Il vino, nuova frontiera d’investimento per gli Italiani

Investire in vino rende più della Borsa

vino

I valori immobiliari scendono, i titoli di Borsa sono altalenanti, ma comprare vino come forma di investimento può rendere molto di più rispetto agli altri titoli del settore finanziario. I wine lover possono così trasformare il loro piacere in guadagno. Lo dicono i dati di una ricerca commissionata a Mediobanca da Ornellaia, brand di punta del gruppo toscano Marchesi de’ Frescobaldi, che ha coinvolto anche il Censis e degli indici Liv-ex che misurano l’andamento dei prezzi dei grandi vini.

A livello internazionale, la ricerca mostra che un euro investito in vino nel 2001 è cresciuto a 5,4 euro a inizio 2016. Lo stesso importo, investito nelle borse mondiali, si sarebbe invece tradotto in un capitale finale di 1,6 euro. Partendo dai minimi di fine 2008 il medesimo euro allocato in un portafoglio di titoli vinicoli sarebbe arrivato fino ai 3,4 euro rispetto ai 2-2,5 euro di rendimento dalle Borse mondiali.

In particolare un’etichetta di pregio come Ornellaia si sarebbe rivelata un investimento redditizio: in 10 anni è cresciuta mediamente del 160% facendo addirittura meglio dei First Growths, ossia dei Premier Crus, l’Olimpo dei migliori vini e del Liv-Ex 100, altra classifica mondiale dei grandi marchi di vino.

Il Censis ha evidenziato anche quanto il risparmiatore sia ormai disorientato e non sappia come tutelare i proprio soldi se non “nascondendoli nel materasso”. Così dal 2009 al 2014 i risparmiatori si sono rivolti ai classici beni rifugio: gli oggetti di valore delle famiglie italiane sono aumentati di 8,1 miliardi di euro, il contante di 11,9 miliardi, i depositi bancari di 61 miliardi, i risparmi postali di 46,7 miliardi, mentre i Titoli di Stato sono diminuiti di 17,2 miliardi e le obbligazioni bancarie addirittura di 144,7 miliardi.

Il 30,6% degli italiani, riporta inoltre la ricerca, sarebbe intenzionato a investire nell’ industria alimentare e vinicola più che nelle aziende informatiche  (19%), nelle grandi multinazionali  (9,8%) o anche nel made in Italy tradizionale  (29%).


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