Difesa cucurbitacee contro acari e afidi

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Negli ultimi anni si sono scambiati il ruolo di fitofago chiave per le cucurbitacee

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La difesa delle cucurbitacee può essere impostata sia secondo le linee guida della produzione integrata che seguendo i criteri della coltivazione biologica. Si tratta di colture a ciclo primaverile estivo molto diffuse sia in serra che in pieno campo. Il ciclo colturale si svolge perciò in una fase stagionale particolarmente favorevole allo sviluppo di due importanti fitofagi: l’acaro tetranichide Tetranychus urticae (ragnetto rosso) e l’afide Aphys gossypii. Questi all’atto pratico sono i due principali problemi da risolvere per chi voglia affrontare la coltivazione di cocomero e melone.

Tolleranza e carenza, i punti deboli

Negli anni questi due fitofagi si sono scambiati il ruolo di avversità più dannosa per le cucurbitacee, spesso a seguito delle difficoltà incontrate dalla difesa chimica in ragione di due fattori:

  1. questi fitofagi hanno mostrato negli anni una notevole predisposizione ad acquisire tolleranza se non una vera e propria resistenza a numerose sostanze attive utilizzate per tentare di controllarne lo sviluppo;
  2. quando inizia la raccolta è difficile se non impossibile rispettare i tempi di carenza dei prodotti efficaci tra una “staccata” e l’altra (questo in particolare per l’afide).

Di conseguenza si è molto diffuso l’impiego di tecniche di difesa biologica mediante lo sfruttamento dell’azione di organismi utili in grado di controllare efficacemente lo sviluppo di questi importanti fitofagi, garantendo un risultato duraturo; occorre però muoversi per tempo e avviare la strategia fin dalla prima comparsa del fitofago. Infatti un adeguato controllo delle infestazioni di questi fitofagi deve prevedere un’attenta osservazione della coltura fin dalle prime fasi colturali; anzi fin dalla preparazione delle piantine in vivaio. Aspettare di “vedere” l’avversario in serra non prelude ad altro se non ad una dura lotta per controllarne poi lo sviluppo. Viceversa occorre “cercare” i fitofagi sulle piantine ed individuarne la prima comparsa (ma anche la presenza sul materiale di trapianto) per avviare precocemente la difesa, impiegando gli organismi utili disponibili, e semplificare così la strategia e godere di maggiori probabilità di successo (anche con minori spese). Per chi “produce in casa” le piantine da trapiantare poi in serra, condizione ideale sarebbe di iniziare il lavoro già nella serra di preparazione delle piantine, introducendo già in questa fase gli ausiliari così da sfruttare la loro azione con la massima precocità possibile.  (*) Centro Agricoltura Ambiente “G. Nicoli” Leggi l’articolo completo su TerraeVita 24/2015 L’Edicola di Terra e Vita