Fattoria Rossi: suino nato, allevato e macellato a Reggio Emilia

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È questo il progetto dell’azienda agricola Fattoria Rossi di Montecalvo (Re).
«Il ritorno alle origini è la strategia vincente per far ripartire l’agricoltura»

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Un suino “nato, allevato e macellato a Reggio Emilia” con indicazione in etichetta. È il progetto dei tre fratelli Graziano, Gianni e Massimo Rossi, che conducono l’omonima azienda, la “Fattoria Rossi” di Montecavolo a Reggio Emilia, insieme ai genitori Mirella e Ido.

Nata nel 2000 in seguito a un ampio restyling, la Fattoria Rossi conta un allevamento di 220 bovini, di cui 120 in lattazione, per la produzione di Parmigiano Reggiano, e una porcilaia che ospita 450 suini per la produzione di prosciutto di Parma e altri salumi prodotti in azienda.

Se tradizionalmente l’azienda produceva latte per il Parmigiano Reggiano conferendolo a un caseificio sociale della zona, nel 2000 la famiglia Rossi prese la decisione di dissociarsi dal caseificio, rimanendovi in conto lavoro, e di provare a commercializzare il prodotto in prima persona.

Oggi la Fattoria smaltisce l’intera produzione di Parmigiano Reggiano e una parte dei salumi attraverso la vendita diretta (90%) e quella online (10%), senza intermediari. I margini ottenuti a seguito di questa scelta hanno permesso, quattro anni fa, la ristrutturazione della vecchia stalla, da cui sono stati ricavati un magazzino da 4.000 forme, una sala degustazione da 80 posti a sedere, un negozio e tre camere di agriturismo.

Sono invece giunti a realizzazione poche settimane fa un paddock per l’asciutta e uno spaccio nel centro di Firenze.

Non ultimo, l’investimento ha visto tra le sue voci anche l’adozione di una serie di politiche che premiano il benessere, ma anche scelte come quella di non commercializzare il Parmigiano sotto i 24 mesi, di allevare bovine fino ai 15 anni di età e di macellare i maiali a oltre 200 kg di peso.

Un’ulteriore cifra, pari a 150mila euro, è servita per l’acquisto e la ristrutturazione della porcilaia poco distante dalla stalla bovina in cui la famiglia Rossi aveva 150 capi suini in soccida. Oggi la porcilaia, adatta per ospitare 890 suini circa, è di proprietà e vi si allevano 450 suini allo stato semi-brado con ciclo chiuso.

Infine, sui 900 m2 di tetto del capannone che raccoglie le rotoballe, l’azienda ha installato pannelli fotovoltaici che producono 80 kW, in grado di soddisfare l’80% del fabbisogno energetico dell’azienda.

Un ritorno alle origini

Come spiega Graziano Rossi, che nel lavoro della porcilaia viene largamente coadiuvato dal figlio Matteo, rappresentante della quarta generazione di famiglia, «i capi suini sono stati acquistati a Cremona, ma il nostro obiettivo è poter arrivare a vendere un suino “nato, allevato e macellato a Reggio Emilia” con specificazione in etichetta. Se tutti noi vogliamo far ripartire l’agricoltura, infatti, la strategia è un ritorno alle origini».

A parte i suini macellati a 175 kg e destinati alla produzione del prosciutto di Parma, gli altri capi raggiungono un peso anche di 240 kg. «Oltre al prosciutto di Parma, infatti – prosegue Rossi – allo spaccio proponiamo salame, coppa, pancetta, culaccia, fiocco, spalla, ciccioli, salsiccia e lardo. Fino ad oggi siamo andati avanti incrociando la razza Large White con la Duroc. Ma, tra i progetti per il futuro, abbiamo anche quello di provare l’incrocio alternato di Large White e Duroc con un maschio di Mora Romagnola (certificata dall’Istituto agrario Zanelli di Reggio Emilia). Tuttavia, prima di mettere sul mercato i salumi che ne deriveranno, dovremo sperimentarli e testarli».

Oltre al siero di latte prodotto in azienda, i suini vengono nutriti con tuberi che l’anno scorso Graziano Rossi ha fatto piantare nel terreno e che spinge gli animali a grufolare.

Il benessere animale è fondamentale

La buona marginalità ottenuta in azienda permette alla famiglia Rossi anche di dedicare forze e risorse al benessere animale. Spiega ancora Rossi: «Abbiamo consapevolmente scelto lo stato semibrado nella convinzione che l’animale allevato all’aperto abbia molti meno problemi sanitari e, alla lunga, migliori la genetica».

Una azienda tutta biologica

Tutta l’azienda è certificata “biologica” da quindici anni, dai terreni agli alimenti per gli animali. Benché siano biologici di fatto, non sono invece ancora certificati i prodotti finali e il vino (10mila bottiglie/anno di lambrusco secco e rosato e di malvasia secco e dolce).

«Da quest’anno – puntualizza Graziano – abbiamo fatto domanda per la certificazione anche del prodotto finale (latticini e salumi), soprattutto sulla scia delle richieste provenienti dall’estero e dai gruppi d’acquisto. Ma prima di applicare il bollino verde, vogliamo studiare come inciderà come costo, per non “colpire” troppo il nostro consumatore fidelizzato».

 

Leggi l’articolo completo sulla Rivista di Suinicoltura n. 6/2016

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