Impianti albicocco, fusetto e palmetta più produttivi

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Sono gli impianti adatti alla pianura e più redditizi secondo uno studio Crpv

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 Relegato in passato alle aree collinari e pedecollinari, l’albicocco da qualche tempo si sta espandendo anche nelle zone di pianura; complici la crisi di altre drupacee più importanti come il pesco e il crescente interesse di questo frutto da parte del consumatore, ma anche grazie allo sviluppo di nuove forme di allevamento e tecniche di potatura. A differenza, infatti, delle aree declivi dove di solito s’impiega il vaso ritardato (totalmente raccoglibile da terra), in pianura (dov’è possibile adoperare il carro-raccolta) l’albicocco è spesso allevato a palmetta, una forma in parete a bassa densità ma in grado di assicurare elevate rese produttive.   Bassa densità Sia il vaso ritardato (vasetto) sia la palmetta sono sistemi di allevamento adatti alla bassa densità d’impianto: 400-600 piante/ha. Nel vasetto l’albero inizialmente cresce a cespuglio, vigoroso e con molti rami anticipati (non sono previsti in questa fase interventi particolari, tranne l’eliminazione di germogli vigorosi, concorrenti con le branche principali) e solo dopo due anni di produzione (in genere al quarto anno), eliminando totalmente l’asse centrale, viene trasformato in un vaso piuttosto irregolare, molto aperto e senza l’ausilio di tutori. La palmetta è una forma che si adatta bene all’albicocco nella versione libera poiché non comporta eccessive costrizioni, ma lascia alla pianta una certa autonomia di crescita (richiede comunque pali e fili di sostegno). È costituita da uno scheletro con asse centrale e 3-4 palchi di branche primarie su cui s’inseriscono corte brachette secondarie e rami produttivi. Durante la fase d’allevamento (che dura circa 3-4 anni) la potatura invernale ha lo scopo di eliminare le brachette in eccesso e favorire l’allungamento delle branche principali, mentre gli interventi al verde servono a sfoltire i rami misti e individuare quelli per la formazione dei palchi.   L’alta densità Sulla base di esperienze condotte su altre drupacee, nelle aree di pianura si stanno mettendo a dimora nuovi impianti con circa 1.500 piante/ha valutando la possibilità di coltivare l’albicocco a fusetto o con il sistema a “V”, forme entrambe studiate e messe a punto per l’alta densità. Nel fusetto (tipico del pesco) la pianta è costituita da un unico palco di 3-5 branche inserite a circa 60-70 cm da terra e da un asse centrale permanente rivestito da corte brachette produttive orientate in tutte le direzioni con angoli d’inserzione sufficientemente aperti. Le brachette presentano vigoria decrescente dal basso verso l’alto, tale da configurare, insieme al palco basale, un vero e proprio fuso. L’ombreggiamento delle parti basali, dovuto alla vicinanza tra le piante, richiede un certo impegno di potatura al verde per garantire la necessaria penetrazione della luce. Il sistema a “V” (già impiegato nel susino) è una forma derivata dal fusetto, realizzata mettendo a dimora astoni in posizione leggermente inclinata verso l’interfilare (15-20° rispetto alla verticale) alternativamente in senso opposto lungo il filare. La potatura, sia invernale sia al verde, tende a eliminare i rami “in schiena”, ad alleggerire la cima delle branche e a rinnovare la vegetazione, in particolare nella parte bassa della chioma. Entrambe queste forme richiedono un minimo di strutture di sostegno (pali e fili) e possono essere gestite con l’ausilio del carro-raccolta. Per l’articolo completo vedi Terra e Vita 23 SPECIALE ALBICOCCO L’Edicola di Terra e Vita