Foraggicoltura in crisi

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Perché il sistema regga le macchine devono avere un impiego ottimale. Condizione che solo gli agromeccanici professionali possono raggiungere

L’articolo Foraggicoltura in crisi è un contenuto originale di Il Contoterzista.

Prima che sia troppo tardi chi ci governa dovrà rendersi conto che la politica economica deve regolamentare e moderare, ove possibile, l’economia di mercato, per garantire a ogni individuo la libertà di fare e non fare, senza ledere quella altrui. Questo chiediamo alla politica: di diffondere giustizia e legalità, mantenendo la libertà di fare impresa, senza che questo porti a squilibri nel tessuto sociale ed economico.

I risultati, per ora, sono deludenti: la nostra industria alimentare, per esempio, non viene incentivata all’impiego delle risorse interne, con l’effetto indiretto di favorire gli acquisti di prodotti di importazione, provenienti da filiere più razionali ed offerti a prezzi più convenienti.

Nel settore zootecnico gli effetti sono particolarmente evidenti, e non sempre i prodotti importati sono peggiori dei nostri: chi ha bevuto il latte austriaco o bavarese sa di che cosa parliamo. Rimane però una perplessità di fondo: come possiamo parlare di “Gorgonzola Dop”, se poi il latte viene dalla Germania? Dobbiamo forse tutelare il prodotto finito a scapito della materia prima? È una politica inutile, che non valorizza il territorio rurale; e se le tante imitazioni estere un giorno raggiungeranno il livello qualitativo dei nostri formaggi, a chi interesserà il marchio d’origine? I palati fini potranno dire che l’aria della pianura padana è tutta un’altra cosa, ma è fatica accettare come “italiano” un prodotto fatto con latte d’importazione, oltre che una cattiva lezione per i consumatori italiani e stranieri.

Filiera lunga e complessa

Il latte fresco subisce più di altri prodotti le inefficienze di una filiera ancora troppo lunga e complessa: non è possibile che, dalla stalla al banco di vendita, il prezzo aumenti di 5 o 6 volte. Perché alcune cooperative altoatesine riescono a vendere latte di altissima qualità a prezzi di concorrenza, pur pagando il prodotto all’allevatore più delle centrali? Siamo sempre in Italia: nonostante le difficoltà di un territorio impervio e quelle dell’agricoltura di montagna, sanno lavorare meglio degli altri e, ci sia consentito dirlo, ripartendo equamente il valore di trasformazione su tutta la filiera.

Per le leguminose prevale il condizionatore a rulli scanalati, mentre per gli erbai di graminacee è possibile (e conveniente) l’impiego del sistema a flagelli.

Per le leguminose prevale il condizionatore a rulli scanalati, mentre per gli erbai di graminacee è possibile (e conveniente) l’impiego del sistema a flagelli.

Qualcuno, fuori dai nostri confini, si sarà fatto grasse risate a pensare che lo Stato italiano si sia reso disponibile a mediare fra l’industria alimentare, ormai in mani straniere, e quella sparuta minoranza di cittadini italiani che ancora si ostinano a produrre latte. Più che una mediazione, che resta una soluzione di compromesso, ci sarebbe voluta una politica più efficace per sostenere i nostri allevatori, un comparto che sta perdendo continuamente terreno. Invece la zootecnia è stata osteggiata e combattuta, più che incentivata: le recenti prese di posizione sugli effluenti, sulla Direttiva Nitrati e sull’impiego del letame in agricoltura testimoniano una precisa volontà della politica italiana di liberarsi di tutto ciò che può avere attinenza con la produzione animale, dal latte alla carne.

E che dire del consumo di suolo agricolo, un argomento spesso alla ribalta, ma gestito in modo assai diverso dalla programmazione territoriale? Dai e dai, la situazione è sfuggita di mano e sta sfiorando il paradosso: sono proprio le regioni a più alta vocazione zootecnica e agroalimentare a consumarne di più, riducendo le superfici coltivabili. Gli allevatori faticano a trovare terreni per “coprire” il piano di spandimento dei reflui, soggiacendo a fenomeni speculativi che ne riducono la già precaria redditività; in aggiunta, devono approvvigionarsi di foraggi su mercati sempre più lontani, con un effetto negativo sui costi di produzione. Il fieno si caratterizza infatti per un basso valore per unità foraggera, e di conseguenza per un’elevata incidenza dei trasporti. Questa è aggravata dal ridotto carico pagante, perché il sistema dei trasporti (dalla costruzione dei veicoli alle norme di circolazione stradale) è dimensionato su un rapporto ottimale fra peso e volume che non deve scendere molto al di sotto di 2 metri cubi per tonnellata, valore che caratterizza la maggior parte delle merci.

Per il fieno pressato il peso specifico può arrivare a 130-180 kg/mc per le rotoballe e a 200-280 kg/mc per le grandi balle a sezione quadrangolare: poiché il trasporto si paga a peso, il carico pagante è forzatamente ridotto e quindi aumenta l’incidenza del trasporto. Se aggiungiamo che la balla cilindrica resta tuttora la soluzione più praticata per i foraggi ad essiccazione naturale, ci rendiamo conto che il carico pagante scende ulteriormente, per effetto del volume perduto nella sovrapposizione delle balle.

Il costo dei trasporti, d’altro canto, si riflette sui prezzi alla produzione, annullando in molti casi la marginalità: accade così che quando il mercato di riferimento è molto distante, il trasporto incide negativamente sia sul prezzo alla stalla sia su quello alla produzione.

Una riprova sperimentale può venire dall’esame dei listini delle borse merci, che mostrano un differenziale di 20-50 €/t fra le regioni dove prevale la produzione di fieno e quelle dove invece prevale la domanda da parte degli allevatori. Una parte di queste differenze va, com’è giusto, ai commercianti: ma la somma di tutti i passaggi incide pesantemente sia sulla domanda (che vede lievitare il costo di produzione) sia sull’offerta, che vede ridursi la marginalità.

La foraggicoltura intensiva può sempre sopravvivere, se il ciclo produttivo è equilibrato e la coltura è ben condotta; ma nelle aree marginali, come quelle montane, è ormai divenuta antieconomica e porterà all’abbandono di considerevoli superfici agricole. Il sistema riesce ancora a stare in piedi perché pochi, specialmente nei terreni più difficili, sanno fare bene i conti; non va inoltre dimenticato il ruolo dell’agricoltura part time, dove la produzione non sempre risponde a finalità economiche, e quello del turismo rurale, dove le foraggere rappresentano un importante fattore di conservazione dell’ambiente rurale.

Il mercato delle macchine

In questo quadro è difficile ipotizzare una ripresa del mercato delle macchine per la fienagione, perché ancora troppo labile – e spesso sconosciuto – è il concetto di qualità: quanti foraggi vengono raccolti in modo incongruo, nel momento sbagliato o senza curarsi delle previsioni meteo? Fieni che hanno perduto gran parte del loro valore nutritivo, bruciati dal sole o ammuffiti, diventano facile preda di commercianti avveduti, che li ritirano solo per svuotare il fienile, trovando sempre qualche acquirente spinto dal bisogno di spendere poco. Per il produttore è una perdita secca, per il gasolio sprecato e perché viene a mancare una fonte di reddito, seppur magro (pochi si rendono conto di lavorare gratis); in questi contesti, chi ricorre al contoterzismo tende infatti a preferire impresa non professionali e con attrezzature obsolete, nella convinzione illusoria di spendere meno.

La tecnologia costruttiva si è da tempo evoluta verso i ranghinatori a giranti multiple.

La tecnologia costruttiva si è da tempo evoluta verso i ranghinatori a giranti multiple.

Ma la foraggicoltura vera è un’altra cosa: non è il recupero di qualche spicciolo, aleatorio e legato al mercato (ora stagnante), ma un’attività che può ancor oggi essere redditizia, se è stata impostata correttamente e se la filiera è in grado di apprezzare e pagare la qualità. Fra i fattori che più incidono sulla marginalità non si deve dimenticare il prezzo del capitale-terra, che nel recente passato aveva toccato quotazioni eccessive, soprattutto per colpa (o merito) del mercato dei foraggi disidratati. Come abbiamo avuto modo di ribadire in altre occasioni, per i seminativi il canone di affitto non dovrebbe mai superare il 25-30% del valore della produzione lorda vendibile. Una proporzione assai difficile da rispettare per i foraggi, soggetti a rapide e imprevedibili fluttuazioni dei listini, che si verificano sempre dopo la stipula del contratto.

Gli agricoltori più accorti, che si sono specializzati nel settore dei foraggi, sono in larga parte essi stessi contoterzisti, che ricorrono all’affitto per incrementare la superficie lavorata e diminuire così l’incidenza dei costi fissi, particolarmente rilevanti. Per i contoterzisti professionali l’attività nel settore dei foraggi è in costante aumento, proprio per effetto della crescente ricerca della qualità: al di là delle caratteristiche del terreno, è infatti necessaria una dotazione di macchine di alto livello tecnico e di una perfetta organizzazione aziendale, per eseguire tutte le operazioni con la massima tempestività. Capita infatti che mentre si esegue il taglio su un campo, in un altro appezzamento il prodotto sia già abbastanza secco per poter essere messo in andana, e in un altro ancora sia pronto da imballare; altrettanto tempestiva deve essere la messa in sicurezza delle balle in caso di maltempo. Una pioggia al momento sbagliato può rovinare irrimediabilmente una partita promettente, un’eventualità che si verifica spesso, ma che deve essere il più possibile limitata negli effetti e nell’entità del danno.

Non essendo quasi mai possibile impiegare la stessa trattrice per più lavorazioni, il parco macchine richiede sempre un minimo di 3-4 mezzi di trazione, oltre alle operatrici specifiche, ai caricatori frontali e ai rimorchi, per il carico e la messa in sicurezza delle balle. Un cantiere di tutto rispetto, che nelle imprese più grandi può essere replicato in più unità operative per garantire una sufficiente tempestività di intervento, specialmente con il primo taglio, che produce una massa più consistente di prodotto.

Falciatura e condizionamento

Perché il sistema regga, anche sul piano economico, è necessario che le macchine abbiano un impiego ottimale, per ridurre al minimo i costi per unità di prodotto.

Perché il sistema regga, anche sul piano economico, è necessario che le macchine abbiano un impiego ottimale, per ridurre al minimo i costi per unità di prodotto.

La falciatura è sempre abbinata al condizionamento, se si vuole ottenere una rapida essiccazione del foraggio (anche 36 ore di vantaggio rispetto alla semplice falciatura) e ridurre così l’esposizione all’azione ossidante della luce solare. Per questa operazione rimane ben netta la distinzione fra leguminose (ove prevale il condizionatore a rulli scanalati) ed erbai di graminacee, dove è possibile (e conveniente) l’impiego del sistema a flagelli, per l’azione più energica che favorisce una rapida essiccazione in campo. Il potere nutritivo delle leguminose in genere è in massima parte legato al contenuto di proteine, localizzate in gran parte nella foglia, che deve restare saldamente attaccata al fusto durante tutte le operazioni di campo. Di qui la preferenza accordata ai rulli, che riescono a fessurare il fusto, per consentire la perdita di umidità, senza danneggiare o distaccare le foglioline.

I ranghinatori a tappeto mobile sarebbero, per gli erbai di leguminose, la soluzione ottimale: ma il costo elevato ne ha finora limitato l’impiego solo al prodotto semi-appassito da destinare alla disidratazione industriale. Nel ranghinatore a giranti, la forma dei denti e la loro incidenza rispetto al terreno sono molto più importanti per le leguminose, più delicate, che per le graminacee, che hanno una foglia di tipo inguainante e saldamente connessa al culmo. La tecnologia costruttiva si è da tempo evoluta verso i ranghinatori a giranti multiple, che minimizzano la distanza percorsa rispetto al suolo e riducono le perdite dovute all’attrito col terreno e con la porzione di vegetazione presente.

L’elemento determinante rimane sempre la qualità: solo impiegando al meglio le macchine più moderne è possibile assicurare una buona lavorazione del foraggio, in grado di portare in cascina tutte le unità foraggere, senza perdere le caratteristiche nutrizionali del prodotto di partenza. Ma perché il sistema regga, anche sul piano economico, è necessario che le macchine abbiano un impiego ottimale, per ridurre al minimo i costi per unità di prodotto. Una condizione che solo le imprese agromeccaniche professionali possono raggiungere, grazie ad una perfetta organizzazione di un cantiere complesso e che richiede elevati investimenti.

 

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Andamento altalenante

Il mercato dei foraggi è soggetto ad una marcata alternanza fra periodi di crisi e aumenti di prezzi, legate ad una complessa interazione di fattori e anche alla specie coltivata. In linea generale, i listini tendono a seguire i cereali foraggeri, a loro volta collegati ai cereali per impiego alimentare, che ricalcano l’andamento dei prezzi delle materie prime. Questo spiega in parte l’attuale stagnazione; per la medica, le quotazioni sono inoltre legate al mercato del prodotto disidratato, caratterizzato da un elevato valore unitario e facilmente trasportabile, anche su grandi distanze. Qualche anno fa, una contestazione su una grossa partita destinata al Medio Oriente aveva gelato il mercato delle farine di medica, innescando l’attuale crisi per eccesso di offerta, ben prima della discesa dei prezzi delle materie prime. A differenza dei foraggi di graminacee, infatti, le leguminose foraggere comportano un impegno pluriennale (da 4 a 6 anni) per ammortizzare l’elevato costo di impianto; questo determina una certa rigidità dell’offerta, duramente pagata dal mercato negli ultimi due anni.

Bisogna però ammettere che, in tempi di crisi, il fieno di prima qualità si vende sempre e spunta comunque le quotazioni migliori; il problema diventa grave per quello di seconda o terza scelta, o per i fieni di prato polifita, specie se lavorati con tecniche improprie. di R.G.

 

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Imballatura, un fattore critico

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Per i foraggi tende ancora oggi a prevalere la balla cilindrica rispetto a quella a sezione quadrangolare, che sotto l’aspetto sarebbe assai più vantaggiosa in termini economici.

foto1aBox2 L’imballatura rappresenta tuttora un fattore critico, legato come detto alla logistica: per i foraggi tende ancor oggi a prevalere la balla cilindrica rispetto a quella a sezione quadrangolare, che sotto questo aspetto sarebbe assai più vantaggiosa in termini economici. Le riserve rispetto alla balla di forma parallelepipeda sono legate al diverso sistema di accumulo del prodotto durante la fase di alimentazione e di pressatura, che ne influenza la conservazione, sia in campo che in cascina. La balla a sezione quadrangolare di grandi dimensioni (le balle maneggiabili sono ormai confinate a mercati di nicchia), presenta falde parallele, con i fusti perpendicolari alla superficie esterna: questo facilita l’ingresso delle acque meteoriche e, anche per effetto della maggiore densità, la conservabilità del fieno può essere compromessa. Nella balla cilindrica invece la falda è unica, avvolta in continuo su sé stessa: i culmi tendono a disporsi longitudinalmente e a proteggere gli strati interni dalla percolazione dell’acqua piovana, ancor più se la legatura è fatta con rete; la minore compressione – un handicap per il trasporto – si rivela determinante per favorire la perdita di umidità dopo una pioggia. 

Un caso in cui si tende a preferire la balla a sezione quadrangolare, anche per il fieno, merita di essere citato se non altro per la sua particolarità. Con medica di prima scelta, questo sistema – preceduto da trinciatura – viene preferito proprio per l’agricoltura di malga, in quanto riduce il costo del trasporto primario; arrivato a destinazione, il foraggio viene nuovamente pressato in balle maneggiabili per il trasporto in quota. In tutti i casi in cui la produzione di foraggi affienati avviene a distanza dal mercato finale, solo le imprese specializzate riescono a garantire all’agricoltore una marginalità, seppure modesta, anche in presenza di quotazioni contenute. di R.G.