Il credito all’agricoltura si è ristretto

Le organizzazioni lamentano la difficoltà di accesso ai mutui: aziende agricole le più penalizzate
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Per l’agricoltura i cordoni delle banche sono stati sempre stretti, ma ora che l’intero sistema produttivo rischia un nuovo giro di vite che coinvolge tutte le banche dell’Europa, per le aziende agricole potrebbe essere l’ennesima débacle.
«La liquidità delle banche è scarsa e le condizioni sono fortemente inasprite». Roberto Grassa, responsabile del settore credito e Confidi della Coldiretti delinea un quadro a tinte fosche della situazione creditizia (ed economica) del paese e dell’agricoltura in particolare.
«Da giugno – aggiunge – stiamo rinegoziando gli accordi e i tassi di interesse hanno registrato una crescita che arriva al 40 per cento. Si è arrivati a toccare il 6% dal 3% di inizio 2011». Grassa spiega così che allo stato attuale sono davvero poche le imprese agricole che possono fruire di approvvigionamento sul mercato finanziario. E anche le sofferenze sono in netto aumento. «Anche all’interno di CreditAgri – aggiunge il responsabile del settore credito della Coldiretti – avvertiamo criticità». Grassa lancia l’allarme anche sul fronte dei Psr. «Puoi investire e innovare quanto vuoi – afferma – ma se il mercato non accoglie la tua offerta e se il tuo patrimonio non dà redditività e non hai neppure i flussi per pagare i debiti, allora non c’è spazio per investire». La soluzione?
Per Grassa non ci sono alternative: «O c’è una politica economica forte che faccia leva per esempio sulla defiscalizzazione degli utili o sull’abbattimento dei costi a partire da quelli previdenziali, oppure in questo momento inerziale le imprese, e in particolare quelle agricole, tirano i remi in barca».
«Viviamo una situazione difficile – incalza Massimo Bagnoli, responsabile del settore credito della Cia – con una stretta del credito nei confronti delle aziende agricole. Le banche hanno poca liquidità e pertanto c’è pochissima disponibilità a supportare i finanziamenti degli agricoltori». Il sistema bancario non ha provvista – denuncia il responsabile della Cia – e il primo settore che viene penalizzato è quello agricolo. «Poca liquidità – aggiunge Bagnoli – vuol dire fare provvista a costi alti e difficoltà a reimpiegare la provvista sul mercato. Inoltre c’è anche un altro elemento di cui tener conto. Le banche inevitabilmente favoriscono le imprese più solvibili e storicamente quelle agricole danno meno sicurezza. In questa fase poi tutti i problemi si acuiscono». Per Bagnoli la situazione sta avendo un impatto preoccupante anche sulla spesa dei Psr che richiede un cofinanziamento dei progetti da parte degli agricoltori. L’esponente della Cia sottolinea anche che nel dato degli impieghi che supera i 40 miliardi c’è una percentuale rilevante dell’indebitamento a breve e sempre più spesso le imprese si rivolgono al sistema bancario per ristrutturare il debito o per coprire i buchi di gestione.
«Dal nostro osservatorio – afferma Fabio Tracagni, responsabile dei servizi alle imprese nel campo del credito e assicurazione della Confagricoltura – emerge una «evidente difficoltà degli agricoltori che però, almeno fino a ora, non siamo in grado ancora di quantificare. Gli ultimi dati risalgono a luglio e segnalano un aumento di 200 milioni degli impieghi che hanno superato i 43 miliardi, ma spesso si tratta solo di ristrutturazioni. Rileviamo anche una crescita delle sofferenze che però è da ascrivere a tutti i settori produttivi ». Un’altra «sensazione» della Confagricoltura è che la stretta creditizia si avverte di più sul fronte dei grandi istituti bancari.
«Le banche piccole – afferma Tracagni – sono generalmente meno restie a dare credito all’agricoltura per il suo legame con il territorio. Le grandi banche hanno invece una politica centralizzata ». È comunque innegabile, secondo il rappresentante di Confagricoltura, che in questo periodo sia difficile accendere mutui rispetto a qualche mese fa. Tracagni invece non se la sente di mettere in relazione lo scarso tiraggio dei fondi Psr con il credit crunch: «piuttosto – sostiene – la problematica è da individuare nelle lungaggini delle istruttorie e delle Regioni.


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