Due idee innovative per distribuire i liquami alle colture

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La prima è la distribuzione ombelicale, pratica nota ma finora poco usata. La seconda è l’addizione dei reflui alla normale irrigazione a pioggia, tecnica in fase di sperimentazione proprio negli ultimi tempi

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Ce n’è tanto e funziona: e allora perché si continua a usarlo nel modo sbagliato? È strano che, quando si parla di liquame, la logica si inceppi. Normalmente, se una materia prima è presente in abbondanza e di essa c’è forte bisogno, la si usa e la faccenda è risolta.

Con i liquami – che siano tal quali o trasformati dalla digestione anaerobica – le cose funzionano diversamente: ai terreni serve nutrimento, i reflui possono fornirlo e sono disponibili in gran quantità, ma nonostante ciò si preferisce distribuirli male su pochi terreni, spendendo poi soldi per comprare concimi minerali. Che dal punto di vista ambientale, peraltro, rappresentano un ulteriore costo, dal momento che derivano dal petrolio e richiedono energia per essere prodotti e trasportati.

Certamente il libero uso dei reflui incontra ostacoli normativi, come l’arcinota direttiva nitrati. E tocca fare i conti con i 170 kg di azoto per ettaro all’anno e con i fabbisogni delle diverse colture. Tuttavia, lavorando bene e con un minimo di programmazione, è possibile fare concimazione delle più comuni colture, dal grano al mais, esclusivamente con prodotti di origine zootecnica o con digestato liquido: gli studi che lo dimostrano sono parecchi e, per chi non si fidasse degli esperimenti, vi sono ormai anche numerose esperienze sul campo di agricoltori che da anni non comprano un quintale di concime.

L’ostacolo dunque è soprattutto di tipo culturale: c’è da cambiare la mentalità di molti imprenditori agricoli, insomma, e non sempre bastano gli esempi virtuosi di chi ha risolto i problemi di smaltimento e anche quelli di fertilizzazione attraverso un impiego razionale dei reflui.

Per via legislativa?

Presto o tardi, tuttavia, si interverrà per via legislativa, a quanto si sente dire, e da quel momento in poi non vi saranno più giustificazioni: già oggi diversi paesi del Nord Europa sono sul punto di vietare i sistemi meno efficienti di distribuzione dei reflui zootecnici. Qualora accadesse, non ci vorrebbe molto perché l’obbligo sia esteso, come sempre, al resto dell’Unione.

Un primo passo – fortunatamente non sanzionatorio, ma incentivante – potrebbe venire già dai prossimi Psr: in più di un caso, vedi per esempio la Lombardia, pare che saranno forniti aiuti a chi deciderà di gestire i liquami nel modo più efficiente, in base alle attuali conoscenze tecnologiche. In altre parole, soldi per chi fa interramento razionale; uniti a rigidi controlli contro lo spandimento scriteriato, potrebbero segnare un punto di svolta.

Quali tecniche

Il problema, però, è anche quello di identificare quali sono le tecniche razionali di distribuzione: posto che lo sversamento diretto non va bene e lo scarico a getto o a spaglio dalla botte nemmeno, cosa è efficiente e cosa no? Lo sono le barre a calate? E la concimazione a pioggia? Meglio l’interramento superficiale oppure quello profondo?

Ci siamo già occupati del tema diverse volte, sempre sottolineando come l’interramento non oltre i 25 cm e a una trentina di centimetri di interfila sia quello che offre le maggiori garanzie di raggiungere le radici della pianta con la minima dispersione in atmosfera. A seguire, tra le opzioni di spandimento più virtuose, troviamo la distribuzione superficiale, che soffre di una certa evaporazione dell’azoto ammoniacale ma consente di intervenire anche su piante già emerse.

Da scartare, invece, sistemi a spaglio o anche l’interramento profondo ed eccessivamente distanziato: buono per liberarsi del liquame ma non per nutrire le piante.

Nelle pagine seguenti, dopo aver sinteticamente rappresentato lo stato dell’arte per i grandi semoventi da liquami, prenderemo in esame due tecniche alternative. La prima nota è da tempo ma finora poco usata (la distribuzione ombelicale).

La seconda consiste invece nell’aggiunta di piccole dosi di liquami o digestato durante l’irrigazione a pioggia e rappresenta una tecnica innovativa, in fase di sperimentazione proprio in questi anni e che a prima vista va contro le classiche regole di impiego razionale. Ma soltanto a prima vista.

Le macchine ad alta efficienza

Prima però facciamo una doverosa panoramica delle macchine progettate espressamente per fare distribuzione di reflui. Due sono già note da tempo, e sono il Terragator di Challenger e lo Xerion Claas in versione liquami.

Terragator. Il primo è (o meglio era, come vedremo tra breve) il solo mezzo costruito appositamente per la distribuzione di liquami, fanghi e simili. Si tratta di una macchina ad alte prestazioni, capace di interrare 16 metri cubi di liquido in meno di due minuti.

La versione più nota, anche se non molto diffusa in Italia, prevede tre ruote: due posteriori e una anteriore. Questo per migliorare la manovrabilità e ridurre il compattamento, dal momento che i tre pneumatici – ovviamente extra-large e dotati, di serie, di telegonfiaggio – non passano mai sulla stessa traccia.

Questo modello di Terragator, peraltro, è stato oggetto di recente revisione e si presenta dunque con un nuovo motore e una nuova cabina sul mercato italiano. Il primo arrivato nel nostro paese è andato ad arricchire la collezione di Adriano Chiari, contoterzista bresciano specializzato in gestione reflui. Parliamo di collezione dal momento che con il Tg 835 di cui stiamo parlando Chiari arriva a quattro macchine, a dimostrazione del livello di specializzazione raggiunto dalla ditta bresciana.

Xerion. Altro “storico” mezzo per la distribuzione dei liquami è lo Xerion, il porta-attrezzi di Claas, attrezzato con un allestimento specifico, formato da botte sull’assale posteriore e pompa ad alta portata sul sollevatore anteriore.

Come per il Terragator, allo Xerion si possono abbinare diversi attrezzi: erpici a dischi o ad ancore, testate a dischetti per un interramento a profondità ridotta, barre con calate per distribuzione superficiale e così via.

Talpa. Dallo scorso anno c’è tuttavia un terzo concorrente in campo: è la Talpa di Maschio-Unigreen, un semovente creato apposta per fare distribuzione di reflui di vario genere. Nelle dimensioni si avvicina al Terragator: 9,5 metri di lunghezza, 26 tonnellate di peso a pieno carico (una decina in meno del semovente di Challenger, ndr) e 12 metri cubi di cisterna. Interessante, soprattutto, la luce da terra: oltre un metro e mezzo, aspetto che rende possibile lavorare anche su colture già piuttosto alte.

Notevole anche il raggio di svolta: 4,5 metri, il migliore tra le macchine citate. Mosso da un motore John Deere da 250 cv, è dotato di trasmissione idrostatica e di una pompa da seimila litri al minuto, con attacco a tre punti posteriore cui si possono abbinare diversi attrezzi.

Due limiti. Data per scontata l’efficienza in lavorazione, due sono i limiti principali per tutti e tre i mezzi. Il primo è legato al peso, sempre superiore ai 200 quintali e che quindi richiede soluzioni appropriate per evitare il compattamento del terreno.

Il secondo limite è il rapporto tra tempo di distribuzione e tempi morti: mediamente, tutte e tre le macchine scaricano la cisterna in meno di due minuti e ne occupano circa tre per recarsi a bordo campo, caricare e ripartire. Il lavoro effettivo risulta dunque inferiore al 50% del tempo di attività totale.

In campo senza botte

Una possibile soluzione a questo evidente handicap è la distribuzione ombelicale: come noto, in questo caso non si entra in campo con il carico di refluo, ma soltanto con l’attrezzo per la distribuzione: quest’ultimo è collegato, tramite una conduttura trascinata sul terreno, a una cisterna che fornisce continuamente il prodotto. Si eliminano dunque i tempi morti di trasferimento dal campo alla cisterna e di caricamento.

Solitamente chi usa questo sistema dispone di una conduttura interrata che trasporta i liquami dalle vasche a bordo campo: una soluzione che, ovviamente, è possibile soltanto spendendo soldi e avendo terreni accorpati all’azienda: una fortuna che pochi agricoltori hanno.

Tuttavia, lo sviluppo dell’indotto legato al biogas ha aperto anche altre strade: per esempio, una vasca o cisterna che funzioni da “balia” a bordo campo: botti tradizionali fanno la spola tra quest’ultima e le vasche aziendali, tenendola sempre rifornita e permettendo quindi al trattore in campo di distribuire liquame senza interruzioni.

Un sistema ombelicale – ma con impianto fisso interrato – è impiegato ormai da anni a Montanara, frazione di Curtatone (Mn), da un ex allevatore, ora proprietario di impianto di biogas da 625 kW. Si tratta di Nardino Mosconi, che coltiva 150 ettari di terreno con mais e foraggi. “Siccome due terzi della superficie si trovano attorno all’impianto, abbiamo realizzato una rete interrata per il trasferimenti dei reflui. Oggi digestato, ma in passato liquami tal quali provenienti da aziende zootecniche del territorio. La scelta di valorizzare le deiezioni, gestendole nel miglior modo possibile, non è infatti recente, per noi, ma vecchia di diversi anni” ci spiega l’imprenditore, proprio mentre effettua la distribuzione di digestato su un appezzamento di 32 ettari grazie al sistema ombelicale (vedi foto).

“Abbiamo un prodotto contenente 3,7 kg di azoto per metro cubo: ne distribuiamo un po’ meno di 50 metri cubi per ettaro, grazie a un ripper ad ancore dritte, che interra a 25 cm massimo di profondità, facendo un ottimo lavoro”.

L’impianto prevede dunque un collegamento fisso tra le vasche e il campo, con attraversamento sotterraneo di una strada comunale. A fine percorso, la manichetta confluisce in un impianto di irrigazione (rotolone) da 640 metri, collegato al trattore che effettua la lavorazione.

Il risultato, spiega Mosconi, è eccellente: “Un lavoro perfetto, in totale assenza di odori: caratteristica perfetta per i liquami, che spesso provocano proteste da parte della popolazione. Grazie a questa tecnica ho completamente eliminato i concimi minerali dalla mia azienda, fatta eccezione per la parte più lontana dal corpo centrale, non servita dal collegamento ombelicale”.

In questo modo, prosegue l’imprenditore, si ha la massima valorizzazione dei reflui.

“Il digestato è un prodotto dell’impianto, al pari dei kilowatt di energia elettrica. Lo stesso vale per i liquami: se iniettati nel terreno esercitano la massima potenzialità nutritiva senza alcuna emissione in atmosfera: né olfattiva né di azoto ammoniacale. Certamente è un metodo di concimazione diverso rispetto all’uso di prodotti minerali: occorre investire un po’ in strutture e programmare bene il lavoro. D’altra parte permette di azzerare i costi per l’acquisto del concime e rappresenta uno dei migliori usi possibili delle deiezioni o del digestato”.

Grande vantaggio del sistema, rispetto all’uso di macchine semoventi, è la possibilità di evitare il compattamento. “Gli effetti sono molto evidenti, soprattutto in inverni poco freddi e piovosi come l’ultimo. Quando gela si può lavorare con qualsiasi mezzo, ma su un fondo pesante e non gelato, botti e semoventi sono inutilizzabili. Soprattutto su terreni con una importante componente argillosa come quelli mantovani”.

Concimare irrigando

Se si usa una cisterna in funzione di balia, l’iniezione ombelicale dei liquami è possibile anche in terreni lontani dalle vasche di stoccaggio e dunque cade uno dei principali vincoli per l’impiego di questa tecnica. Ce n’è però un secondo, determinante: la distribuzione è praticabile soltanto in presemina, dal momento che il tubo di irrigazione trascinato su e giù per il campo distruggerebbe le giovani piante.

Da qualche anno la ditta Casella di Carpaneto Piacentino, società specializzata nella costruzione di irrigatori a bobina – i classici rotoloni insomma – sta però studiando una soluzione che permetterebbe di distribuire reflui anche su colture alte un metro e passa. Si tratta, in estrema sintesi, di aggiungere i liquami o il digestato alla normale irrigazione a pioggia.

La distribuzione di deiezioni attraverso irrigatore non è certo una novità, e non è nemmeno tra le migliori pratiche possibili, causa rilascio in atmosfera della componente azotata e imbrattamento delle colture. Ma l’idea di Casella va oltre: i liquami non si sparano tal quali, ma in soluzione con acqua, a una concentrazione massima del 10%.

In questo modo, sostengono i tecnici emiliani, si azzera la dispersione di azoto ammoniacale e si riducono notevolmente i problemi di imbrattamento delle foglie. Che dovrebbero essere risolti definitivamente, per il mais a uso zootecnico, da un’eventuale pioggia successiva all’ultimo trattamento o dalla prima irrigazione fatta con acqua pura.

La fertirrigazione con liquame in soluzione coprirebbe infatti il periodo che va dall’emergenza – quando non è più possibile impiegare l’interratore ombelicale – alla fioritura del mais, epoca in cui il fabbisogno di azoto è massimo. Le irrigazioni successive a quella fase sarebbero effettuate soltanto con acqua risciacquando così le foglie e le piante dai residui di liquame.