Digital divide, carenza strutturale e culturale

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Il Cnr lancia l’”Osservatorio internet permanente”. Poco più del 5% delle aziende agroalimentari italiane possiede un sito web

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Sostenibilità, incremento della produttività, maggiore qualità: le principali sfide del futuro per il settore agroalimentare, possibili solo grazie all’innovazione. Agricoltura di precisione, sensoristica intelligente, tracciabilità, robotica, droni, trattori automatizzati, sono solo alcuni esempi di sviluppo che l’agricoltura 3.0 potrebbe perfezionare e concretamente mettere in campo. Ma quanto pesa all’interno di questo scenario di trasformazione un divario digitale nel settore agroalimentare? Quante sono le aziende che oggi utilizzano la rete per fare innovazione? La risposta a queste domande viene dalla ricerca, dai dati, dalle statistiche, che il Cnr ha messo a disposizione durante il convegno, tenutosi nella sede del Cnr a Roma lo scorso 25 novembre: “Rete e innovazione in agricoltura. Esiste un digital divide nel settore agroalimentare?”.

«Purtroppo, anche se la rete è ormai diffusa praticamente ovunque e siamo perennemente connessi – ha spiegato Maurizio Martinelli, tecnologo presso l’Istituto di Informatica e telematica del Cnr di Pisa –, il peso dell’economia agricola ai tempi del web 2.0 è decisamente basso. Nelle aziende che operano nel settore dell’agroalimentare non è altrettanto diffusa la cultura della rete e la consapevolezza dei vantaggi che essa può realmente offrire».

In effetti, ciò che emerge dai risultati di quello che sarà un Osservatorio internet permanente sull’agroalimentare in rete messo a punto dal Cnr, è che solo poco più del 5% delle oltre 1,2 milioni di aziende agroalimentari italiane possiede un sito web. Tra queste, i settori più diffusi in rete sono quelli relativi alle coltivazioni, al vino e alla pasta.

«Un dato interessante che risulta dalle nostre analisi – prosegue Giorgio Sirilli, Dirigente di ricerca presso l’Istituto di Ricerca sulla Crescita economica sostenibile del Cnr –, è che l’acquisizione di nuove tecnologie per le imprese manifatturiere della trasformazione dei prodotti agricoli si fonda principalmente sull’acquisto di macchinari e impianti e meno sulla ricerca scientifica svolta internamente all’azienda o commissionata al suo esterno».

Un elemento che evidenzia l’urgenza di creare una collaborazione sempre più stringente tra ricerca e agricoltura, insieme al settore imprenditoriale. Perché solo una partnership trasversale permetterà una crescita competitiva in un mercato che ormai non lascia più spazio alle singole specializzazioni. Altro fattore sul quale intervenire culturalmente, è il divario che persiste nella distribuzione geografica dell’agroalimentare in rete tra Nord e Sud, che vede il Nord decisamente più digitalizzato.

«Quello che divide Nord e Sud, metropoli e campagna, è prima di tutto un divario culturale: gli italiani che possiedono abilità informatiche medie o alte sono appena il 54% – ha commentato Luigi Mastrobuono, direttore generale Confagricoltura –. Meno del 18% dei lavoratori ha ricevuto un’infarinatura informatica durante il proprio percorso di studi, mentre la media europea è del 30%. Superare il digital divide nel nostro Paese, e soprattutto nelle campagne, è un problema di infrastrutture ma anche di informatizzazione. Siamo indietro anche per la velocità delle connessioni; solo il 36,3% delle abitazioni italiane è coperta dalla banda ultra larga, contro una media europea del 68,1%. Nonostante ciò, c’è comunque un nucleo di imprenditori agricoli che sta proiettando verso il futuro il settore agroalimentare italiano: quella minoranza trainante portatrice di una moderna cultura del fare azienda». Una minoranza capace di integrare tradizione e innovazione, ricerca e imprenditorialità, qualità e produttività, per il bene del settore il primario sempre più determinante per la nostra economia.

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