Imu agricola, cronache da un’isola infelice

LA LETTERA
TV_15_08_grappolo_uva

L’Imu sui terreni agricoli è stata definita in
tempi record per far fronte alle spese previste
dal decreto Irpef, tra l’altro il bonus degli 80 €.
Pagata il 10 febbraio, calcolata e versata in
base alla classificazione sintetica dell’Istat:
comuni montani, parzialmente montani e non
montani.

L’esenzione Imu vale per i terreni agricoli e
quelli non coltivati che si trovano in Comuni
classificati come totalmente montani; esenzioni
parziali per i terreni agricoli e non coltivati
posseduti e condotti dai coltivatori diretti
e dagli imprenditori agricoli professionali, situati
in Comuni definiti parzialmente montani.
Per calcolare l’Imu sui terreni agricoli, valgono
le stesse modalità di calcolo Imu degli altri
immobili, partendo dalla base imponibile che
si ottiene dal reddito domenicale, riportato
sull’atto di proprietà o sulla visura catastale,
rivalutato del 25% moltiplicato per 135, che
è il coefficiente dei terreni per i Comuni in cui
si paga l’Imu, o 75, coefficiente valido per i
soli coltivatori diretti e imprenditori agricoli
professionali. Alla base imponibile ottenuta
si applica l’aliquota fissa al 7,6 per mille.

A giudicare dai criteri di esenzione, sembra
tutto ok per il settore agricolo, che pare averla
scampata per l’ennesima volta, perché
l’agricoltura agli occhi di molti “processatori
da bar” è quella che prende e non dà, è quella
che usufruisce dei contributi europei e beneficia
sempre delle esenzioni.

Mai come ora, l’agricoltura è stata dipinta
come “l’isola felice”, perché “è l’unico settore
trainante della nostra economia” (?), perché
“se vogliamo ripartire, bisogna ripartire
dall’agricoltura”.

Bene. Troppo bene. In realtà, carte alla mano,
le cose non stanno proprio così. Se l’agricoltura
riesce a cavicchiarsela (in alcuni casi), è
perché la crisi la conosce da tempi remoti,
perché le prime crisi di mercato risalgono ai
primi anni novanta e continuano tuttora, intervallate
da alcune false speranze, che altro
non erano che boccate d’ossigeno per evitare
l’asfissia.

Eppure, nonostante il mercato dei
cereali sia ai minimi storici, nonostante
interi raccolti di frutta distrutti
perché il prezzo di mercato
non copriva neppure le spese di
raccolta, nonostante la profonda
crisi del settore latte, nonostante
il rating bassissimo delle banche,
nonostante i costi di produzione alle
stelle, nonostante le 140mila aziende
chiuse nel 2013, c’è ancora chi ostenta
la ricchezza di questo settore.

Detto ciò, torniamo all’Imu.

Appena uscita la notizia dell’esenzione
per coltivatori diretti
e Iap, è iniziata la corsa frenetica
delle associazioni di categoria per issare le
bandiere sul risultato raggiunto.

Succede però, che nei 655 comuni parzialmente
esenti, beneficino dell’esenzione soltanto
i coltivatori diretti proprietari e regolarmente
iscritti nella previdenza agricola.

Succede però che esistono numerosissimi
casi in cui, Coltivatori diretti o Iap, raggiunta
l’età pensionabile, non essendo più iscritti
al regime previdenziale, abbiano ceduto in
affitto (magari ad un figlio, subentrato alla
conduzione dell’azienda, vista come unico
sbocco a fronte della crisi occupazionale) i
loro beni produttivi.

Succede però che questi ex coltivatori, si
ritrovino a pagare fino a 100 €/ha in media,
dopo una vita di sacrifici e di rinunce per acquistare
qualche centinaia di metri quadrati
di terreno in più per la loro attività.
Succede, di fatto, che un ex coltivatore diretto,
proprietario di 10 ha di terreno, che
percepisce una pensione di 500 € mensili,
si trovi a pagare 1.000 €/anno di Imu,
per andare a finanziare un bonus di 80 €
mensili (spot elettorale) sulla busta paga
di chi, percepisce una mensilità pari a 3
volte la sua.

Ma si sa, la terra è capitale, e il capitale, non
può rimanere in mano a contadini.


There is one comment

  1. mario

    Ho una piccola azienda agricola di circa 13 ha. Dei quali: ha 1,2 a vigneto; ha. 6,00 a oliveto ed ha 5,00 a seminativi dei quali 2 coltivati il resto incolti. La restante superficie è boschiva. Siccome, i prodotti ricavati non riescono a coprire le spese sostenute, utilizzo parte della mia pensione da dipendente per fare fronte alle spese di gestione, ho deciso: provvederò alla estrazione totale del vigneto, raccoglierò le olive per il mio fabbisogno lascerò incolto tutto il resto. Quando fra 5/6 anni si creerà un dissesto idrogeologico, per mancata regimazione delle acque ecc. ecc. Cercherò i politici di turno che hanno portato a questo, assieme a ambientalisti animalisti e chi più ne abbia, più le metta. P.S. pago tares, imu, tasi: devo percorrere circa 2,5 km. di strada vicinale ad uso pubblico, per cui devo concorrere anche a sostenere costi di manutenzione di questa. Vendo tutto e vado via dalla bella Italia.

Pubblica un commento