Editoriale, botta e risposta: Sognare il Territorio

Brown and green fields of Tuscany in autumn

Leggi l’articolo originale Editoriale, botta e risposta: Sognare il Territorio su Terra e Vita.

Sognare il Territorio di Beatrice Toni

Operai senza lavoro. Licenziati. Imprenditori alleggeriti di costi economici e sindacali. Agricoltura in braghe di tela. Amministrazioni pubbliche senza risorse. E senza leve per agire sullo sviluppo. No, non oggi. Ieri, a Modena, anni cinquanta. Il Comune chiede la cessione di un’area a prezzi agricoli e in cambio offre ai produttori l’edificabilità di una parte di quel terreno. Che viene urbanizzato e ceduto a prezzi più bassi a imprenditori artigiani (gli ex disoccupati, ma specializzati) con il viatico di anticipazioni finanziarie. Decolla una dei distretti industriali più importanti d’Italia. Così è stato costruito e occupato il territorio in senso fisico e non solo. Ed è stato distrutto in modo ancor più facile e rapido. Le reti virtuose sono sfuggite di mano. Dal centro, politiche troppo rigide; dal basso, frammentazione delle istituzioni e quindi delle competenze. E un’overdose di cemento. Oggi nella stessa area si costruiscono orti urbani per favorire il contatto con la terra e un’alimentazione sana… Ovunque la ruralizzazione delle città fa…tendenza. Ed è prossima al varo (pare) una legge che vuole stoppare il consumo di suolo. Dovrà dipanare i nodi delle competenze fra Stato e Regioni, inventare un nuovo rapporto pubblico-privato basato non più solo sulla convenienza, ma anche e soprattutto sulla condivisione, oltre a giocare su una scacchiera economica globalizzata. E, infine, prevedere ruoli innovativi per l’agricoltura (servizi ecologici, conservazione del paesaggio, pratiche ecocompatili). Potrebbe innescare un nuovo modello di sviluppo. Potrebbe cadere nel microambientalismo del greening da euroburocrati in cui ci dibattiamo in questi giorni. Speriamo che il sogno rinasca.

Un mezzo Sogno di Dario Casati

Suolo per tutti: una gran bella idea, ma un sogno a confronto con una realtà molto più dura. Viviamo in un’epoca di cambiamento che si sviluppa in un clima di grande confusione, d’accordo. Non sappiamo chi siamo, dove andiamo e, soprattutto, come. L’Italia non è più la grande madre agricola e nemmeno quella delle operose imprese che dopo la guerra ne hanno costruito lo sviluppo, ma non è ancora un quieto paese ricco in cui placare le tensioni e soddisfare tutte le esigenze. Ed è pur sempre la seconda potenza agricola d’Europa. La terra è lo spartiacque di tutti questi modelli e di altri che verranno. Post- moderni, forse, se sapessimo che cosa vuol dire e come costruirli. I sogni si fermano di fronte ai vincoli: la terra è poca, è stata sprecata e male gestita nella foga della crescita economica. Ora basta. Non può essere preda di sprechi vecchi e nuovi, di mode fatue, di boschi verticali o di orti per pensionati, fabbriche di erbacce e di costi per Comuni spendaccioni e incostanti. Non parliamo di nuove leggi e vincoli: l’urbanistica, si sa, è la madre di tutte le corruzioni. La politica di sotto bosco ne è il degno supporto. Servono poche linee di politica economica, agraria e del territorio e imprenditori veri, agricoli e non, pronti a rischiare in campo aperto e non a rifugiarsi sotto l’ala protettiva delle privatizzazioni nei settori assistiti e delle camarille di profittatori inesausti che infestano i dibattiti televisivi. L’altra metà del sogno ?