano grosse difficoltà nella concentrazione della produzione.

Le importazioni superano le esportazioni (circa il 7% della produzione) con un saldo negativo in termini di valore del 27%. Rispetto alla destinazione, circa il 51% degli agrumi è destinato al consumo fresco, il 32% alla trasformazione, mentre le perdite si attestano intorno al 9% ed i ritiri allo 0,8%. Il consumo fresco avviene per ¾ nei “retails” e la restante parte nel circuito “horeca”. Le vendite si attestano intorno al 57% nella distribuzione moderna, mentre la restante parte va al dettaglio tradizionale.

I consumi

Il complesso degli agrumi (arance, clementine, mandarini, limoni e pompelmi) rappresenta nell’ultimo quinquennio circa il 25% della frutta acquistata nel nostro Paese, con quantitativi che sono passati nell’arco di 10 anni da circa 1,2 Ml di t a poco più di 1 Ml di t, con una perdita dell’11%. Il consumo pro-capite si attesta intorno ai 30 kg/anno, con una prevalenza delle arance (16,6 kg), seguita dal clementine (7,7 kg), dai limoni (4,5 kg) e, infine, i pompelmi (0,7 kg).

La situazione regionale

Sulla superficie agrumicola nazionale prevale la Sicilia (55%), con un trend in diminuzione a causa della diffusione del virus della Tristeza. Recenti stime indicano che la superficie interessata dal patogeno, per cui si rende necessario il reimpianto, è di circa 35.000 ha. Altra regione agrumicola è la Calabria con il 27% della superficie, il resto è dislocato in Puglia (7%), Basilicata (5%), Sardegna (3,2%) e Campania (1,4%).

La filiera agrumicola italiana si distingue per la buona vocazionalità del territorio, un elevato profilo qualitativo del prodotto, sia in termini organolettici, sia in termini nutrizionali; alcuni prodotti rappresentano un’espressione tipica del territorio (ad. es. Arancia rossa e Mandarino tardivo di Ciaculli, Clementine di Calabria e Clementine del Golfo di Taranto); il calendario di raccolta e commercializzazione è sufficientemente ampio per arance e limoni; buona la diffusione dei marchi a denominazione di origine e del bio. D’altro canto la stessa filiera presenta dei punti critici come la polverizzazione del tessuto produttivo; l’insufficiente aggregazione dell’offerta; l’inadeguata strategia di commercializzazione e valorizzazione del prodotto sui mercati esteri in un contesto internazionale fortemente competitivo; l’eccesso di offerta e l’elevata volatilità dei prezzi per alcuni prodotti (mandarini, clementine e pompelmi); il calendario di commercializzazione non sufficientemente ampio.

 Le innovazioni possono dare una mano alla filiera

Certamente le innovazioni sono alla base di qualsiasi processo produttivo affinché lo stesso resti competitivo sul mercato. Analizzando il comparto agrumicolo, emerge che l’innovazione varietale e dei portinnesti restano fondamentali per cercare di recuperare il “gap” con le produzioni dei Paesi concorrenti (Spagna).

Per le arance pigmentate la disponibilità di cloni a maturazione precoce, intermedia e tardiva può consentire di offrire un prodotto da dicembre fino alla fine di giugno. Certamente la variabile in termini pomologici è la pigmentazione del frutto che non sempre è costante per caratteristiche varietali, mentre la deliquescenza della polpa, che le contraddistingue rispetto alle varietà ombelicate, rimane costante in tutte le varietà.

Per le arance bionde ombelicate, che subiscono la concorrenza non solo del prodotto proveniente dai Paesi mediterranei, ma anche da quello dell’emisfero australe, è necessario ampliare il calendario di produzione sia nella fase precoce che in quella tardiva, per offrire un prodotto apprezzato dai consumatori.

Discorso a parte meritano gli agrumi a frutto piccolo, conosciuti anche come mandarino-simili. Da un punto di vista organolettico sicuramente il clementine ha caratteristiche diverse rispetto al tradizionale mandarino e ai nuovi prodotti del miglioramento genetico (triploidi). La diversità sta anche nel periodo di commercializzazione che è abbasthenuove.com/newsstand/olivoeolio/open/list?open=1″>Olio