DOSSIER BIODINAMICA

"Coltivare il terreno in armonia con la natura"
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In una lunga e approfondita intervista a un veterano del settore abbiamo cercato di fare un po’ di chiarezza sul metodo biodinamico. Molti infatti lo conoscono solo superficialmente e lo banalizzano considerandolo alla stregua di una pratica di stregoneria…

«Sono convinto che l’agricoltura sia una. Un’attività inscindibile dalla storia umana che si può fare bene, male, meglio. Ma con la biodinamica si prova quel meglio. Il metodo biodinamico è fratello di quello biologico. Il metodo biologico, però, è nato successivamente a quello biodinamico, con lo scopo meritorio di recuperare le metodiche tradizionali dell’agricoltura». Chi parla è Carlo Triarico, consigliere nazionale dell’Associazione agricoltura biodinamica nonché responsabile della sezione toscana.

«Il metodo biodinamico nacque già nei primi anni Venti del Novecento da una nuova idea di modernità, prevedendo gli effetti delle prime applicazioni industriali in campo agricolo – continua Triarico –. Innanzitutto mira a risanare l’organismo sociale e, dal momento che lo sfruttamento umano comporta lo sfruttamento dell’ambiente, il metodo biodinamico è un’ecologia che mette al centro l’uomo e conosce le forze che dall’universo plasmano la terra. Insomma allarga lo sguardo per acquisire scientificamente quelle conoscenze profonde che l’agricoltore ha sempre cercato».

Ma – abbiamo chiesto a Triarico – qual è lo scopo del metodo biodinamico?

«Lo scopo è innanzi tutto quello di far divenire l’azienda un organismo sano, capace di autoregolarsi fino a sviluppare un’autonomia individuale. In questo modo si ottengono prodotti agricoli di grande qualità. Produrre alimenti adatti alle esigenze odierne dell’essere umano è un altro degli scopi dell’agricoltura biodinamica. Per fare questo ci sono i preparati biodinamici, ma anche tecniche, che risultano molto efficaci e per questo mi sforzo che siano riconosciute e utilizzate dagli agricoltori. Potrei poi aggiungere che chi ha il marchio biodinamico, il marchio Demeter, in Unione Europea è certificato biologico, visto che su decine di punti i disciplinari biodinamici sono più restrittivi dei biologici. Poter fare a meno di tanti presidi fitosanitari è una conseguenza del fatto che con la biodinamica, lavorando in armonia con la propria azienda, la terra resta sana».

UNA VISIONE DISTORTA
In Italia l’agricoltura biodinamica è ancora poco conosciuta e molti la considerano quasi come un qualcosa legato alla “magia”. Da cosa nasce questa visione tutto sommato distorta?
«Occorre mettere nel conto che le novità, le grandi riforme dei paradigmi culturali, corrono il rischio di essere comprese tardi o non comprese del tutto e di passare per eresie. Il fondatore dell’agricoltura biodinamica, Rudolf Steiner, fu uno scienziato di grande intelligenza e propose un metodo moderno che i filosofi hanno chiamato fenomenologia, empirismo razionale, ma che noi potremmo definire “capire il fenomeno semplice nella complessità”. La sua instancabile attività, che egli chiamò antroposofia o scienza dello spirito, produsse più di 350 libri a stampa di grande spessore, oltre a riforme illuminate in sociologia, agricoltura, medicina, architettura, pedagogia.

Eppure Steiner è stato rimosso. Si pensi che le attività dei biodinamici furono soppresse dal nazismo e nei paesi comunisti. In Italia c’è una grande sensibilità per l’agricoltura ecologica: siamo tra i leader mondiali del biologico e terzi al mondo per ettari in biodinamica. È una sensibilità spontanea, perché dall’Italia spesso sorgono, nel bene e nel male, grandi impulsi per l’umanità. Tuttavia è evidente una drammatica scissione tra la gente di questo paese e la classe intellettuale e dirigente.

Il biologico e il biodinamico, tra i rari settori in crescita in Italia, non sono stati sostenuti. Capita anzi di sentirne parlare male con leggerezza persino sui mezzi pubblici d’informazione, comportamento impensabile per altri settori produttivi italiani. I consumatori hanno bisogno d’informazione. Non si è fatta ricerca e urge la formazione degli agricoltori. Si comincia ora a sperimentare la biodinamica nelle università, ma mi preoccupa la constatazione che la riflessione metodologica sia troppo povera nelle facoltà scientifiche e che ciò porti ad accettare la tecnica esteriore della biodinamica, ma impedisca la comprensione del paradigma capace di riformare l’agricoltura.

Centri di ricerca indipendenti, che dialoghino con le istituzioni culturali, potrebbero aiutare a superare questo limite. Sono convinto che l’Apab, l’istituto di formazione e ricerca che dirigo a Firenze, possa essere un esempio di quel nucleo di strutture che dovrà invertire la tendenza».

Come nasce in Italia l’agricoltura biodinamica? È vero che, addirittura, è arrivata prima di quella biologica? E se le cose stanno veramente così perché si è diffusa meno?

«L’agricoltura biodinamica in Italia è addirittura arrivata negli anni Trenta. Uno dei suoi primi sostenitori fu un funzionario del Ministero dell’Agricoltura. Purtroppo il fascismo perseguitò l’antroposofia e sciolse dal 1938 al 1941 tutti i gruppi steineriani in Italia. La biodinamica poté uscire dalla clandestinità solo dopo la guerra e, nel 1947, fu fondata l’Associazione per l’Agricoltura biodinamica. Si tratta della prima organizzazione ambientalista del nostro paese e si occupa di diffusione e assistenza, di ricerca e di formazione. L’altra gamba su cui cammina l’organizzazione biodinamica è la Demeter Italia, l’ente per la promozione e la tutela della produzione biodinamica. Demeter è il primo marchio internazionale di qualità alimentare. Un marchio collettivo nato già nei primi anni Trenta».

UNO STORICO ISOLAMENTO
Aziende biodinamiche in Europa(clicca per ingrandire)

Mi sembra, ma mi corregga se sbaglio, che gli agricoltori biodinamici siano caratterizzati da un atteggiamento di “chiusura” che non permette al settore di espandersi. Se le cose stanno veramente così mi sembra che si vengano a contraddire i principi di base del settore…
«L’agricoltura come la conosciamo nei tempi moderni è figlia della rinascita concepita da San Benedetto dopo il crollo del mondo classico. Il modello illuminato dell’agricoltura benedettina ha fatto rinascere i campi coltivati in tutta Europa. Tuttavia la struttura aziendale del convento, che è diventata il modello delle aziende europee, tende a riprodurre quell’isolamento monastico.

Dico questo come quadro generale, perché l’agricoltore convive con uno storico isolamento. Non so fargliene una colpa, ma oggi quel modello deve cambiare in favore di una nuova socialità. In agricoltura biodinamica, dove innovazione e sociale sono i moventi principali, la tara dell’isolamento appare ancora più stridente e insopportabile. Se hai un metodo innovativo devi spiegarlo, confrontarti, nutrirti del dialogo. L’agricoltura biodinamica funziona se è attività sociale. Oggi, erroneamente, si classifica l’agricoltura tra le attività economiche. Si dimentica che essa è stata produzione, ma anche cultura e regolazione dei rapporti. Proprio queste tre sfere, economica, culturale e giuridica, furono indicate da Steiner come gli arti fondamentali della società.

L’agricoltura sociale è la nuova meta del mondo agricolo. In questo il popolo biodinamico ha un compito ancora da realizzare: aprirsi e aprire un dibattito che sia liberatorio per l’agricoltura. Si capisce perché le organizzazioni in cui è strutturato il movimento si dimostrano oggi inadeguate per un compito così ambizioso».

Ritiene che l’agricoltura nel suo complesso potrebbe convertirsi al biodinamico (o almeno al biologico…) continuando a "sfamare" l’intera popolazione mondiale? In caso contrario si delineerebbe un’agricoltura, nella fattispecie, di elite, che non risolverebbe i problemi delle popolazioni ma solo di alcune persone…
«Da ecologista credo nella biodiversità e so che la differenza nelle culture è salutare. Se credessi che la salvezza del mondo dipendesse da un solo gruppo, da un solo metodo, fosse pure il biodinamico, che pure ritengo massimamente adatto ai tempi, allora avrei poca speranza. Vedo invece muoversi molte anime attive nel cambiamento, soprattutto attraverso l’agricoltura organica. Se penso agli agricoltori biodinamici dell’India, della Finlandia o del Sahara mi accorgo che stanno elaborando la loro biodinamica. Vi sono poi molti movimenti di agricoltori e di pensiero di cui ho grande stima. Detto questo la mia risposta alla domanda se il metodo biodinamico può sfamare il mondo è sì. L’idea di progresso inarrestabile sta crollando, perché ci accorgiamo che le risorse non sono illimitate. Occorre lavorare insieme alla decrescita. Una decrescita organica non solo è necessaria, ma si rivelerà fonte di ricchezza. L’agricoltura si regge con difficoltà e a condizione che non si affaccino a pretendere petrolio, fosfati e proteine nobili tutti i popoli della terra con la stessa forza. È questa l’agricoltura d’elite.

Se tutti avessero il potere di vivere come gli italiani ci vorrebbero quattro volte gli ettari coltivabili, se come gli americani, 10 volte. Dagli anni Settanta, dopo la diffusione dell’agricoltura industriale nei paesi poveri, dalla cosiddetta rivoluzione verde, gli sterminandi per fame sono aumentati e da 800 milioni hanno superato il miliardo. È quel miliardo di esclusi a garantire la stabilità del sistema. È l’era (o forse già solo l’ora) di un’agricoltura sostenibile come la biodinamica, che accompagni una decrescita dolce, con pratiche a basso input. Questo tempo non deve passare senza che le nuove generazioni abbiano gli strumenti per compierlo».

IL BOOM DEL VINO

Negli ultimi tempi il settore biodinamico sta avendo un piccolo boom per quanto riguarda la viticoltura. Ritiene che si tratti di una “moda” e di un’azione di marketing o che, effettivamente, alcuni agricoltori abbiano scoperto la validità del metodo biodinamico?
«È vera moda, questo lo vedo. Sicuramente in alcuni c’è anche la ricerca di nuovi strumenti di marketing, nuovi vocabolari per la pubblicità. Ma questi sono fenomeni di poca durata.

Sicuramente il marchio Demeter su di una bottiglia oggi comporta un buon apprezzamento del mercato, ma quello che mi interessa è che professionisti d’eccellenza, tra i produttori italiani di vino, abbiano percepito che nell’agricoltura biodinamica avviene qualcosa che fa migliorare la qualità intrinseca del loro prodotto. Costoro non si sono fatti domande ideologiche o rinunce preconcette, ma hanno potuto cogliere, da esperti del mestiere, la differenza.

Ci sono oggi grosse case che fanno biodinamica e non lo dicono per paura di non essere capiti. Con la viticoltura avviene qualcosa di particolare. In biodinamica si lavora molto sul suolo e sull’armonia in campo, ma questo non significa non seguire rigorosamente i processi di trasformazione. Quello che provo a spiegare in azienda è che occorre garantire il legame armonico esistente tra l’organismo ipercomplesso del suolo, coi suoi microrganismi, e l’organismo microbico delle fermentazioni alcoliche in cantina. Così come occorre riconoscere che c’è un legame tra le fermentazioni e gli stati di coscienza. Proprio il fatto che il succo fermenti permette di percepire la qualità intrinseca dell’uva nell’assaggio del vino.

La qualità biodinamica ottenuta in campo così si è fatta sentire da tutti proprio col vino. Non va però dimenticato che la fermentazione alcolica finisce per ridurre progressivamente la capacità di esercitare al meglio la propria sensibilità e di coltivare nuove facoltà. È questo il motivo per cui per anni i biodinamici non hanno certificato il vino. Oggi abbiamo gli standard Demeter anche sulla vinificazione ed è una scelta che condivido in base al principio che ciascuno deve scegliere liberamente quello che è meglio per se stesso».

INNOVAZIONE E SPIRITUALITÀ

Aziende agricole biodinamiche nel mondo(clicca per ingrandire)

Macchine e attrezzature convenzionali possono essere utilizzati nell’agricoltura biodinamica? Che spazio c’è nell’agricoltura biodinamica (in quella biologica c’è) per l’innovazione tecnologica? (Ovviamente, se sì, di che tipo?).
«In agricoltura bisogna essere pratici e saper utilizzare le attrezzature a disposizione in azienda, trovando poi il tempo per migliorare. Gli agricoltori sono stati capaci di inventare i propri strumenti con molto ingegno. L’ideale è disporre di attrezzature dolci e poco invasive per la bioagricoltura.

Purtroppo abbiamo dimenticato che i mezzi di produzione in agricoltura sono tutti strumenti rinnovabili, biodegradabili e riproducibili. La tecnologia agricola propriamente detta è fatta di semi, di piante, di suolo, di animali, di paesaggio e in biodinamica anche di preparati, ritmi, compost, ecc.. Tutta tecnologia vivente che non c’era in natura ed è frutto della saggezza di uomini in tempi diversi.

Le macchine sono invece una tecnologia esterna al processo agricolo, anche se non bisogna dimenticare che hanno un ruolo importante nello sviluppo dell’essere umano contemporaneo. È importante che l’uomo si immerga in questo rapporto, pur senza arrivare all’errore di sentire il mondo come l’effetto delle sole forze meccaniche.

La biodinamica comprende l’importanza epocale della civiltà delle macchine, ma sa bene che in agricoltura la meccanica è un supporto esterno e non il motore. Questo è un punto chiave. Non occorre rinunciare alle macchine, ma occorre saper compiere lavorazioni tali che non siano le forze meccaniche a determinare gli effetti sul suolo e sulle piante. Per arrivarci ci sono le tecniche adatte.

In questo processo sarebbe utile disporre di una nuova generazione di macchine agricole, adatte al metodo ecologico e nate da un dialogo inedito tra agricoltura e industria. E occorre la ricerca. Se oggi per fare prodotti di qualità si deve ricorrere alle cultivar antiche, a piante e animali precedenti alla motorizzazione dell’agricoltura, allora vuol dire che qualcosa non ha funzionato in questi anni.

La fuga verso gli ogm è la prosecuzione esasperata sulla strada sbagliata. Dobbiamo poter disporre di nuove varietà e di mezzi tecnici adeguati ai tempi. Solo la cecità con cui abbiamo sprofondato l’agricoltura nella regressione e fino al collasso può impedirci di vedere che c’è tanto da fare. C’è da colmare un gap di sessant’anni.

Chiaramente se manca la consapevolezza, per conseguenza mancano le risorse. La ricerca non è stata finanziata e per di più occorre evitare che il poco che viene stanziato sia assorbito da un’accademia aliena dai bisogni del mondo agricolo».

Visione spirituale antroposofica, osservazione delle stelle, cornoletame… C’è spazio per questi elementi nell’agricoltura del terzo millennio?
«Una cultura spirituale ha plasmato le piante, gli animali e i paesaggi agricoli in passato. Sono però convinto che oggi il metodo scientifico sia quello più adatto. Il metodo scientifico dovrà essere però applicato anche ai campi dello spirito e con nuovi metodi di indagine, ossia rendere scientifici anche i campi che la scienza ha tralasciato.

Le conseguenze di questa omissione emergono in una scienza meccanicistica che stima oggi se stessa la più progredita, ma che resta attonita nel vedere che ha l’effetto di distruggere le risorse ed estinguere la biodiversità che altri hanno creato. Se l’essere umano rinunciasse ancora a stupirsi, a cercare, a rinnovare se stesso oltre il confine dell’ovvio, ad essere rivoluzionario almeno quanto i Galileo e i Bacone, perderebbe il proprio futuro. Fortunatamente ci sono sempre uomini capaci di onorare il proprio tempo trasformandolo».

STUDI E RICERCHE
Che elementi (studi, ricerche, dati) ci sono per poter affermare la validità dell’agricoltura biodinamica dal punto di vista scientifico?
«La ricerca in bioagricoltura fu avviata dai biodinamici ottant’anni fa. A loro si devono decenni di studi in assenza di un interesse del mondo scientifico. Gli istituti più importanti dell’agricoltura organica sono spesso ancora adesso quelli immaginati allora. Oggi c’è però un risveglio del mondo accademico. Il Fibl, l’istituto svizzero che conduce la ricerca più autorevole in bioagricoltura, ha messo in campo un paragone tra agricoltura industriale, biologica e biodinamica.

Dai dati confrontati dopo 21 anni emerge con chiarezza che per diversi parametri i risultati del metodo biodinamico sono di gran lunga migliori di quelli delle altre tesi messe a confronto. L’Associazione biodinamica ha pubblicato quei risultati in Italia, insieme a un resoconto delle decine di ricerche realizzate al mondo. A Firenze abbiamo poi voluto testare, con la facoltà di Agraria, gli effetti sul suolo del preparato 500, il cornoletame. Si tratta di un preparato che viene distribuito in piccole quantità, apparentemente insufficienti a portare effetti. I risultati sono eclatanti e testimoniano la grande efficacia dei preparati biodinamici. Ormai gli studi si moltiplicano e iniziano a essere accolti in riviste scientifiche autorevoli».

Perché il metodo biodinamico funzioni è necessario che l’agricoltore faccia propria la filosofia steineriana o è sufficiente che applichi i metodi da questa proposti?
«Provocatoriamente direi di sì, che è necessario che faccia propria la filosofia steineriana, che dice: ciascun agricoltore sia libero di fare la strada che ritiene giusta per se stesso. Il che significa che non c’è necessità di abbracciare fedi o visioni per fare biodinamica. Sarebbe molto lontano dall’idea di libertà insita nell’antroposofia chiedere a qualcuno di vivere secondo l’etica di un altro in luogo delle proprie convinzioni.

Il fatto che in biodinamica non siano necessarie adesioni ideologiche, non significa che l’agricoltore diventi poi un esecutore inconsapevole di ricette o metodi altrui, come spesso avviene oggi. Si richiede che applichi il metodo con creatività e facendosene una sua immagine personale. Viene poi spesso spontaneo all’agricoltore biodinamico che ha costatato i risultati, cercare le fonti e capire Steiner. Le fonti principali non sono però nei testi di Steiner, per quanto illuminati, ma in un metodo e in idee cui dare vita sulla Terra. In fondo ci sono tante biodinamiche quanti gli esseri umani che la biodinamica praticano».


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