Così il brevetto protegge la ricerca

PROPRIETÀ INTELLETTUALE
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La genetica vegetale è ormai in mano a soli 3-4 monopolisti mondiali, che cercano di asservire unicamente alla propria logica di profitto tutti gli agricoltori e consumatori del pianeta?

Il fine ultimo è quello di vendere più agrofarmaci? I brevetti vegetali, ovvero le norme internazionali che da anni tutelano gli investimenti nel miglioramento genetico, sono il principale strumento per controllare l’agricoltura del pianeta? È un vecchio dibattito che ciclicamente torna alla ribalta.

È vero che molte delle maggiori ditte sementiere mondiali appartengono oggi a una decina di gruppi agro-chimici multinazionali, però va precisato che, solo in Europa, i brevetti vegetali tutelano il lavoro e gli investimenti anche di circa 7.000 aziende operanti nel settore sementiero, il 60% delle quali rientrano nella categoria delle micro-imprese. Senza tutela legale scomparirebbero dal mercato in poche settimane, a tutto vantaggio dei monopolisti.

Bio-shopping mondiale

Altro esempio: è vero che molta della soia americana è Roundup Ready, cioè contiene il gene che la rende resistente al diserbante venduto dalla stessa ditta per agevolare il controllo delle malerbe. Ma un’altra nuova nonché importante tendenza, che ha coinvolto gli stessi gruppi agro-chimici negli ultimi mesi, è una sorta di “shopping mondiale”, a suon di centinaia di milioni di euro, per inglobare molte aziende leader nella produzione di mezzi per la difesa biologica delle colture. Perché? Per mettere a tacere scomodi concorrenti della difesa chimica o perché anche i grandi gruppi hanno capito che le soluzioni biologiche sono ormai una realtà consolidata e destinata a sostituire progressivamente i pesticidi di sintesi nel prossimo futuro? Visti i capitali in gioco la risposta è ovvia.

Infine, perché le ditte sementiere investirebbero fino al 20% del loro fatturato nella ricerca di nuove varietà sempre più produttive, nutrienti e resistenti alle malattie (parliamo del 20% di centinaia di milioni di euro…), se non potessero ripagare tali investimenti grazie alle royalty sui brevetti vegetali che le tutelano?

Illegalità diffusa

I diretti interessati, cioè le ditte sementiere, rappresentate in Italia da Assosementi, sottolineano invece, per l’ennesima volta, un problema opposto: la moltiplicazione abusiva per seme di molte colture orticole, ad esempio di quelle da foglia, e di quella per talea del pomodoro, soprattutto la tipologia cherry, che in alcune zone del nostro Paese arriva ormai al 60%. L’entità economica del fenomeno viene valutata in circa 20 milioni di €, ovvero il 10-15% del valore di mercato totale delle sementi professionali per l’orticoltura.

Alcuni operatori del settore, a “microfoni spenti”, stimano che, per alcune varietà della IV gamma, siamo ormai pericolosamente vicini al 100% di abusivismo.

Un vero e proprio reato ai danni della tutela della proprietà intellettuale, equiparabile alla violazione di un brevetto industriale.

Dietro la sintesi di una nuova varietà orticola, infatti, vi sono anni di lavoro di decine di tecnici, genetisti, patologi, agronomi, certificatori, personale commerciale e amministrativo, i quali non hanno altro modo di ripagare il proprio lavoro se non quello di poter incassare il diritto di riproduzione (royalty) su ogni partita di seme venduta. E senza royalty, ovviamente, si esauriranno presto anche le risorse finanziarie e umane per far progredire ulteriormente il miglioramento genetico.

Un danno che colpisce tutti

Gli “abusivi”, tuttavia, non si rendono conto che il danno li riguarda anche direttamente e per molti motivi.

Innanzitutto, mancando ogni controllo fitosanitario professionale, le talee e sementi abusive sono un importante e pericolosissimo veicolo di diffusione di malattie, soprattutto virali e batteriche.

Un tipico esempio è la moltiplicazione per talea del pomodoro in condizioni precarie e a basso livello di igiene: è stato verificato più volte che è un importante strumento di diffusione del temibilissimo Clavibacter michiganensis e di varie specie di Fusarium. Il primo a pagare il conto sarà proprio il moltiplicatore abusivo, ma anche vicini e colleghi in visita avranno elevate probabilità di riportarsi a casa qualche sgradito “regalo”.

Per non parlare (anzi è forse meglio che se ne parli) di quando la riproduzione illegale viene fatta da vivai purtroppo complici di questa piaga di settore, anche se pare, fortunatamente, che per ora il fenomeno riguardi un gruppo ristretto. È proprio il vivaio che opera in modo illegale ad avvalersi spesso di strutture precarie, in modo da sfuggire più facilmente ai controlli, finendo così per diventare un perfetto veicolo di contaminazione di un’intera zona orticola.

Il danno però, alla fine, finisce per colpire tutta la filiera, in quanto vengono immesse sul mercato, soprattutto quello di esportazione, vere e proprie “bombe patologiche”, senza alcuna tracciabilità, destinate a colpire prima o poi anche gli agricoltori più capaci che, invece, rispettano le regole.

Il problema è ormai così grave, per alcune specie e varietà, che pare che alcune ditte sementiere (sempre a microfoni spenti) abbiano intenzione di cessarne del tutto il miglioramento genetico, in quanto il lungo e costoso processo parte già in perdita dall’inizio.

Buona volontà

Proprio perché è un problema di tutta la filiera, è da tutti gli attori sulla scena che deve venire la soluzione.

Scontato l’impegno delle ditte sementiere (ovviamente le più danneggiate economicamente) sarebbe opportuna anche una maggiore azione di sensibilizzazione e, se occorre, anche di denuncia e repressione, a valle della catena, ovvero della grande distribuzione, che potrebbe essere, ad esempio, più esigente in fatto di verifica della tracciabilità.

Scontata anche la richiesta di una maggiore attenzione da parte degli Enti di certificazione, soprattutto con un incrocio di dati più stringente tra documenti di acquisto dei semi e rese aziendali.

Il controllo più capillare del territorio potrebbe venire, però, dagli operatori più professionali e, quindi, anche più rispettosi delle regole: la gravità del problema impone di non girarsi più dall’altra parte davanti a vicini o colleghi che attentano al futuro del settore.

Perché la politica, non solo italiana, ha lasciato quasi completamente priva di risorse la ricerca pubblica nel settore del miglioramento genetico, delegando così oneri e onori tutti ai privati? Un’occasione mancata.

E infine: perché molti agricoltori sgomitano per aderire ai Club, con l’appoggio non solo degli ibridatori, ovviamente, ma spesso anche della gdo, ovvero dei clienti? È forse un vantaggio per tutta la filiera?

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