Foraggi, così il Crpa al Bovimac di Gonzaga

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Quali sono i trend tecnici per le tecniche di fienagione, le modalità di stoccaggio e utilizzo dei foraggi e la pianificazione del sistema foraggero aziendale. Il contributo del Crpa al convegno organizzato alla fiera di Gonzaga dal Consorzio del Parmigiano Reggiano e dall’Informatore Zootecnico

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Quale contributo può fornire una produzione aziendale di foraggi che sia “razionale e di qualità”? Anzitutto, può ottimizzare l’alimentazione delle bovine, ridurre la dipendenza dal mercato e i costi, assicurare una filiera più corta e controllata, quindi più sicura (relativamente a nitrati e clostridi) e migliorare la compatibilità ambientale dell’allevamento.

È la conclusione cui è giunta Maria Teresa Pacchioli, del Crpa, che, insieme al collega Fabio Ruozzi, è intervenuta il 22 gennaio al convegno “Qualità del prodotto e dei processi produttivi nella filiera del Parmigiano Reggiano. Nuove sensibilità del consumatore e possibili risposta da parte dei produttori”, organizzato alla fiera Bovimac di Gonzaga (Mn) dal Consorzio del Formaggio Parmigiano-Reggiano e dall’Informatore Zootecnico. Pacchioli è intervenuta sul tema “Foraggicoltura di precisione per la filiera del Parmigiano Reggiano”.

Nel disciplinare

E proprio quella del Parmigiano Reggiano viene considerata una delle zone dove si riserva maggior cura e attenzione alla produzione di foraggio. Come sanno bene gli allevatori di questo territorio, il disciplinare del Consorzio di tutela del Parmigiano prevede che, nella razione giornaliera dell’alimentazione delle bovine da latte, almeno il 50% della sostanza secca dei foraggi provenga da fieni. La razione di base di foraggio deve essere integrata con sostanza secca dei mangimi, i quali non devono superare quella globalmente apportata dai foraggi (rapporto foraggi/mangimi non inferiore a 1).

Inoltre, nel disciplinare è stabilito che “nell’alimentazione delle bovine da latte, almeno il 50% della sostanza secca dei foraggi utilizzati deve essere prodotta sui terreni aziendali, purché ubicati all’interno del territorio di produzione del formaggio Parmigiano Reggiano, e che almeno il 75% della sostanza secca dei foraggi deve essere prodotta all’interno del territoriodi produzione del formaggio Parmigiano Reggiano”.

Nella zona del Parmigiano Reggiano, quasi tutte le aziende zootecniche che producono latte da conferire ai caseifici coltivano anche foraggio e, nella maggior parte dei casi, questo foraggio è erba medica. A loro volta, le aziende agricole della zona che non producono latte decidono di inserire i foraggi nella rotazione delle colture, perché consapevoli che sul territorio, proprio in base alla norma del disciplinare citata poc’anzi, possono collocare con successo il prodotto.

In base ai dati forniti dal censimento dell’Agricoltura del 2010 ed elaborati dal Crpa, in Emilia-Romagna si contano 164.426 ettari di prati avvicendati, cui si aggiungono i 13.250 di Mantova, inoltre contiamo 52.410 ettari di prati permanenti, cui si sommano i 2.673 ettari nel mantovano e 13.400 ettari di pascolo. Il dato complessivo tocca quota 230.236 ettari di superfici foraggere in Emilia-Romagna nel 2010, che nel 2015 sono scese a quota 213.268 ettari. A questa superficie si aggiungono i 15.923 ettari complessivi del mantovano calcolati nel 2010.

Ebbene, il vincolo sulla produzione dei foraggi imposto dal disciplinare del Parmigiano Reggiano richiede un migliore sfruttamento della superficie aziendale per produrre foraggi di alto contenuto nutrizionale, quanto in particolare a proteine e fibre a elevata digeribilità.

Squilibrio tra zone diverse?

Anche se nella loro attività quotidiana di analisi i tecnici del Crpa osservano un aumento della qualità del foraggio in generale, Pacchioli si chiede «se le superfici foraggere non siano sovrastimate ovvero se siano stati censiti prati e pascoli collinari e montani non utilizzati. Tanto più che, a causa di sfalci tardivi e perdite di fienagione, ad esempio, può capitare che la quantità e la qualità del foraggio non siano adeguate».

Tra le conseguenze di questa situazione, assume particolare importanza l’eventuale squilibrio produttivo tra le varie zone del comprensorio. Anche perché, prosegue Pacchioli, «dobbiamo già considerare la presenza di differenze sostanziali non solo nell’ambito degli stessi fieni (vedi le diverse tipologie di specie: dall’erba medica all’erba medica mista, al prato stabile, all’erbaio di graminacee), ma anche all’interno dei diversi gruppi, relativamente ai principali parametri nutrizionali».

Foraggicoltura di precisione

L’impiego ottimale della superficie si può ottenere intervenendo sulle caratteristiche delle varietà impiegate, sulle tecniche di raccolta, sulle modalità di stoccaggio e utilizzo dei foraggi e sulla pianificazione del sistema foraggero aziendale. Non a caso, negli ultimi anni si è assistito all’introduzione del concetto di “foraggicoltura di precisione”. Che, come specifica Pacchioli, «mira al miglioramento del sistema foraggero, a cominciare dalla tipologia (erba medica ed erbai) e dalla qualità dei foraggi (vedi epoca della raccolta)».

Tra le foraggere prative, l’erba medica è quella più diffusa in Italia. Come spiega Pacchioli, «in Pianura padana vengono effettuati 4 o più tagli (ma anche 6 o 7 in presenza di irrigazione). La produzione varia a seconda dell’età della coltura e della disponibilità di acqua, ma in generale è massima nel secondo anno. Quello di erba medica è anche il prato più produttivo, sia in termini di sostanza secca che di proteina. Se consideriamo infatti un valore medio di proteina grezza della biomassa verde del 20% sulla sostanza secca, la potenzialità produttiva di un medicaio non irrigato di secondo anno è di 2,8 tonnellate di proteina per ettaro».

Sfalciare a inizio fioritura

La quantità di foraggio prodotto dall’erba medica e la sua qualità sono influenzate da diversi fattori: lo stadio di maturazione al momento dello sfalcio, la varietà e le condizioni di crescita come, ad esempio, piovosità, trattamenti eseguiti e caratteristiche del suolo. Per ottenere un foraggio di qualità, afferma Pacchioli, «l’erba medica dovrebbe essere sfalciata a inizio fioritura, quando il rapporto tra sostanza secca, contenuto di proteina e qualità della fibra raggiungono un compromesso ottimale tra quantità prodotta e qualità del foraggio».

Una componente importante dell’adattabilità è costituita dal grado di resistenza all’inverno, determinata dalla dormienza. «La dormienza – illustra Pacchioli – consiste nell’attitudine della pianta ad arrestare l’attività vegetativa per un periodo più o meno prolungato quale forma di difesa dal gelo».

Quanto alla varietà, aggiunge l’esperta, «in aziende di collina senza possibilità di irrigazione, la scelta varietale dovrebbe mirare alla rusticità, per assicurare una buona durata del prato, con un equilibrio fra produzione e qualità del foraggio. Su terreni fertili e irrigui, invece, si può spingere verso un’intensificazione produttiva, scegliendo varietà ad elevata vigoria e resistente ai tagli anticipati e frequenti e premiare la qualità del foraggio impiegando varietà fogliose e a stelo sottile».

I valori analitici

Per avere un’elevata qualità del foraggio va praticato il taglio anticipato e quindi l’uso di varietà idonee deve essere eseguito anche per produrre fieno. In ogni caso, a seconda del momento di sfalcio, la produttività quadriennale del medicaio varia.

Spiega meglio Pacchioli: «Se lo sfalcio viene eseguito a inizio fioritura (10% dei fiori aperti), avremo una sostanza secca prodotta pari a 41,5 t/ha, proteine pari al 19,5% di sostanza secca, fibra neutro detersa (Ndf) del 43,5% di sostanza secca, produzione di proteina pari a 8.162 kg/ha e energia netta latte (Enl) pari a 1.317 kcal/kg di sostanza secca».

Prosegue poi l’esperta: «Al contrario, se lo sfalcio avverrà in fioritura avanzata (50% dei fiori aperti), la sostanza secca prodotta sarà pari a 44,2 t/ha, le proteine saranno 18,7% di sostanza secca, la Ndf sarà 46,4% di sostanza secca, la produzione di proteina pari a 7.854 kg/ha e l’Enl pari a 1.244 kcal/kg di sostanza secca. Tutti questi valori analitici sono riferiti a campioni di erba raccolta verde, essiccata in stufa a 60°C fino al raggiungimento del peso costante».

Il rapporto tra stadio fenologico del medicaio in purezza alla raccolta e qualità del foraggio ottenuto ha poi un andamento diversificato tra il primo taglio, che avviene in epoca primaverile, e quelli estivi. Spiega meglio Pacchioli: «Prevedendo uno sfalcio programmato ogni 4 giorni nel primo taglio le piante passano da uno stadio fenologico vegetativo (senza fiori) a quello di bottoni fiorali: nell’arco di 20 giorni la produzione di sostanza secca per ettaro aumenta di circa il 15%, con variazione minime della proteina per ettaro (+7%), e una lignificazione della pianta che raddoppia nel periodo, ma resta a valori accettabili (Adl 7.5% sulla sostanza secca). Nei tagli estivi la qualità del foraggio di erba medica peggiora rapidamente: sfalciando ogni 3 giorni, nell’arco di due settimane si passa dalla prefioritura alla comparsa dei primi legumi verdi e c’è sì un aumento della sostanza secca prodotta per ettaro (+20%) ma con una perdita di tenore proteico dell’erba del 16% ed una aumento della lignificazione delle piante importante».

E l’esperta conclude: «Si deve quindi tenere ben presente che mentre in primavera sul primo taglio si hanno margini di tempo per lo sfalcio di circa una settimana per ottenere un foraggio sempre di buona qualità, nei tagli estivi la tempestività di intervento cambia nettamente la qualità del fieno che si ottiene: in estate una maggiore produzione ottenibile ritardando anche di pochi giorni lo sfalcio si accompagna sempre con una peggiore qualità del fieno, soprattutto in termini di digeribilità della fibra e di disponibilità delle proteine».

 

L’articolo completo è pubblicato su Informatore Zootecnico n. 6/2016

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