Fieno Insilato

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All’estero rappresenta la regola, imposta soprattutto dalle condizioni climatiche. Ma in Italia parlare di fieno insilato era, fino a pochissimi anni fa, un’eresia. Con il sole che abbiamo a disposizione, del resto, non si vede perché perdere tempo a fasciare le rotoballe quando possiamo portare a casa del perfetto fieno secco.


Eppure a uno sguardo più attento le ragioni per fasciare una a una tutte le balle che si producono in una stagione ci sono e sono anche di un certo rilievo. In questo articolo, grazie al know how di un contoterzista e di tre allevatori, le prenderemo in esame e chissà che qualche nostro lettore non trovi interessante una tecnica che finora poteva aver considerato “roba da nordici”.

Con la medica e non solo


Giuliano Oldani, contoterzista di Borgo San Giacomo (Lo), non è un nome nuovo per i lettori dell’Informatore Zootecnico: lo abbiamo già interpellato in occasione del n.7 di questa rivista, per parlare di gestione dei reflui zootecnici. Ora torniamo a trovarlo nella sua qualità di contoterzista che da oltre dieci anni lavora con l’insilato di foraggio. «Le ragioni per fare foraggio insilato non mancano, e sono parecchie; sia di natura nutrizionale sia economica. Infatti un buon insilato permette di valorizzare le produzioni aziendali, che è l’unico sistema per abbattere il costo di produzione del latte e della carne», esordisce.


Dunque, continua Oldani, «grazie agli insilati di foraggio si hanno a disposizione alimenti di qualità a un prezzo ragionevole. Questo è già un risultato importante».


Cerchiamo però di capire per quale motivo gli insilati sarebbero migliori del classico fieno secco. Le ragioni sono diverse, come abbiamo anticipato, e di varia natura.


Questioni agronomiche. Cominciamo con un foraggio ben determinato: l’erba medica. Come sappiamo, è uno dei prodotti più nutrienti ma anche uno dei più delicati, perché perde la foglia con facilità. La perdita della foglia, fa notare Oldani, «è un doppio danno: nutrizionale e agronomico, dal momento che si porta a casa prodotto meno nutriente e in quantità inferiore».


La raccolta di prodotto ancora parzialmente umido e il suo successivo insilaggio, al contrario, permettono di salvare quasi tutta la foglia. «Pressando la medica a due o tre giorni dal taglio, anche meno per i tagli successivi al primo, l’essiccamento è soltanto parziale e pertanto la foglia è ben attaccata alla pianta. Dunque se ne perderà di meno. Lo stesso dicasi per il fiore, quando è presente».


In secondo luogo (e questo vale non soltanto per la medica, ma per tutti i foraggi) l’insilaggio riduce notevolmente i tempi di permanenza in campo e dunque abbatte il rischio legato al maltempo, che tanti danni ha provocato anche in questa primavera. «La pioggia rappresenta un grosso problema per la fienagione. Dopo un acquazzone si deve rientrare in campo e arieggiare nuovamente il fieno. Peggio ancora se questo era già andanato: occorre disfare l’andana, far seccare nuovamente il prodotto e poi ripetere l’andanatura. Chiaramente, in tutto questo la percentuale di foglia che si stacca aumenta notevolmente».


Del resto, non è un caso se l’insilaggio è usato soprattutto nel centro e nord Europa, dove le estati piovose difficilmente consentono ai foraggi di seccare in campo. «Anche senza considerare il calo di peso – conclude il contoterzista – non possiamo dimenticare che il fieno bagnato perde in qualità e dunque raccogliere più velocemente offre più garanzie di portare a casa un buon prodotto».


Ci sono poi da considerare, secondo Oldani, fattori secondari come la riduzione dei tempi di lavorazione, che, oltre a diminuire l’impegno degli agricoltori, permette di programmare con maggior libertà le date di taglio.


Questioni nutrizionali. Abbiamo già accennato a un primo vantaggio nutrizionale: con l’insilaggio si porta a casa, mediamente, più foglia e più fiore di medica; vale a dire un prodotto con maggior potenziale nutritivo. C’è però dell’altro. Come è noto, infatti, il processo di essiccamento fa perdere proteine alla pianta finché la medesima non è completamente disidratata. Lasciarla in campo un paio di giorni in meno consente di portare a casa un foraggio con un tenore proteico più alto.


«Ci sono altri due fattori importanti – aggiunge Oldani – e sono la qualità della fibra e l’appetibilità del prodotto. Per il primo elemento non sono esperto, ma mi hanno spiegato che la fibra dell’insilato è più digeribile rispetto al fieno essiccato. Riguardo all’appetibilità, invece, posso soltanto riportare ciò che mi hanno detto diversi allevatori, ovvero che le vacche lo preferiscono al fieno e che quindi questa soluzione permette di far loro ingerire più razione anche nei momenti difficili, come i mesi estivi». Assumendo più cibo e con un tenore proteico più alto, c’è la concreta possibilità che un’alimentazione con foraggio insilato riduca il calo produttivo tipico dei mesi più caldi.


Un ulteriore vantaggio è, secondo diversi pareri, la costanza nel tempo. A differenza del fieno secco, infatti, le balle fasciate avrebbero una uniformità elevata e permetterebbero dunque di mantenere una certa uniformità negli apporti nutrizionali. «Grazie alle balle fasciate è possibile programmare una alimentazione costante durante tutto l’anno, perché si arriva a primavera, epoca del nuovo taglio, avendo ancora un insilato identico a quello che si è dato agli animali nell’estate e nell’autunno precedenti. L’unica controindicazione – continua Oldani – può essere il costo di questo prodotto. Se si hanno tanti ettari e una quantità elevata di prodotto per ettaro, forse è meglio pensare a una trincea tradizionale. A ogni modo, il costo dipende molto anche dall’umidità del prodotto, visto che il peso della balla può variare da 5 a 15 quintali. A mio parere, un peso corretto è attorno agli 8 quintali per rotoballa».

Il fieno-silo da prato stabile


L’agricoltore, o meglio il coltivatore, gioca un compito di primo piano nella preparazione di un buon fieno-silo. Abbiamo sentito a questo riguardo Eugenio Francesconi, allevatore di Brembio (Lo), che vanta un’esperienza decennale in materia. Per le sue 260 vacche, infatti, Francesconi produce da sempre fieno insilato da prato stabile e da cinque anni ha iniziato a farlo esclusivamente con balle quadre. Fino al 2012, ci spiega, ha insilato il primo e quarto taglio, ma da quest’anno proverà a insilare anche il secondo e terzo sfalcio.


Visto il volume importante della sua produzione, cominciamo col parlare di costi. «Chiaramente la fasciatura costa di più rispetto al fieno comune. Si ha un incremento di spesa fino al 30%. Questo, se guardiamo esclusivamente i costi vivi. Se facciamo un calcolo complessivo, le cose sono diverse. Per esempio, con il foraggio secco ho bisogno di un capannone per lo stoccaggio, mentre l’insilato lo posso lasciare tranquillamente all’aperto: noi facciamo cataste da duemila balloni, su sei file, poggiandole su un fondo di ghiaia o terra battuta. Non serve tettoia, non serve capannone. Questo risparmio va ovviamente considerato».


In campo. Soffermiamoci però sul ruolo del coltivatore. Francesconi conferma la sua centralità. «Il taglio è molto importante. Noi teniamo la barra abbastanza alta, soprattutto con prodotto abbondante e stagioni piovose, per non raccogliere la parte marcia, più vicina al terreno. Inoltre usiamo la condizionatrice, non soltanto per ridurre i tempi di essiccamento, ma anche per avere un prodotto più soffice. Questo ci favorisce nel rivoltamento ed evita di raccogliere terra assieme al foraggio».


L’allargamento si fa il giorno dopo il taglio e il giorno seguente tocca all’andanatura. Per la pressatura, Francesconi dà la preferenza alla big baler: «Le rotoballe sono buone per il fieno secco, meno per l’insilato, perché non assicurano una densità sufficiente. Invece una buona balla quadra, ben tirata e fasciata con una macchina pensata per questo formato, dunque in grado di chiudere bene gli spigoli, dà un prodotto uniforme e che si mantiene nel tempo».


Francesconi fa fieno insilato, non erba. “Quest’ultima si potrebbe fare in trincea, soluzione impossibile per il fieno-silo, perché quest’ultimo ha un tenore di umidità insufficiente a garantire la conservazione, a meno che non sia pressato molto bene. Dunque si deve scegliere per forza la fasciatura”.


Con gli animali. L’esperienza di Francesconi si estende anche, ovviamente, agli aspetti nutrizionali. Come e perché un fieno insilato è migliore del prodotto secco? «Le ragioni sono molte. Intanto il tenore proteico: facendo insilato, portiamo a casa un prodotto che arriva al 15% di proteine, con un 40% di umidità o anche meno. Il fieno secco, inoltre, non ha caratteristiche costanti ma dipende molto dal taglio, dalle condizioni atmosferiche nella fase di essiccamento e da altri fattori. L’insilato, al contrario, è meno legato a questi fattori». C’è poi, continua l’allevatore, il fattore appetibilità: «Rispetto al fieno essiccato, il fieno-silo è più gradito agli animali, che pertanto ingeriscono più sostanza secca».


E per quanto riguarda il confronto con l’erba insilata, la cui differenza principale come specificato sopra è nel tasso di umidità? «Spesso si pensa che più è umido e più è bello, ma la mia esperienza mi dice che non è così: dal punto di vista pratico, con l’insilato di erba si hanno maggiori problemi. Piedi gonfi, presenza di ammoniaca… e poi ci sono più possibilità di avere inquinamenti da nitrati. Per mitigare questi inconvenienti, l’erba-silo va corretta con paglia o altro prodotto secco. Problema che non si pone con il fieno-silo, che mette assieme i vantaggi del fieno secco e dell’insilato».

Mais, sorgo, loietto e medica


Dopo quella di Francesconi ecco infine l’esperienza di altri due allevatori, il vicentino Alessandro Spiller e il cremonese Attilio Severgnini. Questi produttori raccolgono non proprio al momento del taglio, ma quasi: non oltre le 24 ore di distanza.


La stalla di Alessandro Spiller è a Villaverla, vicino all’altopiano di Asiago, in provincia di Vicenza. Da ormai dieci anni Spiller alimenta le sue 250 vacche soltanto con foraggi insilati: mais, sorgo zuccherino, loietto e medica.


Il prodotto è raccolto con una procedura molto simile a quella di Francesconi: «Abbiamo eliminato il rivoltamento e la pressatura. Facciamo lo sfalcio e poi andanatura e raccolta con trinciacaricatrice. Nei periodi più caldi si fa tutto in giornata: al mattino taglio e alla sera trinciatura. In due giorni raccogliamo e mettiamo in silos 40 ettari di medica. Per il primo taglio, invece, occorre un giorno di essiccamento in più e un po’ di arieggiamento per il loietto, se è abbondante».


Nemmeno Spiller, dunque, raccoglie foraggio verde. «Vogliamo un insilato che faccia almeno il 50-55% di sostanza secca. Questo aspetto, a mio avviso, è fondamentale per gestire una dieta simile. Se usiamo insilati con alto tenore di umidità in una dieta senza fieno secco, possono nascere dei problemi».


In questo modo invece, continua l’allevatore, non vi sono complicazioni. Anzi: «Il primo aspetto da notare è la maggior digeribilità della fibra e quindi, di conseguenza, la miglior capacità di ingestione della vacca. Come espresso da ampia letteratura, con gli insilati si formano nel rumine grassi volatili che possono innalzare il tenore lipidico del latte. Siamo arrivati, per esempio, a fare un 4% tondo con 6 kg di pastone nella dieta, nonostante si dica che in Italia abbiamo troppi amidi per fare latte con un buon grasso. Secondo vantaggio: la possibilità di raccolta di mediche umide, quindi con un titolo proteico superiore».

Raccolta a umidità elevata


Concludiamo con i fratelli Severgnini di Bagnolo Cremasco (Cr). Nella dieta delle loro 135 vacche troviamo di tutto: silomais, pastone e, infine, insilati di loietto e prato stabile (8 kg al giorno, in aggiunta ai 21 di silomais).


Anche i Severgnini optano per un leggero appassimento, se possibile, ma non disdegnano una raccolta di prodotto con un’umidità ancora elevata, anche perché lo devono stipare in trincea. «Se il sole è forte – spiega Attilio Severgnini – raccogliamo il giorno dopo il taglio, naturalmente senza rivoltare il prodotto. Non vogliamo che perda troppa acqua, altrimenti se ne vanno anche gli zuccheri. Dunque tagliamo, andaniamo e raccogliamo con la trincia, che effettua anche l’inoculo di batteri per favorire l’insilaggio e preservare gli zuccheri».


I Severgnini non registrano problemi ai piedi o di altro tipo ma – precisano – non hanno del tutto abbandonato il fieno secco: «Ne diamo ancora circa 2 chili e mezzo, per favorire la ruminazione. Infatti raccogliamo in modo tradizionale il terzo e quarto taglio, insilando soltanto i primi due. Difficoltà alimentari, l’erba insilata non ne dà. Chiaramente parliamo di un prodotto bello, senza terra e ben conservato. Altrimenti si hanno problemi anche al rumine, oltre che ai piedi».

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