Cresce l’interesse per il cardo

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La coltura si adatta bene ai suoli collinari con erosione accelerata

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Tra le colture utilizzabili per la produzione di molecole di interesse per la chimica verde, negli ultimi anni sta incontrando un crescente interesse il cardo (Cynara cardunculus L.). cardo fagnano L’interesse verso questa coltura è dovuto alla sua capacità di produrre sia buone quantità di cellulosa da foglie e steli (10-20 t/ha/anno), sia discrete quantità di olio dai semi (1-2 t/ha/anno). Inoltre questa specie è in grado di ottenere produzioni soddisfacenti in ambienti marginali poco fertili. Tra questi ambienti in Regione Campania sono state identificate 3 tipologie di suoli sulle quali si potrebbero diffondere le colture no-food limitando la competizione con le tradizionali colture alimentari: i suoli contaminati, i suoli con falda alta e/o salinizzata, i suoli collinari soggetti ad erosione accelerata. In questi ultimi, in particolare, la tradizionale coltivazione del frumento duro non è sostenibile nè dal punto di vista economico, nè dal punto di vista ambientale. Le produzioni infatti difficilmente superano le 3 t/ha di granella corrispondenti a una Plv di 400-500 euro/ha, e il sistema colturale tradizionale (aratura profonda a fine agosto e semina a novembre) determina condizioni di estrema vulnerabilità all’erosione idrica (terreno nudo proprio nel periodo in cui si verificano le piogge più erosive) che può raggiungere perdite di suolo fino a 2-300 t/ha. In queste condizioni ottimi risultati sono stati ottenuti con colture poliennali, come l’Arundo donax, che sono in grado di fornire produzioni interessanti dal punto di vista economico e di proteggere il suolo dall’erosione, garantendo una copertura vegetale continua e un miglioramento della fertilità fisica del suolo. In questa sperimentazione condotta nell’ambito del progetto PON-Enerbiochem si è voluta valutare la produttività di un’altra coltura poliennale come il cardo. In questo articolo saranno presentati i primi risultati ottenuti con questa specie negli areali tipici dell’Appennino meridionale. Rese e densità Nel 2013, l’effetto della densità di impianto è risultato significativo per tutti i parametri considerati, mentre le differenze tra le cultivar sono risultate significative solo per la produzione di biomassa secca totale (tab. 1). Nei primi 2 anni del ciclo, c’è stata una discreta mortalità che ha portato alla raccolta un numero di piante per mq inferiore a quanto programmato al momento del trapianto, ma comunque superiore nella tesi con la più elevata densità di impianto. In termini di biomassa secca totale, in media sono state prodotte quasi 19 tonnellate, con valori significativamente superiori con la densità di 8 piante/m2 e da attribuirsi al maggior numero di piante raccolte, dal momento che la produzione di biomassa secca per pianta è risultata inferiore. Anche la produzione di semi è stata significativamente più alta con la densità maggiore, mentre non sono emerse differenze significative tra le cultivar. Nel 2014 (tab. 2), l’effetto della densità di impianto è risultato significativo solo per la produzione di biomassa secca totale, mentre le cultivar sono risultate significativamente differenti solo la produzione di semi. In generale, si è riscontrata un’ulteriore riduzione del numero di piante a metro quadrato, che, per entrambe le densità di impianto, alla raccolta è risultata pari a 2,3, quindi con una riduzione di un ulteriore 50% rispetto all’anno precedente. Tale mortalità è stata determinata da differenti agenti del marciume radicale (Pithium, Verticillium, Fusarium). Tuttavia, questa riduzione del numero di piante a metro quadrato non ha inficiato le produzioni che sono state superiori a quelle del primo anno, grazie a una produzione di biomassa secca per pianta molto più alta di quella dell’annata precedente (rispettivamente 1.035,4 g/pt nel 2014 rispetto a 338,3 nel 2013). In particolare, nel 2014, le produzioni maggiori di biomassa totale e di semi sono state registrate con 4 piante a metro quadrato. Gestire la difesa Mediante l’attività di monitoraggio è stato inoltre possibile identificare 2 importanti specie con attività trofica a carico del capolino fiorale (foto 3 e 4): Larinus scolymi (Olivier) (Coleoptera: Curculionidae) e il dittero Terellia fuscicornis (Loew) (Tephritidae: Terellini). A carico di quest’ultima specie è stata evidenziata una notevole attività parassitaria operata dagli Imenotteri Baryscapus daira (Walker); B. carthami Graham e Cratepus marbis Walker tutti appartenenti ai Chalcidoidea Eulophidae. Da quanto osservato, L. scolymi depone le uova tra le brattee esterne basali del capolino ancora chiuso o approfondendosi tra gli elementi fiorali, quando quest’ultimo è aperto. Nel primo caso la larva scava una galleria dall’esterno verso l’interno alimentandosi e scavando il ricettacolo. Nel caso in cui l’uovo sia stato deposto all’interno del capolino, la larva raggiunge il ricettacolo e opera un danno del tutto simile al precedente. Raggiunta la maturità, la larva abbandona il ricettacolo e costruisce una celletta pupale tra i semi in via di sviluppo o che già hanno raggiunto la maturità, danneggiandoli. In alcuni casi, si sono riscontrati semi danneggiati anche dalle larve giovani, soprattutto a carico del punto di inserzione di questi al ricettacolo. A seconda della fase fenologica in cui avviene l’attacco il danno può essere più o meno esteso. T. fuscicornis depone le uova nel ricettacolo mediante il tipico ovipositore di sostituzione che caratterizza le specie di questa famiglia di ditteri. Alla schiusa, la larva scava una galleria approfondendosi nel ricettacolo e si alimenta a scapito di quest’ultimo fino ad impuparsi al suo interno creandosi intorno un piccolo bozzolo utilizzando residui vegetali dl fiore. Il ricettacolo attaccato da T. fuscicornis appare danneggiato con zone necrotiche e ridotta capacità di portare avanti lo sviluppo del seme. A seconda della fase fenologica in cui avviene l’attacco il danno può essere più o meno esteso. Nel 2013 sono stati inoltre raccolti pupari della mosca parassitizzati da B. daira e B. carthami, mentre nel 2014 sono stati raccolti esclusivamente B. daira e C. marbis. Entrambe queste ultime specie sono gregarie ed a partire da un singolo pupario parassitizzato possono svilupparsi e sfarfallare fino a 33 adulti. Plv fino a 1.500 euro/ha Dai questi primi risultati produttivi ottenuti in ambiente collinare interno dell’Italia meridionale, è possibile trarre qualche indicazione utile per le aziende interessate a questo tipo di produzioni. Tutte e tre le cultivar di cardo si adattano alle condizioni pedo-climatiche tipiche dell’Appennino centro-meridionale, con una buona produzione media di biomassa totale e semi (rispettivamente 15-20 e 2-3 t/ha), nonostante una elevata mortalità. La densità di impianto più alta non ha avuto effetti positivi sulla produttività, in quanto questa specie ha mostrato una discreta plasticità e capacità di adattamento alle condizioni ambientali riuscendo a compensare la riduzione del numero di piante con uno sviluppo maggiore delle stesse. Una maggiore densità di impianto (8 pt/m2) potrebbe però essere utile per limitare lo sviluppo delle piante infestanti nel primo anno di crescita. Bisogna definire con attenzione i dettagli di alcune tecniche colturali legate alla difesa da marciumi radicali (trattamenti fungicidi alla semina ed ad inizio primavera) e da insetti fitofagi (trattamenti insetticidi prima della fioritura) che in alcune aree potrebbero danneggiare la produzione sia di biomassa che di semi. Le produzioni del cardo di biomassa (15-20 t/ha x 40-45 euro/t) e di semi (2-3 t/ha x 180-200 euro/t) potrebbero garantire, a partire da secondo anno, una produzione lorda vendibile (Plv) di 1.000-1.500 euro/ha, rendendo quindi questa coltura competitiva con il frumento duro. Cresce interesse per il cardo (completo di tabelle) Ringraziamenti La ricerca è stata finanziata dal MIUR nell’ambito del progetto PON01_1966 “Filiere agro-industriali integrate ad elevata efficienza energetica per la messa a punto di processi di Produzione Eco-compatibili di Energia e Bio-chemicals da fonte rinnovabile e per la valorizzazione del territorio (EnerbioChem)” – Programma Operativo Nazionale (PON) “Ricerca e Competitività 2007 – 2013” Regioni Convergenza. Gli autori sono del Dipartimento di Agraria – Università degli Studi di Napoli Federico II.