Editoriale – La riforma della ricerca in agricoltura

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Creare il Crea di Beatrice Toni

Diceva il grande vecchio (Einstein): «Se vuoi capire una persona, non ascoltare le sue parole, osserva il suo comportamento». Proviamo a farlo per la creazione del Crea (sì, è cacofonico). La promessa/parola è quella di razionalizzare la ricerca in agricoltura grazie alla fusione fredda fra Cra (Consiglio per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura) e Inea (Istituto nazionale di economia agraria). Nome per esteso: Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria. Un tormento di sigle che lascia intuire fisiologici ostacoli a questo innovativo matrimonio fra ricerca scientifica ed economica. I numeri/comportamenti parlano di uno snellimento radicale: da 47 a 12 Centri di ricerca, da 80 a 30 sedi (almeno una per regione); taglio alle spese del 10%; nessuna sforbiciata al personale, anzi 300 nuove assunzioni di ricercatori per averne circa 40 per ogni Centro. E dismissioni di parte del patrimonio immobiliare. La promessa, entro il 2016, è di fare dell’Italia un luogo migliore per la ricerca in agricoltura. Il recente appello al neopresidente della Repubblica Mattarella, e prima ancora al ministro Giannini, di un gruppo di giovani ricercatori di varie discipline parla di «mala o inesistente gestione della ricerca» in Italia e invoca: «Ci aiuti a restare». Chiede, dopo «anni di fatiche e sacrifici», concorsi più trasparenti e non più ad personam. Valutazione e merito come criteri per far avanzare la ricerca. Ce li auguriamo tutti. Assieme al trasferimento dei risultati ai campi sennò perchè trattenere i talenti se i prodotti della loro intelligenza rimangono nei laboratori?  

Università, partner chiave di Dario Casati

Economista Agrario, Università di Milano Ristrutturare, riorganizzare, razionalizzare: parole che destano sospetti. Sarà così anche per la ricerca agraria? È presto per dirlo, ma occorre attenzione, anche se non accade solo in Italia. La ricerca non può essere ristrutturata come una qualsiasi attività, a maggior ragione quella agricola collegata strettamente al territorio. Anch’essa ha una parte in apparenza poco produttiva a breve, la ricerca di base, e una maggiore di ricerca applicata per risolvere i problemi che sorgono e non possono essere risolti, “more solito”, dalla magistratura, come per la xilella. Gli scienziati puri non amano la ricerca applicata, gli agricoltori ne hanno un gran bisogno, la gente teme la scienza, ma la invoca per i miracoli. La domanda di ricerca ha un ruolo chiave a cui si contrappongono, su opposti versanti, le esigenze di spesa e quelle di chi fa la ricerca, cioè dell’offerta. I tagli non possono servire per far cassa cedendo aziende, campi, serre, impianti e conoscenza. La razionalizzazione può incidere sugli indirizzi strategici (magari!), sui costi di gestione, sui consigli di amministrazione, ma molto meno sul come si fa la ricerca. Occorre valutare i risultati, tenendo conto di un’attività che richiede tempi lunghi ed evitando le scelte talebane oggi in uso nell’Università. L’Università, un partner chiave da recuperare. Era così fino agli anni ’60, prima di un’altra ristrutturazione, ma chi se lo ricorda più?