Digestato, no al limite del 30%

BIOENERGIE
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Subisce un’altra battuta d’arresto l’iter di
approvazione dello schema di decreto
Mipaaf (di concerto con l’Ambiente, lo Sviluppo
economico, la Salute, le Infrastrutture
e trasporti) sull’utilizzazione agronomica degli
effluenti d’allevamento, delle acque reflue
e del digestato.

A conclusione dei lavori della Conferenza
Stato-Regioni, tenutasi il 13 novembre, si è
deciso un ulteriore rinvio dell’approvazione
del Dm. effluenti (diretto a modificare e integrare
il Dm. 7/4/2006), dal momento che non
si è riusciti a trovare un accordo su alcuni
punti del provvedimento, ma soprattutto su
alcune proposte dell’ultima ora che destano
notevoli perplessità.

Tra queste la questione più controversa: prevedere,
per gli impianti autorizzati successivamente
all’entrata in vigore del decreto, che
il materiale agricolo (derivante da colture agrarie)
contenuto nel digestato non superi il
30% in termini di peso complessivo; con una
sola eccezione relativa agli impianti realizzati
nell’ambito degli interventi urgenti nel settore
bieticolo–saccarifero.

Una proposta che non ha alcun fondamento
giuridico, sebbene sia più limitata rispetto a
quanto proposto inizialmente e rilanciato da
alcune organizzazioni negli ultimi giorni: inserire
un limite del 30% per tutti gli impianti,
anche per quelli già in esercizio.

Ritorno al rifiuto speciale

L’inserimento di un limite del 30% al materiale
agricolo derivante da colture agrarie che può
essere presente nel digestato, anche se diretto
ai soli impianti autorizzati dopo l’entrata
in vigore del Dm. effluenti, è un controsenso
per diversi aspetti:

– creerebbe una difformità di trattamento
tra materiali vegetali; coltivazioni agrarie e
sottoprodotti senza alcun elemento scientifico;

– il digestato con materiale agricolo derivante
da colture agrarie superiore al 30% verrebbe
ad essere classificato come rifiuto, in
contraddizione con l’art. 185 del Dlgs. 152/06 (non sono rifiuti i materiali vegetali riutilizzati
per la produzione di energia);

– si limiterebbe l’utilizzo del digestato nei terreni
agricoli italiani che sono carenti di sostanza
organica;

– si configurerebbe come norma retroattiva
per gli impianti iscritti al registro del Dm. 6
luglio 2012 che hanno optato per l’incentivo
relativo alle produzioni biologiche;
– si bloccherebbe lo sviluppo del biometano,
soprattutto nel Centro Sud, che potrebbe divenire
un’opportunità per le aree marginali.

Le altre questioni irrisolte

Veniamo ora alle altre questioni non risolte.
Lo schema di decreto rappresenta un punto
di equilibrio tra le esigenze di utilizzazione
agronomica degli effluenti d’allevamento,
delle acque reflue e del digestato e di tutela
ambientale raggiunto nell’ultima riunione del
Tavolo nitrati, istituito dai ministri dell’Agricoltura
e dell’Ambiente (si è tenuto il 5 agosto
scorso e hanno partecipato le Regioni padane
e le organizzazioni agricole). Impostazione
confermata, seppure con alcune osservazioni,
dal Comitato tecnico permanente di
coordinamento in materia di Agricoltura della
Conferenza delle Regioni, del 29 ottobre
scorso. Ciò nonostante in Conferenza Stato-
Regioni non si è riusciti a trovare un’intesa
rimandando ulteriormente l’approvazione di
un decreto la cui prima stesura risale ormai a
più di tre anni fa!

Tra l’altro, in merito ai tempi di emanazione
del decreto, occorre comunque sottolineare
che non sono solo condizionati all’intesa
tra Mipaaf, ministero dell’Ambiente e Regioni,
ma anche alla verifica di alcuni contenuti
dello stesso. Difatti, è necessaria una valutazione
preliminare da parte della DG Ambiente
della Commissione europea circa la
possibilità che il digestato ottenuto anche
con effluenti di allevamento sia equiparabile,
per quanto riguarda gli effetti fertilizzanti, ai
concimi di origine chimica; come anche per
le semplificazioni previste per i sottoprodotti
di origine animale.

Problema aree non vulnerabili

Per quanto riguarda la direttiva nitrati, i punti
su cui si è creata difformità di vedute, sono
i seguenti.

Innanzitutto sulla proposta di eliminare la
comunicazione in aree non vulnerabili per
le aziende che producono o utilizzano in un
anno un quantitativo di N da effluenti di allevamento
o digestato agrozootecnico o agroindustriale
compreso tra 3.000 kg e 6.000
kg (comma 5 dell’art. 4 del Dm.); una proposta
sicuramente positiva che, nel rispetto
della normativa europea che non prevede
specifici obblighi nelle aree non vulnerabili,
semplifica, gli adempimenti delle imprese
zootecniche.

Poi la conferma o meno nel Dm. della previsione
di ulteriori elementi per l’individuazione
e la revisione delle aree vulnerabili nonché
di misure specifiche nei Programmi di
azione per il contenimento dell’apporto di
nitrati per lo svolgimento di attività non agricole
(previsti dai commi 3 e 4 dell’art. 48 del
Dm.). Impostazione che sarebbe opportuno
confermare perché potrebbe consentire una
rapida attuazione delle indicazioni dello
studio Ispra in corso di elaborazione. Studio,
previsto dall’Accordo Stato-Regioni del
maggio 2011 che non ha visto ancora la luce,
finalizzato a fornire elementi utili per la ridefinizione
delle aree vulnerabili, anche in relazione
all’effettivo ruolo svolto dalla zootecnia
sull’inquinamento da nitrati, visto che oggi è il
solo settore su cui si sono concentrati i costi
e la burocrazia.

Allegati

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