Gardini: «Ai soci il giusto reddito»

Il presidente di FedagriConfcooperative: rappresentanza unitaria e aggregazione fra imprese
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Maurizio Gardini, presidente di Fedagri-Confcooperative.

 

Poteva andare peggio.
Alla fine, la manovra di agosto è costata tre punti in più alle cooperative agricole, dal 20 al 23% di tassazione sugli utili. Meno bene per la galassia (ex-rossa) delle coop di consumo (+68%) o per le cooperative di conduzione (+13%).
Intaccati anche gli utili delle Bcc, le banche di credito cooperativo, punta di diamante delle ex-cooperative bianche (davanti all’agroalimentare): qui la scure è calata due volte, prima con l’aumento dell’Irap (come per tutte le altre banche), poi con un ulteriore 6% sugli utili. Ad hoc.
Misurati i danni, il punto è altrove: «La cooperazione è l’unica struttura giuridica colpita eppure è anche l’unica che, pur pagando le tasse, non divide gli utili fra i soci». Se questo è il “privilegio” Maurizio Gardini, presidente di Fedagri-Confcooperative rilancia un’idea: «Estendiamo a tutti, anche alle società di capitale, la normativa cooperativa così possiamo capitalizzare le imprese (il problema esiste per tutti) e rafforzarle ». In soldoni: se gli imprenditori non vogliono pagare le tasse, lascino gli utili in azienda: «La verità è che ci sono imprenditori che preferiscono spolpare le aziende, grandi o piccole che siano».
Presidente, al netto dell’aggravio fiscale come valuta lamanovra?
È recessiva, pesa sulle famiglie e deprime i consumi basici, pagano i soliti noti, non incide sulla lotta all’evasione, non intacca le necessità strutturali del Paese e interviene con misure temporanee, è inadeguata: in questi giorni il differenziale btp-bund ha bruciato tutta la manovra e si è già mangiato gli aumenti di capitale delle banche.
La chiamano papi-tax.
Il problema è la credibilità.
Senza correttori dettati dalla politica, il Paese sarà sempre più allamercé della speculazione. Tra i 27 non va meglio: l’euro è un’incompiuta, prevalgono i nazionalismi sotto la pressione delle scadenze elettorali tedesche e francesi. Solo il governo italiano non è sensibile agli input degli elettori!
La crisi accelera i processi unitari delle rappresentanza?
Le ragioni storico-ideali che hanno ispirato la nascita delle cooperative sono un patrimonio, ma sono anche superate. A gennaio è stata costituita l’Aci (alleanza fra cooperative bianche di Confcooperative, rosse della Lega, verdi di Agci ex-repubblicane ndr.). Il settore agricolo viene già da una lunga stagione di coordinamento. Nei prossimi mesi faremo i primi consigli di presidenza congiunti. Il processo è decollato ed è irreversibile.
I tempi?
Brevissimi, anche una manciata di anni.
Unci agricola a parte…
Unci non fa parte di Aci e vive una situazione conflittuale interna al gruppo dirigente di cui non vogliamo occuparci. Un pasticciaccio organizzativo che non può che dare cattivi frutti.
Unità anche per le imprese?
Il forte ridimensionamento che attende le aziende agricole italiane è scritto nell’ultimo censimento: 1milione e 600 mila aziende di cui lametà inferiore ai 2 ha, la soglia dimarginalità. Le 250 mila aziende sopra i dieci ettari, piccole per l’Europa, ma importanti per l’Italia, sono lo zoccolo duro dell’agricoltura del domani. Ma occorre un forte sforzo per semplificare anche gli strumenti. Penso alle cantine sociali: ieri l’Italia produceva circa 60 milioni di q di vino, oggi poco più di 40: occorre mettere a punto un grande processo di “efficientamento” a tutti i livelli. E se due cantine sono vicine e le produzioni sono calate, dovranno diventare una sola.
A che punto siete?
I dialoghi già ci sono. Chiaro che sui territori esistono campanili fisici e ideologici: vanno superati. Il nostro obiettivo è ridimensionare i costi per dare ai soci il giusto reddito.
Ma se parliamo di ortofrutta è sulla gdo che finiscono le colpe. Tutte?
Non esclusivamente, ma è vero che ci sono stati comportamenti arroganti ed è stato utilizzato il potere contrattuale per trasferire la maggiore fetta del valore aggiunto a danno dei soli agricoltori.
Ad esempio?
L’aumento dei ristorni negli ultimi cinque anni. L’incremento delle operazioni a scarsa trasparenza come quelle sull’origine o il sottocosto.
Cosa chiede?
Da liberista credo che nei rapporti commerciali si debba trovare un equilibrio e accordi tra domanda e offerta, ma di fronte a un’esasperata concentrazione di domanda e potere deve intervenire la politica.
Dobbiamo aggregare questa offerta estremamente frammentata e trasferire l’esperienza dell’ocm ortofrutta ad altri comparti. Dobbiamo migliorare l’ocm per fruibilità e per l’accesso all’offerta organizzata.
Problema a parte è la frutta deperibile: da due anni chiediamo strumenti per gestire le crisi, per i ritiri dal mercato da parte delle op e non. Abbiamo lavorato anche con le organizzazioni francesi e spagnole e il frutto è il documento presentato ora alla Commissione.
Nato in realtà come asse franco-spagnolo.
Per effetto dei disordini scoppiati in Francia contro l’import di frutta spagnola. Ora c’è anche la firma italiana e questo conta: un documento che rappresenta il 70-80% della frutta europea. Riprende fra l’altro la proposta di un osservatorio che dovrà accertare le dimensioni dell’offerta per gestirla con qualche giorno di anticipo ed evitare comportamenti scorretti.
Ad esempio?
Le pesche spagnole esportate in Russia a prezzi talmente bassi da non remunerare la materia prima: qualcuno deve aver assorbito una parte dei costi della filiera! La Francia invece sostiene i produttori di pesche (3,5 milioni di q): 60 milioni di euro per la fiscalizzazione degli oneri fiscali e previdenziali e la concentrazione delle op. Rapportati ai 15 milioni di q italiani equivarrebbero a 250-300 milioni.
Nel documento si parla anche di relazioni parti agricolegdo: vogliamo parità di trattamento con la legge francese.
Che non ha salvato i transalpini dalla crisi di quest’anno.
Ma il governo francese ha aperto una procedura d’infrazione verso una delle maggiori catene distributive accusata di non aver rispettato le norme in fatto di tempi di pagamento, sottocosto, trasparenza.
L’offerta è già concentrata per le pere italiane, eppure…
Il 60% del prodotto è in mano a 6-7 gruppi, quasi tutti cooperativi. Ma 20-30 mila q sottoprezzo rischiano di svilire la quotazioni di 4 milioni di q di Abate fino a 20-30 cent/kg.
Come ne usciamo?
Con regole erga omnes. Ad esempio, sotto calibro, non dovrebbe vendere nemmeno l’operatore più piccolo.
Chi le stabilisce e impone?
L’organismo interprofessionale con l’avvallo della politica.
C’è una parte, importante, di gdo che è cooperativa oltre che italiana: fa differenza?
È più facile ragionare su origine, materia prima italiana, trasparenza, ristorni. Perché è italiana o perché è cooperativa?
Perché è cooperativa italiana che in quanto tale assolve anche una missione, pratica dei valori con l’obiettivo della coesione sociale e tutela delle famiglie. Non solo la difesa del capitale. Ma è vero che deve anche fare i conti con la gdo più aggressiva senza dimenticare che il suo riferimento sono consumatori e dettaglianti.
È appena nata la consulta della cooperazione presso il Mipaaf. Una presa di distanza dalle professionali?
Vogliamo far conoscere la nostra specificità per monitorare e gestire una serie di eventi, ma non non cerchiamo ulteriori tavoli, né di sostituire il tavolo verde: deve continuare il lavoro avviato con le professionali.


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