«Cos’è questo Ttip»

SCAMBI UE-USA
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Negoziatore Ue per il trattato Ttip, area agroalimentare.
È la neo mission di Paolo
De Castro
, eurodeputato, ex ministro dell’Agricoltura
italiano, ex presidente commissione
Agricoltura del Parlamento europeo.
D’ora in poi, sarà relatore del Parlamento Ue
per il Ttip, misterioso acronimo dietro il quale
si nasconde l’ambizione di siglare un Trattato
transatlantico tra Usa e Ue per rilanciare
commercio e investimenti. Un mercato unico
tra Usa e Ue e destinato a innescare una
grande ripresa economica su entrambe le
sponde dell’Atlantico. Almeno secondo gli
ottimisti. I pessimisti sostengono, fra l’altro,
che l’accordo abbasserà gli standard alimentari,
ambientali e di lavoro vigenti nella Ue. Ne
parliamo con De Castro.

Onorevole, in cosa consiste questo nuovo
ruolo all’interno del Parlamento europeo?


Quella del relatore permanente (standing rapporteur)
è una funzione di controllo democratico,
di condivisione dei documenti negoziali
con i colleghi di Commissione con focus sul
settore agroalimentare. Farò parte del bureau
della Commissione per il Commercio
internazionale (Inta), presieduto da Martin
Schulz
, insieme agli altri relatori designati per
le rispettive aree di competenza. Il Parlamento
europeo avrà l’ultima parola sull’accordo
sul quale sarà chiamato ad esprimersi con il
voto in plenaria a Strasburgo.

Perché tanta segretezza sulle direttive
negoziali fino a poco tempo fa?


Come nella maggior parte dei negoziati diplomatici
era inizialmente prevalsa la vecchia
impostazione che vedeva il loro svolgersi in
maniera riservata tra le parti. Ma anche su espressa
richiesta del Parlamento europeo,
lo scorso ottobre si è deciso di rendere pubbliche
le direttive negoziali che definiscono
i limiti e gli obiettivi della negoziazione con
gli Stati Uniti per la conclusione del Ttip. È
necessario fugare ogni dubbio sulle finalità del negoziato e seguire in maniera trasparente
il suo andamento e l’Europarlamento
e il Congresso americano devono essere
messi nelle condizioni di esprimere un voto
pienamente consapevole sui contenuti, visto
l’enorme interesse che questo accordo,
una volta raggiunto, avrà in particolare per le
produzioni alimentari.

Quali sarebbero i vantaggi economici?

Certamente un incremento degli scambi
commerciali, guidato da una semplificazione
e da un’armonizzazione delle normative esistenti
che renderebbe più agevole l’esportazione
di beni in relazione alle specificità produttive
di ciascuna sponda dell’Atlantico. Il
vantaggio maggiore sarebbe per l’Europa
che già oggi è esportatore netto: nel 2013 i
prodotti importati dagli Stati Uniti hanno raggiunto
un valore aggregato di 10 miliardi di
euro a fronte dei 110 miliardi di esportazioni.

Lei ha detto: teniamo un approccio offensivo
per rimuovere le barriere tariffarie, e
non, delle nostre merci verso il mercato
Usa. Vi è chi teme l’opposto: un allentamento
degli standard qualitativi europei
generalmente superiori a quelli americani.
È in gioco la salute dei cittadini europei?


Non è assolutamente in gioco. La mitigazione
o l’abbattimento delle barriere tariffarie e non
è fondamentale per ottenere dall’accordo il
massimo vantaggio in termini di esportazioni.
I ‘detrattori’ hanno sollevato molte perplessità
sul Ttip, annoverando spiegazioni (l’accesso
nei confini comunitari di carne agli ormoni
o prodotti ogm, per fare qualche esempio)
che non fanno assolutamente parte dei termini
dell’accordo. Gli alti standard qualitativi
che l’Europa ha sempre garantito ai consumatori
e ai produttori Ue non sono messi in
discussione.

2 milioni di aziende agricole negli Usa, 13
milioni nella Ue: là realtà molto grandi e
concentrate; qui, piccole e pressate da varie normative sulla sicurezza: troppe
differenze per competere alla pari? Quali
sono gli obiettivi Ue?

Le differenze sono ben evidenti, ma non condizionano
né limitano i negoziati. Un esempio
può essere costituito dall’accordo siglato
dall’Unione europea con il Canada lo scorso
anno. Anche in quel caso sostanziali differenze
di tessuto e composizione imprenditoriale
e di mercato sono state superate in virtù dei
riconosciuti vantaggi derivanti, tra i quali non
possiamo non ricordare il riconoscimento −
estendibile nel tempo − di più di 160 prodotti
agroalimentari certificati europei.

Il recente cambiamento della maggioranza
al Congresso americano cambia qualcosa
nelle posizioni statunitensi?

Potrebbe dare un’accelerazione all’andamento
del negoziato. Il che sarebbe chiaramente
positivo anche in virtù di una maggiore
apertura da parte del partito repubblicano su
temi quali il mercato e il libero scambio. La
direzione già intrapresa dalla Casa Bianca
è positiva e continuare su questa linea può
davvero rappresentare un grande vantaggio
per la nostra economia.

Un capitolo del trattato riguarda le controversie:
un investitore potrà citare uno
Stato di fronte a un arbitro internazionale
in caso di politiche ritenute avverse ai
propri profitti (con buona pace delle corti
europee). Che ne pensa?
Si tratta di una questione molto delicata sulla
quale bisognerà lavora con scrupolo e trasparenza
per non limitare le potenzialità del
negoziato, introducendo a posteriori a forme
di protezionismo che potrebbero comprometterne
gli effetti positivi.

Il recentissimo progetto cinese di avviare
un’unica zona di libero scambio nell’area
del Pacifico (coinvolti il 40% popolazione
mondiale e 60% del pil globale) indebolisce
questo accordo Usa-Ue promosso
invece dalla Casa Bianca?

Si tratta di due accordi distinti che esplicitano
una valutazione condivisa sul valore del
libero scambio nel mondo. Parliamo sicuramente
di numeri diversi, ma allo stesso tempo
di opportunità che riguardano più realtà e
che possono tranquillamente coesistere in
maniera autonoma. Poi è chiaro che le specificità
di ciascun mercato orientano queste
relazioni, e proprio in virtù di queste specificità
dobbiamo essere ottimisti su ciò che
l’accordo con gli Stati Uniti potrà riservare al
nostro Paese e all’Europa intera.

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