Greening, al Centro meno vincoli

IMPATTO NUOVA PAC
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Fra tutte le novità introdotte con la riforma Pac, il greening costituisce un controverso strumento d’aiuto a duplice valenza. Da una parte tutte le imprese agricole in possesso di titoli base disaccoppiati saranno beneficiarie, mentre dall’altra la reale applicazione graverà su una minoranza di agricoltori.

Le stime parlano solo di un 5-6% di produttori italiani, possessori di un terzo della superficie nazionale a seminativi, che saranno tenuti ad adempiere ai tre impegni obbligatori. Se scendiamo a livello territoriale, poi, l’incidenza sarà maggiore nel nord del Paese. Soprattutto in regioni come Piemonte, Lombardia e Emilia-Romagna, ove la dimensione media delle aziende agricole supera i 15 ha di Sau, il greening avrà un impatto rilevante, riservando un’incidenza numericamente minore per le aziende del centro e sud Italia. Fa eccezione il Veneto al Nord, con una dimensione media di nemmeno 7 ha e la Sardegna che, con quasi 19 ha di Sau, supera perfino la Lombardia (18,4 ha) come superficie media aziendale.

Abbiamo già verificato come e con quali effetti la componente dedicata all’inverdimento della Pac impatterà sulle aziende agricole del Nord, soprattutto della Pianura Padana. Gli impegni saranno meno vincolanti per le imprese a seminativi, che già oggi adottano piani colturali con più colture, mentre peseranno di più sulle realtà economiche a indirizzo produttivo da carne bovina e suina, costringendole a diversificare maggiormente l’indirizzo colturale, oggi basato sul mais. Per tutte, comunque, la creazione di aree a cosiddetto “focus ecologico”, comporterà un sensibile calo delle entrate (almeno un 5% di superficie produttiva verrà infatti sacrificato alla creazione di aree a valenza ambientale).

Nell’Italia centrale le cose andranno probabilmente in modo diverso, in quanto la maggioranza delle aziende agricole, avendo superfici medie inferiori a 10 ha, sfuggirà agli obblighi del greening, soprattutto alla diversificazione delle colture e alla creazione di aree a focus ecologico, adempimento, quest’ultimo, che ricade sulle imprese con superfici a seminativo superiori a 15 ha. Sul mantenimento obbligatorio delle foraggere permanenti, dipenderà dalla loro eventuale ubicazione in aree protette.

È possibile comunque effettuare simulazioni su due realtà del Centro, la prima è un’azienda della collina interna delle Marche, la seconda ubicata in Toscana. Ebbene, la realtà marchigiana è di 24 ha, di cui 20 a seminativo, equamente divisi fra girasole e grano duro. L’azienda possiede anche 4 ha a vigneto che però rimangono esclusi dal meccanismo del greening. Riguardo al primo adempimento, la diversificazione dei seminativi, l’impresa marchigiana dovrà introdurre una terza coltura, perché, superando i 10 ha di superficie, dovrà garantire un minimo (il 5%) a un terzo seminativo. E questo è già un problema, poiché l’azienda dovrà cercare un’alternativa economicamente e agronomicamente sostenibile. Considerata poi l’assenza di superfici a foraggere permanenti, dovrà comunque soddisfare il terzo requisito, ovvero la creazione di aree ecologiche, che, stante la superficie a seminativi di 20 ha, non dovranno essere inferiori a 1 ha.

In definitiva, l’azienda passerà da due a tre colture e perderà 1 ha di superficie produttiva, da impiegare in aree verdi, con conseguente calo della produzione lorda vendibile, stimabile in non meno di 1.200 € (5 t di grano duro a 240 €/t). Difficile invece valutare i maggiori costi di gestione derivanti dalla diversificazione colturale e dalla creazione di superfici a focus ecologico.

L’azienda in Toscana, invece, è una realtà di 30 ha a indirizzo zootecnico per la produzione di bovini da carne di razza podolica, anch’essa nella collina interna. La superficie è suddivisa in parti uguali tra frumento duro, sorgo e pascolo. Mentre l’impresa agricola dovrà valutare l’obbligo o meno di preservare la superficie a foraggera permanente e ciò in funzione della sua inclusione in aree protette, come la precedente dovrà introdurre una terza coltura a seminativo compatibile con le esigenze manageriali ed escludere dalla produzione almeno 1 ha, da reimpostare in area verde improduttiva. Valgono le medesime considerazioni, di carattere economico, dell’azienda a seminativi delle Marche.

Cambiano le superfici, le colture e l’indirizzo produttivo, ma rimane il fatto che le aziende dell’Italia centrale sottoposte a greening, numericamente inferiori che nel nord del Paese, saranno soggette comunque a un cambio di impostazione produttiva, con minori entrate e maggiori costi. Infine, una domanda (che esula dal contesto economico): avremo le campagne del nord più “verdi” di quelle del centro Italia?

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