Giro di vite contro gli scopazzi

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La fitoplasmosi torna a diffondersi. Norme più severe per gli estirpi

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L’Apple proliferation (Ap), o scopazzi del melo è una delle malattie che continuano a destare la maggiore preoccupazione per la frutticoltura del Trentino Alto Adige. Dopo alcuni anni nei quali, grazie al forte rinnovo avviato dai primi anni 2000, con un ritmo del 7-10% all’anno, il problema sembrava sotto controllo, dal 2011 la situazione è cambiata ed ora particolarmente in Valsugana assistiamo ad «un forte e preoccupante sviluppo della malattia». L’allarme è stato lanciato da Gianluca Giuliani del Centro di trasferimento tecnologico della Fondazione Mach (Fem)  nel corso della 18a Giornata sulla frutticoltura delle Valli del Noce (Cles, 16 febbraio). «In Valsugana – testimonia Giuliani − siamo oltre al 7% delle piante colpite, ma anche in Valle di Non dal 2011 sono quasi raddoppiate le infezioni, passando dallo 0,20 allo 0,38% (fig.1)». La varietà più colpita è Golden Delicious, soprattutto se oltre i vent’anni di età, piante spesso già segnalate ma colpevolmente non estirpate. Sono queste le prime fonti di inoculo, al punto che il Consiglio Provinciale di Trento ha approvato una legge che adotta misure per estirpare le piante colpite dagli scopazzi anche nel caso in cui i proprietari non vogliano intervenire, addebitando le spese agli inadempienti maggiorate da una sanzione di 400 euro/ha, «Il primo obbligo – commenta Alessandro Dalpiaz direttore di Apot − è pertanto quello dell’immediata estirpazione delle piante colpite, ma deve essere anche continuata la lotta contro i vettori». La lotta ai vettori La fitopatia degli scopazzi è infatti causata da un organismo simile ad un batterio (fitoplasma) che vive esclusivamente nel floema delle piante. Questo si diffonde sia naturalmente mediante insetti vettori (Cacopsylla picta, Cacopsylla melanoneura sono le sole due specie finora accertate) che artificialmente mediante innesto o materiale di propagazione infetto in forma latente. Tutte le varietà e i portainnesti commerciali sono suscettibili e non ci sono terapie in grado di curare l’infezione. La perdita economica è dovuta alla produzione di frutti di ridotte dimensioni e di scarso valore organolettico. Una parte significativa della conoscenza disponibile sull’epidemiologia di questa malattia è stata prodotta in Fem nel corso di due progetti di ricerca (Ioriatti e Jarausch, 2008), che con un approccio interdisciplinare che hanno operato in tre diverse direzioni, fra l’altro è stato focalizzato sulla selezione di materiale vegetale resistente a partire dai portainnesti apomittici (genotipi naturalmente resistenti). È stato quindi avviato un programma di incrocio e selezione (breeding) al fine di migliorare le caratteristiche agronomiche dei portinnesti apomittici. Sulla base dei risultati di questi due progetti di ricerca e dalla conoscenza nel frattempo reperibile in bibliografia è stato possibile stabilire che nel breve periodo, il solo modo di prevenire l’ulteriore diffondersi della malattia è quello di ridurre l’inoculo mediante l’estirpazione delle piante infette, di utilizzare materiale di propagazione sano e di controllare gli insetti vettori. Nel corso del convegno di Cles è stata indicata C. picta, come maggiore responsabile del diffondersi dell’infezione, da contrastare con due trattamenti uno pre e uno post fioritura già dal secondo anno dall’impianto. Un’ulteriore raccomandazione riguarda la segnalazione dei frutteti abbandonati al fine di un immediato intervento. San Michele e Laimburg insieme Un problema che non risparmia il vicino Alto Adige, visto che il problema si è recentemente riacutizzato anche nei comprensori melicoli del Bugraviato e nella Bassa Val Venosta. Una situazione che ha spinto ad una più stretta collaborazione tra gli istituti di ricerca della Fondazione Mach di San Michele all’Adige (Tn) e di Laimburg (Bz), che hanno avviato un progetto congiunto con il supporto finanziario della Op altoatesina Vog e dell’Apot trentina. Il monitoraggio sistematico delle popolazioni di psille di un campione rappresentativo di frutteti e la mappatura dell’evoluzione della sintomatologia negli stessi frutteti forniranno le informazioni di base per l’apprestamento delle misure di controllo concertate con i produttori. Il progetto prevede di massimizzare l’efficacia del controllo degli insetti minimizzando l’effetto negativo dei trattamenti attraverso la verifica dell’efficacia di nuovi formulati a basso impatto. E nel lungo periodo, il progetto di ricerca ipotizza un controllo della malattia sia mediante lo sviluppo e la diffusione di materiale vegetale resistente alla fitoplasmosi che attraverso il controllo biologico basato sull’interazione con le comunità microbiche (endosimbionti e/o endofiti) o interferendo sui complessi meccanismi biochimici che rendono possibile la sopravvivenza del fitoplasma nell’ambiente insetto, la sua trasmissione e la sua proliferazione nel sistema vascolare della pianta. Quest’ultima ipotesi di ricerca nasce dalla constatazione della diversa efficacia di trasmissione evidenziata fra le due specie di psilla e fra ceppi geografici diversi all’interno della specie C. melanoneura. (C. melanoneura e C. picta). La comprensione dei meccanismi che stanno alla base dell’efficienza di trasmissione permetterebbe di ipotizzare lo sviluppo di nuovi strumenti e strategie di controllo. Il contributo delle scienze “omiche” Un ulteriore obbiettivo del progetto è quello di indagare circa la possibile presenza di altri insetti vettori, spostando l’attenzione sulle aree limitrofe. In alcuni casi i sintomi possono infatti talora regredire e scomparire per periodi più o meno lunghi (recovery). L’ipotesi che si intende verificare in questo progetto è che la manifestazione del recovery sia da mettere in relazione con la presenza di una determinata comunità microbica (endofiti) in grado di contrastare la moltiplicazione del fitoplasma nei tessuti della pianta. Queste indagini verranno effettuate avvalendosi dei più moderni strumenti messi a disposizione dalle scienze omiche (genomica, transcrittomica, metabolomica) e dalle nuove professionalità che sono state acquisite in questi ultimi anni dalla Fondazione Edmund Mach. Visualizza l’articolo completo