Impianto interrato in stile israeliano

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La scelta della coop romagnola Alac risolve anche il fenomeno dell’evaporazione

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Un po’ di Israele nella romagnola Cesena. Se è vero che nel paese del vicino oriente da anni l’irrigazione, e la fertirrigazione, si fanno con ali gocciolanti interrate, in Romagna (ma anche in Italia in generale) ciò non è molto diffuso. Al massimo parliamo di manichetta coperta dalla pacciamatura. Ma c’è un’eccezione. La cooperativa Alac (400 ettari di superficie) ha realizzato un paio d’anni fa un impianto di fertirrigazione in un pescheto (5 ettari) di proprietà situato ai piedi della prima fascia collinare. «Credo che in Romagna sia il primo caso – spiega il presidente Gabriele Bacchi – di ali gocciolanti interrate su pescheto. Ma in generale sono impianti molto rari in Italia. Il perché di questa scelta? Una questione di praticità. In cooperativa ci serviamo solo di manodopera, di operai per capirci. La presenza delle manichette a mezz’aria andava a complicarci la gestione della sicurezza. Mi rendo conto che per aziende private si tratta di inezie, ma nel nostro caso dobbiamo difenderci da ogni possibile cavillo e prevenire problemi».

Elevata praticità

Ma non si tratta solo di sicurezza, prima di tutto è una questione di praticità. L’assenza di manichette permette tutte le operazioni colturali senza ostacoli. Dalla potatura al diradamento, fino alla raccolta: in tal modo si gira attorno alle piante e le ore di manodopera subiscono un sensibile calo. Diserbo e fresatura sono facilitate e con le attrezzature si può procedere ad una velocità più sostenuta. «Non va dimenticato – prosegue il presidente – l’aspetto agronomico: acqua e fertilizzanti sono subito a disposizione delle radici dato che l’ala gocciolante è interrata di 30 centimetri. Abbiamo passato già due stagioni produttive e non abbiamo avuto problemi, se non quello del prezzo delle pesche, ma questo è un altro discorso. L’impianto è a Y e la libertà dei movimenti attorno alle piante facilita tutte le operazioni colturali». Il progettista dell’impianto è Marco Tommasini, tecnico del Consorzio Agrario Adriatico. «L’impianto realizzato per l’Alac – afferma Tommasini – ha la peculiarità di sfruttare i principi della subirrigazione. Abbiamo posizionato la manichetta a 30 centimetri di profondità e a 30 centimetri di distanza dai tronchi. L’acqua utilizzata per la fertirrigazione è quella del Cer, il Canale emiliano romagnolo. È un’acqua batteriologicamente e chimicamente perfetta, ma presenta problemi di sospensioni. Per questo, nel progettare l’impianto, abbiamo dovuto porre un’attenzione specifica al sistema di filtraggio. Abbiamo posizionato una centralina automatica che, volendo, può essere gestita anche da remoto. La centralina è in grado di comandare il turno di irrigazione, i lavaggi, la fertirrigazione. Per ora la proprietà gestisce in automatico il tempo di irrigazione, ma volendo si può regolare anche in base al volume. O entrambi i parametri». L’impianto allestito ha due serbatoi di fertilizzanti con pompa e due agitatori. Il concime usato è in polvere e la pompa è a iniezione. I fertilizzanti utilizzati sono idrosolubili complessi. «Dal punto di vista produttivo – precisa Bacchi – non sono state riscontrate differenze rispetto a metodi più tradizionali. Anzi, c’è stato anche un risparmio idrico dovuto all’assenza di evaporazione. Nel territorio romagnolo non è un problema ancora molto sentito, ma il risparmio idrico può comunque essere una carta da giocare, specie in fatto di comunicazione».

Più tradizione sul kiwi

Alac ha realizzato un anno fa anche un doppio impianto di irrigazione su 5 ettari di kiwi. È un combinato in quanto vi è il sistema a goccia per la fertirrigazione e un impianto a microgetti per la climatizzazione. «Il kiwi è una coltura molto sensibile all’irrigazione e alla concimazione – dice Bacchi -. Ma non va dimenticato neppure il microclima che deve essere sempre umido. Grazie alla goccia andiamo ad apportare nutrimento, mentre con i microgetti, uno ogni due piante, umidifichiamo l’ambiente specie nelle giornate più calde». «In realtà i microgetti – gli fa eco Tommasini – servono anche come protezione antibrina. In Romagna le gelate tardive primaverili non sono rare e il kiwi è una coltura particolarmente delicata. Irrigare sottochioma durante le ore più fredde della notte aiuta a mantenere la temperatura superiore di mezzo grado, o anche di più, rispetto a quella dell’aria. Ciò può salvare un’intera annata». Anche in questo caso il progettista ha dovuto porre particolare attenzione alla gestione dei filtri. Utilizza ghiaia come drenante più una rete di sicurezza. I lavaggi vengono svolti in automatico tramite sensore che invia impulso alla centralina. Il costo di un ettaro di impianto irriguo a goccia si aggira sui 1.000 €, mentre per quello con microirrigatori ne servono almeno 2.000. Poi a parte va calcolata la centralina e il sistema d’iniezione, pompaggio e filtri. In questo caso i prezzi dipendono dal dimensionamento dell’impianto e dalle condizioni dell’acqua. Visualizza l’articolo completo di Terra e Vita n. 13/2015