Crpa: ecco la foraggicoltura anti-emissioni

A descriverli è il progetto Forage4Climate coordinato dal Crpa e finanziato dall’Ue (programma Life). L’obiettivo principale: applicare Buone pratiche che…

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Dimostrare come i sistemi agricoli collegati alla produzione di latte possano essere attivi nella mitigazione del cambiamento del clima. È l’obiettivo del progetto “Forage4Climate. Sistemi foraggeri per minori emissioni di gas serra e maggior stoccaggio di carbonio nel suolo in aree agricole continentali e mediterranee”, partito il 1 settembre scorso, con il coordinamento scientifico del Crpa e la collaborazione delle Facoltà di Agraria delle Università di Milano, Torino, Sassari e Atene.

Finanziato dall’Unione europea (2,8 milioni di euro, di cui il 59,8% cofinanziati dalla Commissione europea) attraverso il programma Life Climate Change Mitigation, il progetto vuole arrivare a limitare le emissioni dei gas serra preservando e magari accrescendo le riserve di carbonio nei terreni sui quali si coltivano seminativi, prati e pascoli destinati all’alimentazione di vacche da latte, pecore e capre che producono latte per la trasformazione in formaggi (in Emilia Romagna in primis il Parmigiano Reggiano).

In parallelo, Forage4Climate vuole sensibilizzare gli operatori del settore diffondendo un’applicazione della contabilizzazione delle emissioni e degli assorbimenti di Ghg risultanti da attività di uso del suolo.

Il progetto spiegato da Maria Teresa Pacchioli (Crpa)

L’idea di questo progetto parte da una premessa, che illustra nel dettaglio Maria Teresa Pacchioli, ricercatrice e coordinatrice del progetto per il Crpa: «Sappiamo che l’attività agricola in generale e la zootecnia da latte in particolare vengono tacciate spesso, ultimamente, di responsabilità a livello ambientale-climatico. In realtà, gli esperti del settore sanno bene che tutte le attività agricole contribuiscono per l’8% alla creazione di gas effetto serra e che a fare la parte del leone è l’industria energetica, la quale da sola contribuisce per più dell’85%. Ciononostante si parla sempre e solo di agricoltura, che invece di fatto è una vittima dei cambiamenti climatici».

I sistemi foraggeri interessati da Forage4Climate si caratterizzano per appartenere a due macro aree rappresentative dei climi maggiormente diffusi in Europa: continentale per il latte vaccino e mediterranea per il latte ovino e caprino. In questo modo, i risultati potranno essere condivisi con altri numerosi territori dell’Unione.

Nella fattispecie, sono coinvolte 3 regioni della Pianura Padana (Piemonte, Lombardia ed Emilia Romagna), la Sardegna e 4 regioni della Grecia (Peloponneso, Tessaglia, Sterea Ellada, Epiro). Nella filiera del Parmigiano Reggiano, in particolare, il Crpa, insieme al consorzio Bibbiano “La Culla”, si occupa di dimostrare come il sistema produttivo dei prati stabili possa contribuire alla sostenibilità ambientale.

Prosegue Pacchioli: «Proprio per i motivi elencati sopra, con questo progetto ci poniamo l’obiettivo di dimostrare come i sistemi agricoli collegati alla produzione di latte possano avere un ruolo nella mitigazione del cambiamento del clima. Come? Attraverso due passaggi. Primo, l’applicazione di Buone pratiche che contribuiscono a limitare le emissioni e a preservare e/o accrescere le riserve di carbonio dei terreni (seminativi, prati e pascoli) utilizzati per produrre foraggi per l’alimentazione dei ruminanti (bovini, ovini e caprini). Secondo, la messa a punto e la diffusione di strumenti di valutazione dei carbon stock e delle emissioni di gas a effetto serra (Green House Gasses – Ghg) rispondenti ai requisiti richiesti da un gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici (Ipcc 2006) per valutare gli effetti degli interventi di mitigazione. Non ultimo, verrà redatto un programma di comunicazione per dare visibilità alle misure adottate e sostenerne la conoscenza e la comprensione tra gli stakeholder: agricoltori e allevatori, tecnici aziendali e degli enti di controllo, decisori politici, cittadini consumatori».

Le attività previste dal progetto

Ma cosa prevedono nel dettaglio le attività del progetto? Risponde Pacchioli: «Anzitutto, la dimostrazione dell’uso delle Buone pratiche per la riduzione delle emissioni in campo (come, ad esempio, il minore uso di fertilizzanti chimici e l’introduzione di leguminose) e in allevamento (ad esempio, un aumento dell’autoapprovvigionamento di alimenti e l’uso di strategie alimentari innovative). In secondo luogo, si renderanno disponibili a produttori e legislatori strumenti di contabilizzazione di assorbimenti ed emissioni di Ghg a fini conoscitivi e di intervento. Infatti, il progetto vuole aumentare la consapevolezza degli agricoltori e dei tecnici sui reali benefici delle Buone pratiche per la mitigazione dei cambiamenti climatici anche a scala aziendale, dimostrandone le ricadute economiche positive. Inoltre, vuole evidenziare il ruolo centrale dell’agricoltura nel preservare l’ambiente e il clima».

Nella fase preliminare del progetto saranno monitorate una sessantina di aziende ritenute tra le più rappresentative dei sistemi foraggeri. Di queste, 15 saranno selezionate per l’applicazione delle Buone pratiche agricole che il gruppo di scienziati avrà elaborato.

«Nella pratica il Crpa, insieme all’Università di Torino – riferisce Pacchioli – produrrà la metodologia per stimare il carbonio climatico nei suoli, l’ateneo di Milano metterà a disposizione una strumentazione innovativa e unica nel suo genere in grado di misurare i gas emessi dalle bovine da latte e analogamente faranno le Università di Sassari e Atene sul bestiame ovicaprino».

Considerando l’azienda che produce latte con l’approccio cosiddetto “from cradle to fam gate” (che nel contesto specifico di questo progetto significa “Dalla produzione di foraggi al latte venduto”) si valuta che gli interventi proposti da Forage4Climate nelle aree della Pianura Padana per i bovini, in Sardegna e Grecia per gli ovicaprini, potranno ridurre di circa 520.000 t di CO2 equivalente/anno le emissioni connesse alla produzione di latte vaccino e di 223.000 t quella di latte ovinocaprino. Questa valutazione si basa sulla stima delle emissioni connesse alla produzione di latte delle regioni dove il progetto si svolge, a cui è stata applicata una riduzione del 5% per le vacche da latte (già adottata dal progetto LIFE12/ENV/IT/000404 ClimateChangER) e del 5% per pecore e capre.

Gli effetti sul carbon sink dei suoli

Sarà invece più difficile quantificare gli effetti degli interventi proposti sul carbon sink dei suoli. «I sistemi agricoli considerati – illustra Pacchioli – sono fortemente caratterizzati dalla presenza di prati e pascoli. Erbai e prati avvicendati rappresentano circa il 40% della Sau in Pianura Padana, dove la zootecnia subisce una sottrazione continua di Sau, destinata a fini non agricoli o alla produzione di biomassa a uso energetico. Se questo trend continuasse, verrebbero sottratti ettari alle colture foraggere e verrebbe diminuita la superficie di spandimento dei reflui. In terreni che ricevono ammendanti organici (letame, liquame e digestato) il carbonio organico può aumentare dal 25% a 65%, ma un loro impiego non razionale e in dosi eccessive ha effetti molto negativi in termini di emissioni e di rischio di inquinamento delle acque (superficiali e profonde)».

 

A PARTIRE DAL 2021 LE EMISSIONI SARANNO CONTABILIZZATE

«Era importante – specifica ancora la coordinatrice del progetto – iniziare un percorso che arrivasse a delineare le Buone pratiche agricole destinate a mitigare i cambiamenti climatici con ricadute economiche positive per le aziende, ma soprattutto capaci di far emergere il ruolo centrale dell’agricoltura nella tutela ambientale e climatica. Infatti, in base alla normativa europea, dal 2021 tutti gli Stati membri dovranno produrre i dati relativi alla contabilizzazione delle emissioni e agli assorbimenti di carbonio nel suolo derivanti da attività zootecnica, un aspetto che per adesso riguarda solo il settore della forestazione».

 

L’articolo è pubblicato su Informatore Zootecnico n. 17/2016

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