Fienagione – Le procedure utili per ottenere qualità

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A confronto i rendimenti delle diverse tecniche di fienagione (raccolta e conservazione dei fieni) e le performance delle principali colture foraggere da destinare all’essiccazione

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Sebbene siano stati fatti notevoli passi in avanti nella meccanizzazione dei cantieri di fienagione, le basi agronomiche per la produzione sono sostanzialmente rimaste invariate nel tempo. L’intensivizzazione dell’allevamento delle bovine da latte ha però spostato l’obiettivo produttivo dalla sola quantità anche alla qualità, aumentando l’attenzione sulla scelta delle specie e delle cultivar da seminare e sulle tecniche di coltivazione, di raccolta e conservazione dei fieni, al fine di ridurre le perdite di sostanza secca e preservare le qualità nutritive.

Le differenze, in termini di quantità di sostanza secca e di qualità, tra foraggi sfalciati nel momento più idoneo e ottenuti con tempi di essiccazione e raccolta tempestivi e quelli prodotti in condizioni meno ideali possono essere notevoli. Basti pensare che solo le perdite dovute al metabolismo cellulare per il prolungamento dei tempi di permanenza in campo a causa di piogge possono arrivare al 20% e che sempre le precipitazioni possono dilavare sali minerali, zuccheri, amidi, acidi organici e composti azotati semplici fino al 40% della sostanza secca. Ci sono poi le perdite meccaniche durante la fienagione e quelle di fermentazione.

Per questo la corretta trasformazione dei foraggi diventa un elemento da non sottovalutare per l’ottimizzazione della razione delle bovine sia da un punto di vista nutritivo che economico.

Anche in due tempi la fienagione

Il significato della conservazione dei foraggi è quello di impedire il loro deterioramento successivamente alla raccolta e di mantenerne le proprietà nutritive. Per fare ciò bisogna bloccare il più velocemente possibile l’attività di enzimi, batteri, lieviti e muffe.

Con la fienagione (tradizionale o in due tempi figura 1) si interrompe l’attività della microflora attraverso la sottrazione di acqua dai tessuti vegetali, fino a un valore dell’umidità tra il 12 e il 15%, livello al quale cessa la respirazione delle piante.

Durante questa fase la perdita di sostanza secca varia, a seconda della tecnica adottata, dal 4-10% della fienagione in due tempi al 10-13% di quella tradizionale.

Le perdite per dilavamento dovute alle piogge dipendono dall’intensità dei fenomeni meteorici e dal tenore di umidità della pianta. Ad esempio, 20-30 mm di pioggia causano una perdita dell’1% della sostanza secca se il foraggio è appena stato sfalciato, mentre si può arrivare al 40% quando questo è quasi secco.

Gli interventi meccanici (operazioni di fienagione, raccolta, trasporto), oltre a ridurre la quantità di sostanza secca diminuiscono anche la qualità del fieno, facendo perdere la parte più pregiata della pianta, cioè le foglie. Questo avviene soprattutto nelle leguminose (fino al 35% della sostanza secca), che hanno un sottile picciolo mentre le graminacee sono più resistenti (5-15%) perché la foglia è inguainata al fusto. In questo caso minore è l’umidità alla raccolta, maggiori sono le perdite: 3-8% con fienagione in due tempi  contro il 10-12% della fienagione tradizionale.

Infine ci sono le perdite di fermentazione quando il compattamento della massa, in presenza di un’umidità eccessiva allo stoccaggio, favorisce la proliferazione di muffe e microrganismi che degradano carboidrati e proteine. Con la fienagione tradizionale questo fenomeno riduce la sostanza secca mediamente del 10-15%, ma se il foraggio è eccessivamente umido si raggiunge il 30%. Più contenuta la perdita (3-10%) con la fienagione in due tempi. Da non sottovalutare, inoltre, la perdita di digeribilità dei foraggi “riscaldati”, in quanto l’aumento di temperatura provocato dalla fermentazione porta alla formazione di composti indigeribili (prodotti di Maillard), evidenziabili alla vista con l’imbrunimento della massa.

In tabella 1 vengono messi a confronto i parametri produttivi delle diverse tecniche di conservazione del fieno. Si tratta di dati puramente indicativi e riferiti alla loro corretta applicazione, ma interessanti per capire le differenze fra i diversi sistemi.

Le operazioni in campo

Di gestione più semplice e per questo ancora prevalente nell’uso pur avendo una perdita complessiva di sostanza secca maggiore, la fienagione tradizionale può essere migliorata prestando maggiore attenzione nelle varie fasi di lavorazione.

In particolare, l’arieggiamento del foraggio deve avvenire, in caso di primo sfalcio, 6-8 ore dopo il taglio; può invece essere anticipato nei tagli successivi. Per ridurre l’imbrattamento e la perdita di foglie durante la ranghinatura sono disponibili attrezzature che non trascinano il foraggio, ma lo sollevano e lo ridepositano sul terreno.

Infine, l’umidità alla raccolta-imballatura deve essere valutata in base alla compressione delle balle adottata: più il fieno è asciutto, più intensa può essere la compressione; nel caso di balle con densità elevata il tenore di umidità non deve essere maggiore del 15% per evitare ammuffimenti e surriscaldamenti.

I vantaggi della fienagione in due tempi, che prevede l’essiccazione artificiale del fieno in azienda dopo un breve appassimento in campo, è l’incremento produttivo dovuto alla maggiore elasticità di gestione dei momenti di sfalcio, alla riduzione dei tempi di lavorazione e delle perdite. Pur essendo conveniente in un bilancio costi/benefici , questa tecnica richiede però maggiori capacità imprenditoriali.

L’erba medica

Il momento ideale per lo sfalcio della medica, la leguminosa più diffusa in Italia per l’alimentazione delle bovine da latte, è quello di inizio fioritura, quando il rapporto tra sostanza secca, contenuto di proteina e qualità della fibra raggiunge un livello di compromesso ottimale tra quantità prodotta e qualità del foraggio. Per contro, da un taglio anticipato si ottiene (ottengono??) minore sostanza secca, fibra più digeribile e un maggiore contenuto di proteina.

I tagli possono essere da 4 a 6-7 in caso di coltura irrigua e la produzione varia in funzione dell’età e della disponibilità di acqua, ma è massima nel secondo anno (tabella 2).

Per ottenere un fieno di erba medica di qualità, la scelta della varietà va fatta tenendo conto anche del cantiere di raccolta adottato: con la fienagione tradizionale meglio optare per varietà fogliose, con palchi inferiori persistenti e caratterizzate da fusto cavo, che facilita l’essiccazione in campo e riduce tempo e perdite di fienagione. In caso di aeroessiccazione o disidratazione, che prevede lo sfalcio anticipato rispetto alla  fienagione tradizionale, è invece necessario scegliere varietà vigorose, resistenti ai tagli anticipati e frequenti e con una ripresa vegetativa precoce a fine inverno.

La loiessa e gli erbai annuali

Tra le graminacee, molte sono le specie adatte alla produzione di foraggio sia nei prati stabili che come erbaio annuale; per quest’ultimo scopo la loiessa è certamente la specie più utilizzata.

Dall’erbaio di loiessa si possono ottenere fino a 8-10 tonnellate di sostanza secca per ettaro (40-50 tonnellate di massa verde). Lo sfalcio deve essere fatto a inizio spigatura, che a seconda della varietà può presentarsi tra fine aprile e fine maggio, poiché a partire dalla fioritura inizia una rapida lignificazione delle piante.

Visto il basso contenuto di sostanza secca della loiessa (20%), la sua fienagione può risultare difficoltosa in presenza di condizioni climatiche che ne ostacolano l’essiccazione. Per questo è necessario seguire alcuni accorgimenti al momento della raccolta, come per esempio l’impiego di falcia-condizionatirici.

Più recentemente si sono iniziati ad utilizzare, per gli erbai annuali, anche i cereali autunno-vernini. Preferibili allo scopo sono le specie e varietà a taglia elevata e non aristati. Il vantaggio rispetto alle tradizionali graminacee da foraggio è che permettono la rotazione con un secondo raccolto, e questo ne sta favorendo la rapida diffusione.

Non sempre, però, i risultati sono buoni, a causa del più veloce passaggio di queste specie da una fase fenologica all’altra (botticella, spigatura, maturazione lattea precoce), che porta rapidamente alla maturazione cerosa, certamente più adatta all’insilamento che alla fienagione.

Il prato polifita

La produzione di un prato avvicendato non supera le 14 tonnellate di fieno ad ettaro per anno al 13% di umidità ed è variabile in funzione della disponibilità irrigua. L’inizio spigatura delle graminacee a maggio segna il momento ottimale per il primo sfalcio, mentre le leguminose mantengono un livello di qualità maggiore anche dopo la prefioritura. Vista la rapida lignificazione dei culmi delle graminacee anche la raccolta, dopo l’essiccazione in campo, deve essere eseguita in tempi rapidi.

Meno pressanti invece i tempi per gli sfalci successivi, che si susseguono ogni 4-5 settimane, visto che la bassa attitudine delle graminacee a spigare nuovamente porta alla produzione di ricacci di sole foglie.

Leggermente più produttivo rispetto al prato avvicendato è il prato stabile, che raggiunge una produzione di 15 tonnellate di fieno per ettaro per anno.  In questo caso gli sfalci consigliati sono generalmente 4-5, perché una conduzione molto intensiva, caratterizzata da tagli frequenti, può determinare un impoverimento della composizione floristica che, nei casi limite, porta alla monocoltura permanente di loiessa.

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Per approfondire l’argomento della produzione e utilizzazione dei foraggi per la vacca da latte è consultabile l’e-book edito dal Crpa nell’ambito del progetto di informazione e divulgazione finanziato dalla Misura 111 – Azione 2 del Piano di Sviluppo Rurale (Psr) dell’Emilia-Romagna. Il link internet è: www.crpa.it/media/documents/crpa_www/Pubblicazi/E-book/AlimentiForaggi/AlimentiVaccaLatteForaggi.pdf

 

(*) Gli autori sono di Crpa spa – Reggio Emilia.