Fieni, tradizione o innovazione?

fieno-trasportato-592x400.jpg

A cura del Consorzio del Parmigiano Reggiano

L’articolo Fieni, tradizione o innovazione? è un contenuto originale di IZ Informatore Zootecnico.

I fieni, essendo trattenuti nel rumine a lungo (40-50 ore), e fino a che la degradazione della fibra non è quasi completa, influenzano significativamente l’ingestione di alimento e perciò la possibilità di coprire i fabbisogni nutrizionali degli animali necessari alla produzione di materia utile rappresentata dalle caseine e dai grassi del latte. Questa è la principale motivazione per la quale la disponibilità di foraggi dotati di fibre rapidamente degradabili è fondamentale per migliorare le performance produttive delle bovine, soprattutto nelle prime settimane dopo il parto influenzando positivamente le performance durante tutta la lattazione.

Laddove non sia possibile disporre di foraggi di qualità si deve ricorrere a un uso maggiore di mangimi. Questi tuttavia non possono supplire più di tanto alle carenze qualitative dei fieni. Peraltro l’impiego di eccessive quantità di mangimi e la grassatura delle razioni oltre i limiti attualmente indicati dal Regolamento modificherebbe sostanzialmente le caratteristiche microbiologiche del latte e quelle compositive e organolettiche del prodotto finale, snaturandone le peculiarità.

Queste considerazioni devono indurre a riflettere sulla possibilità di utilizzare, soprattutto negli areali a scarsa vocazione foraggera, bovine con potenziale genetico orientato prevalentemente alla produzione di latti dotati di percentuali proteine e grassi maggiori in rapporto a quelle del lattosio: il lattosio infatti, che rappresenta la componente glucidica e osmoticamente attiva del latte, ha un valore caseario del tutto marginale ma contribuisce pesantemente a elevare i fabbisogni energetici degli animali soprattutto nelle prime fasi di lattazione, con costi tanto pesanti quanto improduttivi.

È chiaro che tale orientamento va favorito da sistemi ben calibrati di pagamento del latte che privilegino e favoriscano la produzione di latti ricchi di materia realmente utile, e ben dotati di elevate caratteristiche casearie, piuttosto che il “semplice” volume produttivo.

La formulazione delle razioni attraverso l’adozione di nuovi e più appropriati modelli nutrizionali, che tengano in maggior conto le dinamiche di utilizzazione degli alimenti nel rumine e nell’intestino e la disponibilità di nutrienti utili alla sintesi delle componenti del latte, rappresenta sicuramente una delle vie per migliorare l’efficienza produttiva degli allevamenti e con essa il reddito degli allevatori.

Anche l’adozione di pratiche di allevamento che privilegino il benessere degli animali (che non va considerato una “tassa da pagare” alle normative o al mercato ma un potente strumento di miglioramento dell’efficienza produttiva delle bovine) può far guadagnare molto in termini di redditività.

La disponibilità di tecniche di alimentazione e allevamento sempre più raffinate, riconducibili al concetto di zootecnia di precisione, e la complessità della gestione dell’intera filiera di produzione del Parmigiano Reggiano pongono in evidenza la necessità di attori e figure professionali sempre più preparati e competenti che sappiano utilizzare, all’interno dei vincoli che il Disciplinare pone, le molte risorse che la ricerca più avanzata propone per migliorare l’efficienza produttiva senza compromettere qualità e tipicità.

 

L’autore è dell’Università degli Studi di Bologna, Dipartimento di Scienze Mediche Veterinarie.

 

L’articolo è pubblicato su Informatore Zootecnico n. 19/2016

L’edicola di Informatore Zootecnico