Flavescenza dorata, la lotta si sposta sugli incolti

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I risultati di tre anni di ricerche coordinate dal Consorzio dell’Asti

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Uno dei problemi di maggior rilievo per la viticoltura italiana è senza dubbio la flavescenza dorata. Si tratta di una fitoplasmosi appartenente al gruppo dei giallumi della vite capace di provocare gravi danni. Segnalata per la prima volta in Francia negli anni ‘50. In Italia viene osservata nell’Oltrepò pavese sul finire degli anni ‘60. In Veneto la malattia è comparsa negli anni ‘80. Dal 1997 è presente in forma epidemica in Piemonte, regione dove ha portato alla perdita significativa di vigneti in vaste aree vocate.

Una battaglia vitale

Tanto che un recente convegno organizzato dal Consorzio di Tutela dell’Asti e che ha fatto il punto sui risultati di tre anni di ricerche e studi, è stato significativamente intitolato “Una battaglia vitale”. Nonostante in Italia sia infatti in atto la lotta obbligatoria (D.min 32442 del 31 maggio 2000), l’escalation in Piemonte non si è mai fermata e il deperimento delle viti colpite causa forti ripercussioni commerciali, ma anche ambientali, lasciando ferite aperte su un paesaggio viticolo che nell’estate del 2014 ha ottenuto per sei zone diverse il riconoscimento a “Patrimonio mondiale dell’umanità”. Per far fronte a queste gravi problematiche nel 2011 si è costituito un gruppo di lavoro composto dai migliori specialisti del Piemonte, per una ricerca sperimentale che ha affrontato i vari aspetti della malattia, cercando nel frattempo di elaborare strumenti e metodi di lotta. Il tutto a livello collegiale e con il coordinamento del Consorzio Tutela Asti (si veda riquadro). Un altro punto di forza del progetto è stata la collaborazione con i progetti pilota già esistenti sul territorio, organizzati delle provincie di Cuneo, Asti e Alessandria, con le quali si è operato il monitoraggio dell’insetto vettore Scaphoideus titanus e si è decisa la strategia degli interventi in tempo reale. «La conoscenza delle dinamiche dell’insetto – afferma Giorgio Bosticco, direttore del Consorzio Tutela Asti –, permette di posizionare al meglio gli interventi insetticidi. Conoscere quali sono i suoi luoghi di rifugio consente di scegliere le strategie di gestione del territorio più efficaci e rispettose dell’ambiente». E per far fronte ai timori legati a un uso improprio dei mezzi per contrastare questa emergenza, il laboratorio di analisi del Consorzio ha da anni attivato un lavoro di assiduo controllo dei residui degli agrofarmaci in uva alla vendemmia, in mosti, e in vino alla certificazione docg.

Le zone rifugio

Una delle preoccupazioni maggiori affrontate dal progetto di ricerca è stato quello di individuare le zone di rifugio del vettore. A questo fine Alberto Alma dell’Università degli Studi di Torino ha curato l’elaborazione di un protocollo di monitoraggio e difesa per Scaphoideus titanus. «Si è così evidenziato – dice – che nelle viti rinselvatichite, e soprattutto nei ricacci dei portainnesti americani abbandonati nelle vigne dismesse e nelle scarpate c’è forte presenza dell’insetto vettore, nonché dei fitoplasmi agenti della Flavescenza dorata». Un riscontro che è stato possibile marcando (con albume) gli insetti adulti presenti in questi areali selvatici. Il monitoraggio e le catture con trappole hanno permesso di stabilire che l’insetto si sposta con facilità, anche per distanze di oltre i 2 km se trova corridoi vitati, in caso contrario si sposta in maniera molto limitata. Si tratta di distanze molto superiori a quelle teorizzate finora, e che impongono nuove forme di lotta e di gestione del territorio. Confermato invece il dato che i noccioleti non rappresentano zona rifugio per l’insetto vettore. «Riguardo al contenimento – continua – si è sperimentato nel Monferrato l’utilizzo di reti sintetiche alte circa 2,5 m, ma i risultati sono stati modesti. Altrettanto poco significativa l’efficacia di caolino come repellente (soluzione acquosa al 5%, con dosaggi di 5 hl/ha)». L’azione più efficace risulta quindi l’estirpazione dei vigneti incolti nel raggio di 2 km dai nuovi impianti.

La sensibilità varietale

A complicare questa azione è pero la circostanza che «non è stata trovata una correlazione diretta – testimonia Cristina Marzachì, CNR Torino – tra la concentrazione del fitoplasma all’interno della pianta e la manifestazione dei sintomi». Significa che nella vite selvatica, dove la concentrazione a volte è molto elevata soprattutto a fine stagione, non sempre la malattia è visibile esternamente. Due i problemi posti in proposito dalla ricercatrice:

  1. Se il vigneto è protetto dal vettore con trattamenti insetticidi corretti, per quale motivo si riscontra la malattia? È importante in proposito valutare l’efficienza di acquisizione e trasmissione del fitoplasma degli Scaphoideus titanus esterni ai vigneti.
  2. Ha senso sovrainnestare del materiale sano di Moscato su piante di Barbera infette (a causa di una presunta minore suscettiiblità di questa varietà)? C’è il rischio di passaggio del fitoplasma attraverso il punto di sovrainnesto?

E emerso che il vettore acquisisce il fitoplasma con efficienza maggiore se si nutre su cv suscettibili come Barbera, Dolcetto, Arneis e Freisa, ma il sovrainnesto con Moscato non è risultata una soluzione per risanare il vigneto.

Induttori di resistenza

L’allarme Flavescenza ha portato in questi anni a improvvisare diverse strategie e “filosofie“ di lotta. L’empirismo però non porta i risultati a cui può arrivare la scienza. Simone Lavezzaro del Centro di saggio VitEn Calosso ha quindi indagato il ruolo di possibili induttori di resistenza nei confronti di Flavescenza dorata. La sperimentazione è stata effettuata su Pinot nero e Barbera. «Si è partiti da barbatelle indenni – precisa Lavezzaro – non attaccate da Flavescenza e sottoposte a trattamento di termoterapia. Poi si sono riscontrate quelle colpite attraverso il riscontro dei sintomi e l’analisi molecolare». È seguita una sperimentazione con varie sostanze a possibile effetto di induzione di resistenza. Vari i principi attivi testati: estratti vegetali, ammoniaca, peptidati, peracetico, alghe micorizze, enzimi, fosfiti, propoli, glucoumati e altri. Da soli o in sinergia. I risultati su 563 viti innestate sono ancora in elaborazione. «Al momento nonostante alcuni interessanti indicazioni, non si è in grado di dare risposte certe. Per questo motivo è indispensabile proseguire la sperimentazione».

Rischio stabile

«L’eliminazione tempestiva – ammette Aurelio Delvecchio dello Studio Pegaso di Torino – dei tralci sintomatici o delle viti avviene in maggior misura oggi rispetto al 2012, ma è ancora una pratica abbastanza sporadica». Anche per questo, nei monitoraggi del ricercatore, la presenza di Flavescenza dorata e del suo vettore è sostanzialmente stabile nel triennio e questo vale sia per i vigneti pilota che non. «L’area Nicese – Val Tiglione e l’Acquese – aggiunge – riportano incidenze di malattia simili; le Valli Belbo – Tinella appaiono in condizioni migliori, con situazioni critiche più limitate. Inoltre, le popolazioni di scafoideo sembrano essersi stabilizzate negli ultimi due anni; la diffusione nei vigneti è stata limitata, mentre hanno mantenuto serbatoi di popolazione negli incolti». Importante al proposito il ruolo delle amministrazioni comunali, che devono impegnarsi in un’azione di sensibilizzazione simile a quella del modello francese, unitamente alle associazioni di viticoltori. «È importante – ribadisce Delvecchio – porre particolare attenzione alle opportunità di lotta che si possono proporre alle aziende biologiche, che talvolta appaiono più in difficoltà nel contenimento del vettore». Gran parte del problema si è spostato dai vigneti agli incolti con vite, che costituiscono le aree rifugio: le iniziative devono comprendere azioni sostenibili che portino gradualmente alla modifica di questi habitat: attraverso l’agricoltura, la forestazione e la pastorizia.

Settemila ettari da bonificare

«Occorre definire – asserisce Paolo Camerano di Ipla Spa (Istituto per le Piante da Legno e l’Ambiente) Torino – quali possono essere le buone pratiche per la prevenzione/contenimento della diffusione della vite selvatica, individuando in primis i contesti in cui sono presenti». Un’azione pilota in questo senso è stata compiuta nel comune Cassine (Al). Ecco i dati riscontrati: –   boschi, scarpate, strade con varie infrastrutture = 2% superficie territorio; –   ex-vigneti bonificati, ex-coltivi in libera evoluzione = 2% superficie territorio; –   pioppeti abbandonati o semplicemente non stralciati = 1% superficie territorio. Da questo sito pilota si può estrapolare un totale del 5% della superficie comunale in cui sono presenti viti rinselvatichite. Ogni incolto oltre interessato a una superficie media di 0,6 ha. Estendendo il dato statistico del Comune di Cassine (2% della superficie totale), a tutto il territorio della provincia di Cuneo- Asti -Alessandria si raggiunge un risultato considerevole: 7.000 ha. «Forse – commenta Daniele Eberle, coordinatore del progetto – il risultato più importante alla ricerca triennale consiste nella consapevolezza che la Flavescenza dorata non è solo un problema fitopatologico. Porta con se valenze ambientali o meglio territoriali. Pertanto il controllo mediante la lotta basata unicamente sulla eliminazione-sostituzione delle piante ammalate non risolve molto. Il rischio che la nuova pianta diventi infetta è consistente». I temi forestali e ambientali entrano infatti in maniera considerevole nella risoluzione della problematica Flavescenza. «A tal fine – annuncia Eberle – è in pubblicazione un manuale delle buone pratiche per gestione degli incolti».